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Ncd, Nuoco Centro Detenuti (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 22/05/2014. Marco Travaglio attualità
Ricordate Ncd, alias Nuovo Centro Destra, nato a novembre dalla scissione dei ministri Pdl che non volevano mollare le poltrone del governo Letta e infatti le conservarono nel governo Renzi? Alfano li battezzo con l’immortale definizione di “diversamente berlusconiani”, superata pero in umorismo da quella scalfariana di “nuova destra europea e repubblicana”. Bene, in meno di sei mesi di vita si sono affermati come la bad company di Forza Italia: infatti la sola caratteristica che li fa diversamente berlusconiani e che hanno collezionato qualche inquisito e detenuto piu dei berlusconiani. Pareva una missione impossibile, invece ce l’han fatta. Chapeau. Da Schifani indagato per mafia, a Gentile costretto a dimettersi da sottosegretario, a Formigoni rinviato a giudizio per corruzione, e’ tutto un florilegio.

L’ultimo della lista (la trovate a pag. 9) e’ Paolo Romano, presidente ex forzista del consiglio regionale di Campania, finito l’altroieri ai domiciliari per tentata concussione perche’ –scrive il giudice – “puntava a imporre i suoi favoriti agli incarichi di direttore sanitario e direttore amministrativo e procedeva con logiche di spartizione politica” all’Asl di Caserta. I motivi della cattura sono gli stessi della candidatura alle Europee: e con questi sistemi, nel Sud ma non solo, che si diventa signori delle tessere e si scalano le istituzioni. Per fatti simili, ma all’Asl di Benevento, Nunzia De Girolamo (ovviamente Ncd) fu indagata e si dimise da ministro dell’Agricoltura. Si dira: e’ solo indagato. Vero, ma Giuseppe Scopelliti ha una condanna a 6 anni in primo grado per abuso, e’ decaduto da governatore della Calabria, dunque e pure lui nelle liste europee di Ncd: il partito di Alfano che come leader candida il condannato e come responsabile del Viminale commissaria la Regione (e capeggia le forze dell’ordine che ogni tanto vanno ad arrestare uno dei suoi). Anziche tacere, e magari vergognarsi un po’, Angelino Jolie riesce a dichiarare: “Se i magistrati avessero proceduto prima della presentazione delle liste o dopo le elezioni avremmo evitato sospetti su un intervento a tre giorni dal voto”. In quel caso il ministro dell’Interno, che candida un condannato in primo grado, che cosa ne avrebbe fatto di Romano? Magari, anziche in posizione defilata, l’avrebbe messo capolista. Pero – spiega – il giudice poteva pure rinviare l’arresto a dopo il voto, cosi Romano l’avrebbe arrestato l’Interpol già da eurodeputato, con un blitz al Parlamento europeo. E l’Italia e il suo governo avrebbero fatto l’ennesimo figurone. Interviene pure la De Girolamo, da cotanto pulpito: “L’arresto a tre giorni dal voto fa pensare male”. E non la sfiora il dubbio che faccia pensar male del suo partito. Letteralmente strepitosa l’intervista a Repubblica di Gaetano Quagliariello, noto padre costituente e uno dei pochi incensurati superstiti: “Qualcuno prova ad approfittarsi di noi visto che siamo freschi di nascita, ma per rinnovare la politica abbiamo costruito un nuovo confessionale e se il diavolo cerca di entrarci lo cacceremo”. Quindi vuole proprio restare solo. Perche il confessionale c’e, ma nessuno si confessa, o almeno nessuno confessa. Ultimamente si aggirano da quelle parti anche Luigi Grillo e Sergio Cattozzo (momentaneamente detenuti per le mazzette Expo) e Cesare Previti (basta la parola: se lo conosci lo Previti). Ma per il Quaglia i primi due sono “entristi” e “millantatori”, e comunque “non faremo sconti”: ok, tariffa piena. Quanto a Cesarone, lui “non fa politica” (come sempre, del resto); se pero vuol fare campagna elettorale per portare voti al Ncd e una sua “libera determinazione” e “specularci sopra e’ un riflesso giacobino”. Certo, se Quaglia avesse saputo prima di Romano, “non si sarebbe nemmeno posto il problema della sua candidatura”. Infatti Scopelliti, condannato in primo grado, e felicemente candidato. Ma solo perche “ha chiesto di essere sottoposto al giudizio degli elettori, che non e in alcun modo sostitutivo di quello della magistratura. Anche questa e una svolta”. Una svolta con un precedente bimillenario: Barabba, capostipite di tutti i diversamente berlusconiani.

Renzi-Grillo, la sfida e la sfiga (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 17/12/2013. Marco Travaglio attualità

Tutto si può dire di Beppe Grillo, ma non che sia un fesso. Anzi, sempre più spesso la sua naïveté di neofita della politica sembra aver assorbito le furbizie dei politici politicanti. Dunque è impossibile che l’altroieri non abbia colto il senso e le possibili conseguenze dell’apertura di Renzi. Il neosegretario del Pd, anche se non può dirlo fuori dai denti, ha gli stessi nemici che hanno Grillo e il popolo italiano: Napolitano (vedi l’incredibile monito di ieri, che aveva Renzi e Grillo come bersagli unici), Letta Nipote e tutto il cucuzzaro delle Strette Intese, cioè Alfano e quel che resta di Monti&Casini. In poche parole: gli eterni gattopardi che lavorano all’imbalsamazione dell’Ancien Régime e vogliono rinviare le elezioni a chissà quando, possibilmente a mai. Domenica, mentre Renzi lanciava la sfida all’assemblea milanese del Pd, Napolitano e Letta incrociavano le dita nella speranza che Grillo la respingesse. E devono aver tirato un bel sospiro di sollievo quando, dal blog dell’ex comico, è arrivato il niet alla “scoreggina” renziana. Intendiamoci. L’aut-aut di Renzi era carico di propaganda (“o firmi qui o sei un pagliaccio”), la tassa da pagare a un partito che considera i 5Stelle un branco di usurpatori e di brubru. Il suo messaggio di “novità” era viziato dalla presenza nella “nuova” Direzione di impresentabili come De Luca. E conteneva uno scambio assurdo tra la rinuncia del Pd alla prossima rata di finanziamento pubblico e l’appoggio grillino alle sue proposte anti-casta: se, come dice, Renzi ritiene immorali i soldi dello Stato ai partiti, già peraltro abrogati dal 90% degl’italiani nel ’93, dovrebbe rifiutarli subito, spontaneamente, senza condizioni, per sempre. Ma il fatto stesso che per la prima volta abbia evocato con un impegno concreto, e non con le solite parole a vanvera, un cavallo di battaglia dei 5Stelle è un loro innegabile successo politico. Così come il fatto che il leader Pd tenti di uscire dalla prigione della maggioranza di governo per cercare una sponda nel M5S. E allora perché non raccogliere la sfida e rilanciarla, magari con la richiesta al Pd di restituire la rata di “rimborsi elettorali” appena incassata e di scrivere insieme le riforme anti-casta nell’unico luogo deputato a queste cose, cioè il Parlamento?

Sia che Renzi faccia sul serio, sia che bluffi, Grillo e i suoi hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere ad “andare a vedere”. Se Renzi bluffa, scredita se stesso e la sua leadership finisce prim’ancora di cominciare, mentre Grillo e i suoi si prendono il merito di averlo smascherato e incamerano quegli elettori “di confine” che si sono lasciati incantare dalle sirene della rottamazione. Se Renzi fa sul serio, il Pd sarà comunque il secondo partito a rinunciare ai fondi pubblici, a rimorchio dei 5Stelle, i quali potranno dire di avervelo costretto; la macchina elefantiaca di quel partito carico di palazzi, soldi, tesori e tesorieri, ma pure di tessere fasulle, di debiti e cambiali da pagare a questo e quel potentato economico, è costretto alla fame ed entra in crisi con i suoi capibastone e le sue rendite di posizione e, se non si dà una nuova struttura più snella e adeguata ai tempi, si estingue; intanto i 5Stelle concordano in Parlamento una legge elettorale che non condanni l’Italia all’eterno inciucio, per esempio il Mattarellum rilanciato ieri da Grillo, e votano il taglio delle indennità e l’abolizione dei “rimborsi” ai consiglieri regionali, e magari altri risparmi più sostanziosi e coraggiosi, intestandosene a buon diritto gran parte del merito; ma soprattutto rompono il fronte Pd-Ncd-Monti-Casini, mandando a gambe all’aria la maggioranza e il governo Napo-Letta, trasformando Alfano, Monti, Casini & C. in quel che del resto sono: peli superflui della politica; condannano B. all’irrilevanza proprio mentre tenta di ritagliarsi un nuovo ruolo decisivo sul tavolo delle famose “riforme”; e, destabilizzando la maggioranza, avvicinano le elezioni e neutralizzano gli intrighi del Quirinale.

Per questo domenica Napolitano, Letta, Berlusconi, Alfano e le altre frattaglie erano terrorizzati da un Sì o anche da un Ni di Grillo. E quando è arrivato il No hanno stappato lo champagne. Il No al buio, senza prima “andare a vedere”, consente loro di continuare a dipingerlo come uno sfascista (anche senza la s) che tiene in freezer i suoi voti e i suoi parlamentari, che non vuole cambiare niente per lucrare sul disastro dei Paese; ma soprattutto di riprendere a inciuciare tutti insieme appassionatamente con la scusa delle “riforme”. A partire da quella elettorale, che incredibilmente Napolitano vuole appaltare in esclusiva alla maggioranza perché trovi il sistema migliore di fregare l’opposizione (come già fecero Pdl, Udc e Lega col Porcellum). Dire – come fa Grillo – “non c’è più tempo, meglio votare col Mattarellum”, è assurdo: senza una nuova legge, si voterà col proporzionale puro del 1992 riesumato dalla Consulta e i 5Stelle resteranno irrilevanti anche con il 30 o il 40 o anche il 49,9 per cento dei voti.

Naturalmente la partita è appena iniziata, come dimostrano i commenti possibilisti dei “cittadini” Di Maio, Giarrusso e Lezzi per un confronto in Parlamento. Ma siccome il tono del match lo dà Grillo, è a lui che tocca riflettere, magari contando fino a 10, prima di parlare. Ed evitando di sottovalutare troppo i risultati fin qui ottenuti dai 5Stelle (a cominciare dallo stop alla controriforma dell’articolo 138 della Costituzione, che è sostanzialmente merito loro, oltreché della nostra petizione con 450 mila firme e di movimenti come Libertà e Giustizia). Altrimenti ripeterà l’errore di marzo, quando spedì sul Colle i capigruppo senza un candidato premier e consentì ai gattopardi di accollargli tutta la responsabilità dell’inciucio. A furia di vedere trappole dappertutto, anche dove non ci sono, rischia di non notare quelle che si tende da solo

Il Colle: no alla grazia E Alfano scarica B

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/11/2013.Sara Nicoli attualità

DECADENZA.

Scaricato e messo all’angolo, prima da Alfano, quindi da Napolitano, intervenuto a mettere un freno ad una possibile escalation mediatica di Forza Italia contro un solo colpevole: proprio il Quirinale. Giornata di grande tensione, quella di ieri, con indiscrezioni sulle intenzioni eversive del Cavaliere che si sono rincorse per tutto il pomeriggio fino a sfociare in un diktat, dal Colle, inviato nel tentativo di chiudere per sempre la questione della grazia e sedare gli animi dei facinorosi pro Silvio. Peccato che Berlusconi non abbia alcuna voglia di mollare. E i suoi anche meno. Ieri lo ha fatto capire con chiarezza, chiamando ancora in causa il Colle da cui si sarebbe aspettato, in virtù della sua storia politica, la concessione della grazia “motu proprio”. Parole disordinate alle quali Napolitano ha reagito subito – e male – chiudendo a suo modo la questione definitivamente. Cioè, che non ci sono le condizioni per la grazia: “Non solo non si sono create via via le condizioni per un eventuale intervento del Capo dello Stato sulla base della Costituzione, delle leggi e dei precedenti – ha sostenuto Napolitanosi sono ora manifestati giudizi e propositi di estrema gravità, privi di ogni misura nei contenuti e nei toni”. Già, perché il Cavaliere aveva annunciato un’escalation di tensione in vista della sua decadenza. Puntando al “bersaglio grosso”, non Renzi come si era immaginato (e contro cui avrebbe, comunque, fatto fare un’indagine accurata, senza tuttavia trovare grandi riscontri), bensì proprio il Capo dello Stato. Allarmato, Napolitano ha quindi deciso di agire in via preventiva, levando spazio a Berlusconi e al suo gioco delegittimante contro il Colle.

UN’OPERAZIONE che comincerà comunque oggi. Quando il Cavaliere spiegherà pubblicamente come ha intenzione di restare a galla nonostante la sentenza di decadenza dal Senato. Primo bersaglio Napolitano, reo di avergli teso una trappola fin dal giorno della decadenza “facendogli credere – ci dice un falco a lui vicino – che un suo comportamento mansueto avrebbe favorito la decisione positiva sulla grazia, fatto che poi si è scoperto privo di ogni fondamento”. Ecco perché, proprio in previsione di questo gesto di sfida, il Capo dello Stato ha pensato bene di richiamarlo anche “a non dar luogo a comportamenti di protesta che fuoriescano dai limiti del rispetto delle istituzioni e di una normale, doverosa legalità”. Ossia: evitare di far tracimare la prevista manifestazione di mercoledì davanti a palazzo Grazioli (già pronti i pullman come ai primi di agosto) in qualcosa di più pesante, una gazzarra con relativo corteo che si spinge a protestare fin sotto il Senato, proprio nei momenti in cui Berlusconi parlerà in aula prima del voto. Un’escalation di tensione che l’intervento di Napolitano ha invece rinfocolato , convincendo i falchi ad andare avanti. Gasparri, per primo, ieri si è detto “sbigottito” dalla “tutela preventiva” del Colle. E Brunetta ha sostenuto: “Napolitano si è rivelato uomo di parte”. Oggi, dunque, il volume di fuoco sarà pesante, anche perchè Berlusconi annuncerà il suo voto negativo alla legge di Stabilità, dunque il passaggio al-l’opposizione e metterà sul tavolo anche nuove carte di Frank Agrama appena arrivate dall’America, sulla cui base si proclamerà “innocente” e griderà alla necessità di una revisione del processo. Già allertati i direttori delle testate Mediaset, con un’unica regola di ingaggio: scatenare l’inferno su quelle carte, far girare l’informazione come in campagna elettorale.

Conscio di tutto questo prossimo stridore di lame, ieri Angelino Alfano ha pensato bene di marcare la distanza a partire dalla manifestazione (in quanto ministro dell’Interno la vede come fumo negli occhi): “Guardiamo al futuro e non siamo coinvolti”, ha detto, rimandando al mittente l’invito di Brunetta a partecipare al corteo. Il vicepremier appare ormai lontano. Ha in mente di proporre “un patto al Parlamento, al governo e anche a Matteo Renzi”. “A fine 2014”, poi faremo il punto. Certo, Berlusconi non è del tutto dimenticato, “meriterebbe la grazia”, dice Alfano, peccato che accanto a lui continui a prevalere “una linea estremista del partito, che consideriamo sbagliata, di voler far cascare tutto e mettere gli interessi del Paese dopo l’egoismo di partito; c’è accanto a Berlusconi chi lo spinge in una direzione estrema”. E senza vie d’uscita.

IMU, 3 MILIARDI IN DUE MESI PER SALVARE IL GOVERNO LETTA

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Da Il Fatto Quotidiano del 07/11/2013. Marco Palombi attualità

ALFANO MINACCIA: LA SECONDA RATA SULLA CASA VA ABOLITA. I CONTI DEL 2013 GIÀ BALLANO: VERSO LA STANGATA DI NATALE SU ACCISE E ANTICIPI DELLE TASSE.

Servono tre miliardi in due mesi per tenere in vita il governo Letta: è il prezzo del riscatto, per così dire, della seconda rata dell’Imu più i soldi per finanziare la Cassa integrazione per gli ultimi mesi del 2013. Senza l’abolizione completa della tassa sulla prima casa, infatti, l’esecutivo perde per intero il Pdl, Angelino Alfano compreso, senza gli ammortizzatori sociali si rivolta il Pd. Spese improrogabili, insomma, che valgono per la precisione circa 2,8 miliardi: poco più di 2,4 serviranno per compensare l’Imu, almeno 330 milioni se ne andranno per la Cig. “Trovare le coperture è difficile”, aveva mandato a dire Fabrizio Saccomanni da Londra. A seguire, come al solito, il ministro del-l’Economia è diventato il bersaglio dei berlusconiani e ha finito per essere smentito dai suoi colleghi di governo: prima dal suo viceministro Fassina, poi da un perentorio Alfano (“la seconda rata non si paga”). Il ciellino Maurizio Lupi è stato il più chiaro: “Qualunque governo, ma in particolare il nostro, non può permettersi, laddove ha preso degli impegni formali, di non mantenerli”. Tradotto: qua rischiamo di andare a casa. Il problema, insomma, è dove e come trovare i soldi: nuovi aumenti di tassazione (anche indiretta come le accise) non sono digeribili dalla maggioranza, su ministeri e enti locali già gravano i tagli della “manovrina” correttiva da 1,6 miliardi di inizio ottobre, l’unica strada è dunque trovare entrate straordinarie a compensazione.

AL TESORO, come sempre, vagliano ogni possibilità, ma stavolta il livello di astrazione delle proposte rischia di connettere direttamente la scrittura del bilancio pubblico con la metafisica. Al ministero, intanto, cercano di ridurre il danno: hanno presentato simulazioni per escludere dal beneficio i terreni agricoli e alcune categorie di case assimilabili a quelle di lusso (che pagano). In questo modo il costo da coprire risulta di 1,8 miliardi, cioè circa 650 milioni in meno rispetto alla “promessa” fatta da Enrico Letta in Parlamento (ma esistono anche versioni da trecento milioni): c’è, però, il problema che il Pdl di un’operazione di questo genere non vuole sentir parlare. Le fonti di finanziamento straordinario sono altrettanto ballerine. C’è chi pensa, ad esempio, all’incasso derivato da quel regalo alle banche che va sotto il nome di “rivalutazione delle quote di Bankitalia”: se il valore fissato fosse sette miliardi, come anticipato da Saccomanni, la tassazione delle plusvalenze porterebbe all’erario 1,3 miliardi circa. Problema: difficile incassare nel 2013 anche perché serve il via libera preventivo di Bruxelles. C’è chi pensa poi alle eterne dismissioni: qualche introito è possibile se si tratta di svendere – all’improvviso e con basse quotazioni – le partecipazioni azionarie come quelle in Eni (che comunque, ha detto Enrico Letta ieri sera, saranno vendute comunque), ma se si pensa invece agli immobili lo spazio è abbastanza esiguo anche ricorrendo alla consueta partita di giro della vendita a Cassa depositi e prestiti. Assai quotata, infine, l’ipotesi di aumentare gli anticipi Ires e Irap (oggi al 101 per cento) per gli istituti finanziari.

Tutto fa brodo, come si vede, per salvare le larghe intese da loro stesse, ma il problema vero è che i conti 2013 già ballano per conto loro, anche senza lo scoglio dei tre miliardi da trovare. Già le coperture per abolire la prima rata sono infatti assai dubbie: un miliardo e mezzo, infatti, doveva arrivare alle casse dello Stato tramite la sanatoria per le concessionarie delle slot machine e dagli introiti Iva dei pagamenti dei debiti della Pubblica amministrazione. Difficile: il minicondono, per dire, è già scaduto e solo metà delle aziende che avevano evaso ha aderito (mancano almeno 260 milioni). Pure sui debiti della P.A. il risultato è assai dubbio, almeno per il 2013: secondo il sito del Tesoro, infatti, su 27,2 miliardi teorici ne sono ad oggi stati erogati agli enti pagatori circa diciotto (altri 3,5 miliardi sarebbero in arrivo), di cui solo 14 effettivamente pagati.

QUINDI l’Italia non rispetterà i vincoli di bilancio? Non sia mai, ha messo le mani avanti il commissario Ue Olli Rehn: “Nel caso, il governo dovrà far scattare la clausola di salvaguardia”. Espressione complessa che però indica una cosa sola: aumenti di varie accise (da definire con apposito decreto) e degli anticipi Ires e Irap da riscuotere in tutta fretta entro il 31 dicembre. La mazzata di Natale.

A CHI FORZA ITALIA? A LUI

le-posizioniDa Il Fatto Quotidiano del 26/10/2013 Fabrizio d’Esposito attualità

BERLUSCONI SI RIPRENDE IL PARTITO. LE “COLOMBE” SONO PRONTE PER LA SCISSIONE.

Tra i due, politicamente, il nano è Alfano, non solo per la rima. Forza Italia risorge di venerdì e il Cavaliere Condannato umilia le colombe di governo, costrette a disertare l’ufficio di presidenza che liquida il Pdl, il partito nato sul predellino. Il dizionario della giornata è ricco di suggestioni, etichette e ostacoli: i lealisti, i governisti, la scissione, la legge di Stabilità, le poltrone della nuova formazione. Ma tutto ruota attorno ai guai giudiziari del Leader tornato padrone assoluto. La sostanza si riassume nell’interrogativo che per la prima volta B. ammette pubblicamente, dopo tanti sfoghi riportati dai suoi fedelissimi. Si presenta in conferenza stampa, da solo, per far capire meglio chi comanda, e proclama: “Se decado sarà difficile continuare a collaborare con il Pd”. È la variante appena più morbida della domanda ripetuta ossessivamente nelle settimane scorse: “Posso stare con i miei carnefici?”. Qui è Rodi e qui bisogna saltare o scindere. Il resto è teatrino, sceneggiata, caos.

UN LEALISTA presente alla riunione di ieri sintetizza così la mossa berlusconiana: “Ha azzerato, si è ripreso il partito, se loro si adeguano li ricandida, sennò buon viaggio”. Loro, sono i governisti, quelli che non hanno dormito per tutta la notte tra giovedì e venerdì, attaccati al telefono per capire cosa fare. A partire da Alfano. Il vicepremier, ormai ex segretario del Pdl, ha tentato in tutti di modi di far rinviare l’ufficio di presidenza convocato nella casa romana di B., palazzo Grazioli. Ha cercato anche la prova di forza. Un documento con tanto di firme per “sconvocare” la riunione. Non c’è riuscito. La mattinata se n’è andata così fino a quando, poi, i cinque ministri del Pdl (oltre ad Alfano: Quagliariello, Lupi, Lorenzin e De Girolamo) sono andati a pranzo a palazzo Grazioli. Berlusconi è stato per quattro ore con loro. Subito dopo, la versione delle colombe è stata quella di accreditare un pareggio: “Tutto rinviato all’8 dicembre nel consiglio nazionale. Il pranzo è andato molto bene. Berlusconi ha detto che il governo va avanti. Con l’ufficio politico restituisce ad Angelino lo schiaffo della fiducia, ma l’8 dicembre è pronto a riconfermarlo”. L’ultima frase contiene una trappola. L’umiliazione massima e definitiva per l’ex delfino senza quid: rinunciare alla scissione, almeno lui, e ritornare come il figliol prodigo. Ma senza il vitello grasso da ammazzare. Senza, cioè, un incarico operativo da numero uno. Una medaglia di latta da vicepresidente e basta. La finzione, meglio la sceneggiata, è che forse non si arriverà mai al consiglio nazionale del-l’8 dicembre, chiamato a ratificare la morte del Pdl e la rinascita di Forza Italia. La scissione, infatti, dovrebbe consumarsi prima. Sul voto per la decadenza di B. da senatore, nel mese di novembre. Se poi, in un modo o nell’altro, si dovesse arrivare al consiglio nazionale, il piano delle colombe prevede di tenersi il simbolo del Pdl. Nel senso che lo statuto stabilisce una maggioranza dei due terzi per una decisione del genere. Né falchi, né colombe ce l’hanno e a quel punto i governisti diranno al Cavaliere: “Sei tu che fai lo strappo e te ne vai”.

Convocato per le cinque del pomeriggio, l’ufficio di presidenza è iniziato con 25 minuti di ritardo. B. è stato il mattatore assoluto, piegando a suo uso e consumo le assenze polemiche degli innovatori (Alfano, Formigoni, Sacconi, Giovanardi, Schifani): “I 5 membri che non hanno partecipato hanno tutti convenuto con noi sul fatto che volevamo una deliberazione unanime e che dunque fosse meglio, avendo ancora cose da chiarire fra di noi, non partecipare e l’hanno fatto con il mio consenso”. È il concetto particolare di democrazia nella destra berlusconiana. A palazzo Grazioli si sono visti in meno di venti. In ordine sparso: Rotondi, Carfagna, Gelmini, Scajola (sì anche lui), Verdini, Fitto. Tutti attori non protagonisti nel giorno che in cui il Condannato si riprende tutto. A parole il sostegno al governo non manca. Ma nel documento finale della riunione un punto è chiarissimo: “I ministri dovranno rispondere a Forza Italia”. Che tradotto vuol dire: “Caro Letta, l’interlocutore sono io non Alfano e il mio ventennio non è chiuso”.

ALTRO DISCORSO in caso di scissione. A quel punto, si aprirà la crisi e Berlusconi dovrà decidere cosa fare, se partecipare o no al nuovo esecutivo. Lo strappo di ieri è propedeutico, nella testa dei falchi, alle elezioni anticipate. Che poi le ottengano, questo è da vedere. Il treno della guerriglia è comunque partito. Come dimostra lo show berlusconiano in conferenza stampa. Dopo aver parlato solo lui nell’ufficio di presidenza, ha concesso ai giornalisti un altro monologo. Comprensivo di grazia per la condanna Mediaset: “Spetta al capo dello Stato”. Alfano? “Gode della mia stima, della mia fiducia e della mia amicizia”. Intanto lo ha messo spalle al muro. Ritorna anche sulla ferita del 2 ottobre: “I ministri e alcuni parlamentari timorosi di non essere rieletti mi hanno costretto alla marcia indietro”. Adesso è arrivata la vendetta. In Forza Italia ci saranno tante “facce nuove”. Ma la sostanza è tutta in quella domanda: “Se il Pd mi fa decadere come faccio a stare con loro?”. Da ieri, è cambiato molto nelle larghe intese.

Alfetta (Marco Travaglio).

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II trapasso dal governo Lettusconi al governo Alfetta viene salutato dalla stampa italiana (quella estera ha cose più importanti di cui occuparsi) con unanime giubilo, pari soltanto a quello di Letta jr. che parla di giornata “storica” e biforca le dita a “V” come vittoria, manco fosse Churchill. Purtroppo per lui, Churchill aveva appena vinto la Seconda guerra mondiale, mentre il Nipote ha appena vinto una compagnia della buona morte composta da Angelino Jolie, Giovanardi, Formigoni, Cicchitto e Lupi, più un’altra serie di facce da museo Lombroso (si parla persino di Schifani). I turiferari a mezzo stampa dipingono Lettino come l’uomo che dopo vent’anni ha sconfitto Berlusconi, ma c’è un equivoco: B. s’è sconfitto da solo col più classico e comico degli harakiri; se aspettava Letta e il Pd, poteva campare altri 200 anni. Sull’Unità di Claudio Sardo, che è sempre l’ultimo a sapere, titola che B. “perde la faccia” (come se ne avesse mai avuta una) e santifica gli Alfanidi: non male, per un presunto giornale che due mesi fa chiedeva le dimissioni di Alfano per il sequestro e la deportazione di una donna e di una bimba kazake, decisi al Viminale sotto l’occhio da triglia del cosiddetto ministro dell’Interno, ora promosso ad alfiere di un “nuovo centrodestra” che vuole “condividere l’obiettivo della presidenza italiana dell’Ue, riformare il sistema politico e soprattutto contrastare la linea della rottura istituzionale adottata da Berlusconi dopo la condanna”. La qual cosa – scrive Sardo – smentirebbe “la tesi dell’inciucio narrato dai vari Grillo e Travaglio”. Forse a Sardo è sfuggito che il suo Pd ha governato per cinque mesi con il Pdl di B., non di Alfano, e continua a farlo dopo che B. ha smentito se stesso e rinnovato la fiducia a Letta. Insomma, a perdere la faccia sono in tanti. Compresi quanti finora avevano sostenuto l’inciucio Napolitano-Pd-B. e ora dicono che non era un inciucio perché B. s’è tirato indietro per un paio di giorni. Prendete Massimo Franco, il pompierino della sera: ora esulta per l’“emancipazione davvero moderata dei ministri e di molti parlamentari” del Pdl da B. e per l’avvento di “una vera maggioranza politica delle larghe intese”, eroicamente “forgiata passando attraverso una strettoia drammatica” da quel grande statista di Alfano “che non può essere sminuito con la categoria dei transfughi o dei complici della sinistra”. Insomma, splende nel firmamento “una nuova maggioranza” con “forte identità” e “più marcata omogeneità”, “protetta e consigliata da Giorgio Napolitano”, slurp, al posto dell’orripilante “ammucchiata numerica” che sosteneva Letta fino all’altroieri. Che strano: cinque mesi fa, quando nacque il governo Letta, non si ricordano intemerate di Franco o del Pompiere contro gli inventori dell’“ammucchiata numerica”, da Napolitano in giù. Al contrario, si rammentano solo lodi sperticate alle “larghe intese” che ci avrebbero presto regalato l’agognata “pacificazione” fra guardie e ladro. Ma questi profeti del giorno dopo, questi sfondatori di porte aperte, questi scalatori di discese sono fatti così: chi comanda ha sempre ragione. Ieri applausi al governo Lettusconi, oggi standing ovation al governo Alfetta, domani dipende. Pigi Battista è tutto bagnato per “il delfino Alfano che ha trovato il suo quid” e, soprattutto, “non ha fatto l’errore di Fini” di “rinnegare la storia del berlusconismo”. Virman Cusenza, sul Messaggero , riesce addirittura a vedere negli Alfanidi abbarbicati alla cadrega “l’anima liberale e quella cattolica”. Marco Tarquinio, su Avvenire , si emoziona perché “finalmente il bene comune ha prevalso sugli interessi personali e di fazione”. E persino un fuoriclasse come Massimo Gramellini, su La Stampa, si entusiasma per la “maggioranza europea” partorita da quel genio di Napolitano. Europea? Ma le ha viste le facce dei 35 Scilipoti all’incontrario? Tutti poi, ma proprio tutti, danno B. per morto. È un’espressione che ci pare di aver già letto e sentito fin dal 1994. E che, fondata o meno, porta sfiga solo a chi la pronuncia. Vedremo fra qualche mese chi è il morto: quando gli italiani che dimenticano tutto in 24 ore si saranno scordati della buffonata dell’altroieri; quando le colombe cominceranno a scannarsi con fauci e ganasce da far impallidire quelle dei falchi, o torneranno all’antica voliera per ripararsi dal linciaggio dei killer del padrone, o scopriranno dai sondaggi che un partito con Angelino leader vale lo zero virgola; quando il governo Alfetta ci farà pagare con gl’interessi tutte le tasse che B. aveva fatto rinviare e lui, con un piede dentro e l’altro fuori, potrà lucrare dal malcontento popolare e addirittura risorgere dall’avello. Allora sarà il caso di conservare le foto, i proclami e i titoli di questi giorni. Ma sarà un esercizio inutile, perché gli autori diranno che l’avevano previsto, loro.

Finalmente sistemato anche il fratellino di Alfano: dirigente alle Poste senza concorso

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-articolotre Redazione– 13 settembre 2013- Un impiego alle Poste non si nega a nessuno. Era così durante la prima Repubblica. Epoca finita ormai un ventennio fa, ma forse le abitudini di allora hanno resistito al terremoto dei primi anni ’90. Almeno a guardare gli ultimi arrivi nella linea direttiva del gigante postale.

Una decina di giorni fa a sbarcare tra i dirigenti di Postecom, ovvero la società dei servizi internet di Poste italiane, è stato Alessandro Alfano, fratello minore del più celebre Angelino, vicepremier e ministro dell’Interno nel governo delle larghe intese, del tutto lecito, per carità.

Formalmente un dirigente può essere «nominato» senza alcun concorso, senza selezione: in un giorno si può anche accedere all’incarico di direttore commerciale di una controllata del Tesoro, dove lo stipendio medio per una figura di vertice può arrivare a 200mila euro annui.

LETTA NON GRAZIA BERLUSCONI ALFANO: “TUTTA COLPA DEL PD

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Da Il Fatto Quotidiano del 22/08/2013. di Wanda Marra attualità

DOPO L’INCONTRO A PALAZZO CHIGI, GLI UOMINI DI B. RIBADISCONO: “SARÀ CRISI” MA ENRICO E ANGELINO PROVANO A SOPRAVVIVERE: “PROSSIMI AD ABOLIRE L’IMU”.

Posizioni distanti”, “incontro duro”, “atteggiamento pregiudiziale” da parte del Pd. Dura oltre due ore il faccia a faccia tra Angelino Alfano e Enrico Letta a Palazzo Chigi e alla fine fonti del Pdl lo raccontano così. Con una sfumatura in più. “Il Pdl non vuol far cadere il governo, ma non va l’atteggiamento del Pd”. Dal canto suo il presidente del Consiglio ribadisce: “Non accetto ultimatum, non accetto ricatti”.

LO SHOW era iniziato alle 18 e 20 con l’arrivo di Angelino Alfano. Ma il dialogo con il Presidente del Consiglio – al terzo piano di Palazzo Chigi e non nello studio al primo – inizia solo alle 19. I due sono da soli. E che si debbano incontrare, dopo che l’interlocuzione tra loro è quotidiana, non è esattamente un buon segno. Sono passate le nove di sera quando il vertice si conclude e per un’altra, ennesima giornata, il paese resta appeso alle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. Che in nome della sua “agibilità politica” non sente ragioni. Angelino Alfano ha avuto un mandato per cercare una mediazione. Al premier è andato a dire che il Pdl non rimane in un governo in cui il Pd fa decadere il suo leader per un atteggiamento pregiudiziale senza alcun approfondimento. E soprattutto, senza tener conto del parere di illustri giuristi che esprimono dubbi sulla retroattività della legge Severino. Ma Enrico Letta non ci sta a entrare in questo campo: perchè, dice, c’è la separazione dei poteri. E le decisioni della Giunta attengono al Parlamento, non al governo. Allo stesso modo, non ha intenzione di entrare nelle dinamiche interne dei Democratici. Non intende salvare l’esecutivo a tutti i costi, ribadiscono i suoi. Anche se ci tiene a dire che “sarebbe paradossale farlo cadere adesso” perché “la terra promessa” è vicina. Già a Rimini aveva detto che chi fa cadere il governo se ne assume le responsabilità. La ricerca di una “mediazione” sulla decadenza di B. dal seggio in Senato non ha successo. Ma altre mediazioni sono possibili.

Premier e vice premier ci tengono a far sapere che sull’Imu e sull’Iva la soluzione è vicina. Anzi, dicono da Palazzo Chigi, il Cdm del 28 settembre affronterà e risolverà la questione. Insomma, i due sono sulla stessa barca: entrambi vogliono portare avanti il governo, entrambi cercano una soluzione. Entrambi cercano un modo per aggirare Berlusconi. Sul piano delle “politiche” per dirla con Letta (che qualche giorno fa ha avvertito: “Se cade il governo, pagherete l’Imu”). Quelli che l’esecutivo vogliono tenerlo in piedi e che mal sopportano l’impuntatura di Berlusconi sono al lavoro. Gaetano Quagliariello in questi giorni sta tenendo colloqui a tutto tondo nel tentativo di trovare una strada che salvi il governo, al di là della rabbia di Berlusconi e delle posizioni del Pd. Un filo che non si trova. Lui stesso sul Foglio ha usato parole forti: la Giunta non diventi il plotone d’esecuzione della Costituzione. Sarebbe necessario un approfondimento sulla legge, che definisce “frettolosa”. E a quel punto, anche Berlusconi dovrebbe accettare le conseguenze.

Ma se il Senato vota la decadenza di Berlusconi, il governo cade, vanno ripetendo nel Pdl. È il Caimano che non accetta ragioni . È pronto a puntare tutto sul voto. Il suo partito non ha la forza di distaccarsi dalla sua linea. Almeno per ora. Ma molti – e anche lo stesso Alfano – subiscono questa linea più che approvarla in pieno.

IN REALTÀ Berlusconi in queste ore è depresso, sfiduciato, teme il tradimento dei suoi. Ha paura che alla fine non lo seguano sulla strada delle elezioni anticipate, magari per un incarico in un Letta bis.

Per quel che riguarda premier e Democratici la sfiducia è massima: solo l’altroieri il premier ha detto che “il Pd farà la cosa giusta”, subito dopo aver visto Epifani. Parole che hanno alimentato nel Pdl il sospetto che il capo del Governo guardi già a un “dopo” larghe intese, sia più interessato ad accreditarsi rispetto al suo partito come l’anti-Renzi, sia pronto a giocare in proprio e a lasciar perdere quest’alleanza. Se non salva Berlusconi, significa che non gli interessa andare avanti, la traduzione più o meno grossolana di questi timori. E fonti del Pdl dopo l’incontro ricordano che far circolare la voce che al Senato ci sarebbero già 20 grillini pronti a sostenere il governo è un ricatto bello e buono. Se cade l’esecutivo è tutta colpa del Pd. Epifani in serata ribadisce da Siena: “Nessuno ci farà cambiare idea. Per noi la bussola sono gli interessi del Paese”.

Domani nuovo vertice a villa San Martino con Alfano e i falchi del Pdl per riferire dell’esito della mediazione al capo. Nella concitazione del dibattito qualcuno si lascia andare a dichiarazioni un po’ distratte. Come Laura Ravetto che a In Onda dichiara: “Berlusconi dimostrerà la sua innocenza”.

Quel “contatto” con Alfano che innesca l’affare kazako

corelDa Il Fatto Quotidiano del 15/07/2013. Marco Lillo attualità

INTRIGO INTERNAZIONALE

Il ministro Angelino Alfano sta cercando di cavarsela con i classici capri espiatori. Piccoli e ingiustificati, come la funzionaria che ha firmato il decreto di espulsione o i dirigenti che hanno guidato la perquisizione e poi la gestione della pratica all’ufficio immigrazione, che riguardava la signora Alma Shalabayeva. O più grandi, e molto più giustificati, come il prefetto Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto di Alfano, regista di questa sgangherata rendition all’italiana, o come Alessandro Valeri, capo della segreteria del Dipartimento di pubblica sicurezza, che non è stato in grado di ostacolarla. Procaccini e Valeri sono vicini alla pensione che dovrebbe accoglierli fra l’ottobre 2013 (Valeri) e aprile 2014 (Procaccini) e chissà se per fedeltà alle istituzioni non accettino di offrire la loro testa al responsabile politico di questa storia. Di certo se si ripercorrono i fatti, Alfano non può cavarsela sostenendo di essere stato ingannato e di volere la verità sui responsabili perchè il primo responsabile, quanto meno per omesso controllo, è lui. La novità di ieri, rivelata da Corriere della Sera e Repubblica, è che l’ambascatopre kazako Andrian Yelemessov ha partecipato il 28 maggio a un incontro con Procaccini e Valeri nel quale ha chiesto l’arresto di Mukhtar Ablyazov dopo aver contattato proprio Alfano. Dopo l’incontro con Procaccini e Valeri, succedono due cose: l’ambasciatore, informato del fatto che è necessaria una nota dell’Interpol che stimoli la cattura, la ottiene in poche ore, così come, grazie al questore di Roma La Rocca, un appuntamento con il capo della Mobile, Renato Cortese. La scena che vi descriviamo non sarebbe stata possibile se a monte di tutto ciò non ci fosse stato un contatto fra il diplomatico e il ministro dell’Interno. Yelemessov varca il portone di San Vitale e all’uomo che ha catturato Provenzano chiede di fare il bis con Ablyazov, dipinto da lui come un pericolossimo ricercato internazionale per truffa, riciclaggio e altre nefandezze. Ma il dirigente della Mobile sa bene che non si può procedere a un arresto, solo perchè gradito da un paese caro alle gerarchie del ministero dell’Interno. Poco dopo però arriva la nota dell’Interpol. Il latitante si trova in via Casal Palocco. Nella notte scatta l’operazione. Infruttuosa: il ricercato non c’è. In compenso viene fermata per accertamenti e portata al Cie la moglie Alma. Ma non finisce qui. Il 31 maggio, e questo dà il senso dell’interesse del governo kazako a prendere il latitante-dissidente giunge una seconda nota dell’Interpol proveniente dalla capitale kazaka, c’è scritto che Ablyazov potrebbe essere nascosto in un bunker segreto scavato sotto terra. La Mobile il 31 maggio alle 6 di mattina rimette a soqquadro la villa, porta in questura due vigilantes assunti per proteggere la figlia del miliardario, poi anche il cognato della signora Alma e infine anche la piccola Alua che viene consegnata alla mamma a Ciampino. Alle 19 decollano verso il loro nemico kazako. Oggi tutto questo sembra un accaniemento dei poliziotti contro la famiglia di un dissidente ma il 31 maggio nessuno aveva spiegato ai funzionari della Mobile, della Digos e dell’Immigrazione, chi fosse davvero Ablyazov. Quella mattina gli agenti si presentarono con un geo radar, un sofisticato apparecchio che permette di rilevare la presenza di latitanti nel sottosuolo. Solo con l’assenza di informazioni di chi aveva avviato quell’operazione si può spieare l’assurdo comportamento dei funzionari. Allo stesso modo gli uomini della polizia dell’Immigrazione guidati da Maurizio Improta erano convinti di avere a che fare con la moglie di un criminale pericoloso e che per di più circolava con un passaporto che secondo la polizia di frontiera era stato falsificato.

In questa tragica commedia degli equivoci la signora Alma evitava in tutti i modi almeno nelle prime ore del suo trasferimento presso il Cie di rivelare chi fosse il marito e le ragioni della sua presenza in Italia. Sventolava il passaporto della Repubblica Centroafricana come uno scudo. Solo dopo essere stata rimpatriata a forza la sua difesa ha inviato finalmente i documenti che attestavano il permesso di soggiorno in Gran Bretagna per asilo politico e in Lettonia per ragioni di lavoro. E solo poche ore prima del decollo da Ciampino sono arrivati sul tavolo del giudice di pace, della Procura e dell’Ufficio della polizia del-l’Immigrazione i fax degli ambasciatori della Repubblica Centroafricana a Ginevra e Bruxelles che attestavano lo status di diplomatico della signora. Probabilmente il sostituto procuratore Albamonte avrebbe potuto fermare il rimpatrio di Alma e di sua figlia Alua se avesse dato più credito a quei fax e alle parole degli avvocati della famiglia di Ablyazov. E probabilmente anche il ministero degli Esteri – che ieri ha ribadito di avere informato il 2 giugno direttamente Alfano e Letta e di non aver competanza sulle espulsioni -ha le sue colpe; quando la polizia dell’Immigrazione chiese notizie sullo status di diplomatico presso il Centrafrica della signora Alma, gli Esteri risposero che risultava solo una pratica per farla diventare console onorario ma di un altro stato, il Burundi. In quel fascicolo però non c’era nessuna informazione su chi fosse davvero Alma, e soprattutto suo marito. Quello che è mancato a tutti gli uffici che hanno avuto a che fare con questa storia è la consapevolezza dell’importanza politica di questo rimpatrio. Le uniche persone che erano consapevoli dell’interesse politico di uno stato straniero all’arresto del miliardaro kazako erano Alfano e il suo capo di gabinetto. Eppure nessuno al Vi-minale ha pensato a chiedere una informativa o a fare almeno uno straccio di telefonata ai Servizi che avrebbero potuto in poco tempo chiarire il senso di quello che l’Italia stava facendo fra Casal Palocco e Ciampino.

Affare Salabayeva. Bonino sbugiarda Alfano: “Lo avvisai il 2 giugno”

corelarticolotre
Redazione– 14 luglio 2013- “Il 2 giugno, durante la Festa della Repubblica, dissi ad Alfano di seguire il caso Kazakistan di persona“.
In due colloqui con Repubblica e Messaggero, la titolare degli Esteri Emma Bonino racconta di aver informato il ministro dell’Interno Angelino Alfano e il premier Enrico Letta della vicenda Shalabayeva una volta venutane a conoscenza, il 31 maggio, quando la donna era già in Kazakistan.
Sono ben consapevole della gravità di questa vicenda e della pessima figura fatta dall’Italia, e non a caso dalla notte del 31 maggio, da quando ne sono venuta a conoscenza, quasi non mi sono occupata d’altro. Tutto quello che posso fare io lo farò. Qualcuno dovrà pagare, dovrà dire davanti all’opinione pubblica: si sono stato io”, afferma Bonino, che spiega di non aver pensato alle dimissioni:
Quando ho saputo di questa storia quella poveretta era già in Kazakistan, non sarebbe servito a nulla un gesto politico di quel tipo”.
La Farnesina, assicura il ministro, “ha fatto tutto quel che poteva fare. La signora Shalabayeva è stata ricevuta al consolato di Almati e continuiamo a seguire la cosa con vari incontri con gli avvocati della signora”.

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