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Tav A m i an t o e uranio nella montagna da scavare Rischiano anche i lavoratori


Dal Fatto Quotidiano 3/03/2012
di Ferruccio Sansa
Rischio amianto e rischio radiazioni”. È scritto nero su
bianco nella delibera del Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) che di fatto dà il via al progetto della Lione-Torino. Nelle carte allegate ai progetti della società Ltf. E in tanti studi universitari, come quelli del Politecnico di Torino. Per affrontare tutti i nodi legati al Tav non bisogna guardare soltanto a valle, dove si consumano gli scontri, le polemiche. Bisogna alzare lo sguardo e guardare la roccia che domina la valle, quella pietra che le trivelle dovrebbero penetrare per 57 chilometri. È una terra fine, rossastra, perché contiene ferro. Ma non solo. La Val Susa è terra di amianto. E di uranio. Se ne sono accorti gli ingegneri che, in vista delle Olimpiadi invernali del 2006, comincia-
rono a scavare per realizzare la pista di bob a Salice e dovettero fermarsi per colpa di quel maledetto minerale: l’amianto. Niente da fare.
STESSA SORTE quando si trattò di scavare una galleria per la circonvallazione di Claviere, al confine con la Francia: di nuovo amianto. Di nuovo uno stop per le ruspe. E anche la cava di pietra di Trana (vicino a Giaveno) fu bloccata quando ci si accorse che oltre alla pietra la montagna sputava fuori amianto. “Un bel guaio, soprattutto, in una valle ventosa come la nostra dove le polveri rischiano di sollevarsi e arrivare lontano, di infilarsi nei polmoni della ge n t e ”, racconta il meteorologo Luca Mercalli, da sempre
contrario al Tav. Un problema noto da decenni. Ma che gli stessi ingegneri impegnati negli studi del progetto hanno sollevato. Soprattutto quando hanno analizzato la zona dove sbucherebbe il tunnel, non lontana dagli abitati: “Gli studi
Il Cipe chiede un monitoraggio: se saranno superati i valori previsti, “bisogna i n t e r ro m p e re le attività”
precedenti hanno messo in evidenza come in alcuni campioni di roccia prelevati in superficie siano state riconosciute mineralizzazioni contenenti amianto con caratteristiche asbesti formi”. Si parla di una zona superficiale di ampia circa cinquecento metri. Da anni in valle si sta cercando di monitorare i casi di mesotelioma, ma studi compiuti su solide basi scientifiche non ci sono. La delibera del Cipe contiene oltre 220 osservazioni che dovranno essere rispettati da chi realizzerà l’opera. Ben nove riguardano il “r ischio amianto”. Si chiede un “ef ficace controllo sulla dispersione di fibre connessa all’attività” di cantiere. Un monitoraggio indipendente, chiede il Cipe, compiuto da un ente terzo. Se
verranno superati i valori previsti, avverte senza mezzi termini il Cipe, “dovranno essere interrotte le attività lavorative ”. Ancora: in presenza di amianto, vietato l’uso di esplosivi. Il progetto definitivo del tunnel dovrà adottare adeguate misure per proteggere i lavoratori e per lavorare il mater iale.
INSOMMA, elementi di cautela per gli abitanti, ma anche per chi lavora nei cantieri. Ma non c’è soltanto l’amianto. Nella delibera del Cipe si parla anche di presenza di uranio. Non è una novità: nel 1977 l’Agip chiese l’autor izzazione per compiere sondaggi in nove comuni della valle convinta di poter estrarre il minerale: ecco Venaus, Chiomonte e al-
tri comuni interessati dai lavori per la Lione-Torino. Amianto e uranio, ma il pericolo è stato adeguatamente affrontato? I tecnici di Ltf sono convinti di sì: “Con le più avanzate tecniche di scavo si possono lavorare sia l’amianto che l’uranio senza rischi per la popolazione. Mentre si scava si annaffia costantemente l’amianto in modo da rendere impossibile una sua dispersione nell’aria. Poi si utilizzano imballaggi stagni caricati su camion a n ch ’essi annaffiati e lavati”. Ma dove sarebbero smaltiti i materiali pericolosi? “Noi li metteremo dove ci indicheranno, garantendo la massima sicurezza, nell’interesse anche dei nostri lavoratori”. Ecco l’altra preoccupazione dei No Tav: “Le zone di smaltimento non sono ancora state individuate. Non è un dettaglio. E poi servono zone sicure al cento per cento, al riparo anche dai rischi idrogeologici”.

ETERNIT, GIUSTIZIA È FATTA “C o l p e vo l i ” i numeri uno della multinazionale


Redazione
Una sentenza importante a favore della salute dei lavoratori e della gente, che può diventare un deterrente a chi non applica le leggi a favore dell’ambiente. ambientalistiche
Fatto Quotidiano 14/02/2012 Autore:Stefano Caselli
La lettura dei nomi delle vittime dura tre ore “C o l p e vo l i ” i numeri uno della multinazionale
non sono bastate tre ore, c’è voluto qualche minuto in più. Il presidente del Tribunale di Torino Giuseppe
Casalbore, entrato in aula alle 13 e 20, ha concluso la lettura del dispositivo della sentenza quando da poco erano passate le 16 e 30. Per pronunciare la parola “colpe vo l i ”, tuttavia, sono bastati pochi secondi. Era quella più importante, forse la sola che le migliaia di persone, che ieri hanno pacificamente invaso il Palazzo di Giustizia di Torino, volessero davvero ascoltare. Il presidente l’ha pronunciata quasi subito. Per il resto – i risarcimenti alle oltre seimila parti civili, l’elenco che ha impegnato Casalbore per metà pomeriggio – ci sarà tempo. Colpevoli, dunque. Secondo il Tribunale di Torino il barone belga Luois De Cartier (91 anni) e il sessantacinquenne miliardario-filantropo svizzero Stephan Schmidheiny – in qualità di ultimi proprietari della multinazionale Eternit – sono responsabili di
Tor ino
1906-1986 Polveri e sudore
èIL PROCESSO #Eternit è un primo passo; adesso tocca all’#Ilva (gruppo #Riva) e alla #Saras (gruppo #Moratti)
quasi duemila morti causati dall’amianto tra Casale Monferrato (la maggior parte), Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia). Entrambi sono stati condannati a 16 anni di reclusione (l’accusa ne aveva chiesti 20) per omissione dolosa di cautele antinfortunistiche e disastro ambientale doloso permanente.
I VERTICIdella multinazionale sapevano, conoscevano l’ef fetto letale sui polmoni delle spore d’amianto, eppure – deliberata mente – non hanno mai fatto nulla per impedire che sia i lavoratori sia i cittadini delle città sedi di stabilimento ne respirassero le polveri. Una sentenza che chiamare storica è più che mai appropriato. Non è, infatti, il primo processo celebrato a Torino per le morti da amianto. Ma per la prima volta sono stati riconosciuti colpevoli (per di più con dolo) i numeri uno della multinazionale. Il procuratore vicario Raffaele Guariniello, che ha coordinato l’accusa, lo ha definito “il processo più grande del mondo” ed è
Costantino Riemma
è#ETERNIT “Nel mio reparto lavoravamo in trenta, ma ora siamo rimasti
difficile dargli torto: 6.392 parti civili non si erano forse mai viste. Ieri al Palazzo di giustizia in via Giovanni Falcone sono arrivati 26 pullman, non solo da Casale Monferrato, ma anche da Francia, Svizzera e Belgio, perché la lotta del comune alessandrino è da anni un modello in tutto il mondo. E per ospitare tutti è stato necessario aprire tutte le maxi aule del piano interrato. L’unico punto controverso, che solo la motivazione della sentenza potrà chiarire, riguarda il diverso trattamento dei casi di Casale Monferrato e Cavagnolo rispetto a quelli di Bagnoli e Rubiera. Una distinzione non da poco (e che farà discutere) perché incide sul diritto al risarcimento delle vittime: se infatti per il reato di omissione dolosa di cautele antinfortunistiche il Tribunale non ha operato alcuna distinzione per le 4 città interessate, per quello di disastro ambientale si è scelto di dichiarare il reato estinto per prescrizione in relazione agli stabilimenti in Campania ed Emilia Romagna, ma non per quelli piemontesi, perché le bonifiche non so completate. Una
dimostrazione ulteriore di quanto la gente di Casale sanno fin troppo bene: in città si muore ancora (il picco dei decessi è atteso fra il 2015 e il 2020) perché l’amianto, che per quasi un secolo ha viaggiato liberamente dappertutto, c’è ancora. Il Comune di Casale riceverà un risarcimento di 25 milioni di euro, cifra forse non sufficiente a completare la bonifica (si calcola che ce ne vogliano più del triplo).
LUNGHISSIMO l’elenco dei risarcimenti: 20 milioni alla Regione Piemonte, 15 milioni all’Inail, 4 milioni al comune di Cavagnolo, 5 milioni all’Asl. E poi, associazione Medicina democratica, Wwf, sindacati fino ai circa 95 milioni di euro (dai 30 ai 50 mila euro a testa) per risarcire le famiglie dei 2.000 morti e alle oltre mille parti lese: “È una sentenza – commenta Bruno Pesce, ex sindacalista e presidente dell’As sociazione vittime dell’amianto – che rende giustizia alle famiglie”. Ma non sarà l’ultima, un Eternit-bis è già pronto. Perché di amianto si continua a morire

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