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L’impero della finanza alla prova delle Europee

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Fatto Quotidiano del 27/04/2014 di Loretta Napoleoni |attualità

Notizie ed analisi contrastanti continuano a caratterizzare l’economia mondiale e quella italiana in particolare ed a riempire le prime pagine dei giornali. Per l’agenzia Fitch la recessione in Italia si è conclusa e quindi venerdì ha rivisto al rialzo le prospettive (outlook) della Penisola portandole da una valutazione “negativa” “stabile“. La capitalizzazione delle banche italiane è migliorata, sempre secondo Fitch, peccato che nel rapporto non si spieghi come ciò sia avvenuto, dando alla Banca d’Italia il potere di trasformare parte del patrimonio nazionale (di cui il popolo è proprietario) in capitale bancario, una mossa che ha prodotto una ricapitalizzazione ed il corrispondente aumento del valore dei pacchetti azionari di chi ne è proprietario, tra cui le grosse banche commerciali italiane.

Negli Stati Uniti intanto ha grande successo il libro di Thomas Pikkety, che non solo dimostra la fallacità delle teorie neo-liberiste in termini di benessere economico ma suggerisce un sistema di tassazione mondiale per alleviare a disgustoso sistema di sperequazione dei redditi prodotto dal sistema economico mondiale gestito in primis dall’alta finanza di cui le agenzie di rating come Fitch fanno parte.

C’è poi chi parla addirittura di nuovo apartheid in relazione ai privilegi connessi con il censo. Come nel lontano Medioevo chi nasce ricco ha vantaggi che chi nasce povero o semplicemente all’interno di una famiglia della classe media non avrà mai.

Alcuni dati sembrano contraddire l’entusiasmo per la ripresa europea: circa 26 milioni persone sono ancora disoccupate ed in molte nazioni, come la Grecia, salari e pensioni sono stati ridotti all’osso, infine il debito pubblico continua a salire. Nel 2013 quello italiano è aumentato raggiungendo quota 132,2 per cento del Pil, bastano questi numeri per farci dubitare della validità della formula lacrime e sangue applicata da Bruxelles.

Per chi poi voglia conoscere la verità si consiglia di andare a fare la spesa al supermercato e confrontare il potere d’acquisto odierno con quello di 10 anni fa, oppure mettere a confronto le bollette della luce e del gas o quanto costa un pieno di benzina. Ormai il benessere delle masse non interessa più a nessuno, neppure ai politici che da una parte usano i giudizi degli organi dell’alta finanza, come le agenzie di rating, o soprannazionali, come il Fondo monetario o l’Unione Europea, per legittimare il loro operato ed una abilissima propaganda verbale per convincere l’elettorato che sono dalla parte del popolo.

A ridosso delle elezioni europee è bene riflettere su tutti questi punti, chi ci dice che i candidati faranno ciò che promettono durante la campagna elettorale? Ancora più incerti sono i programmi d’azione. In fondo il ruolo del Parlamento europeo è molto limitato, può sì esprimere giudizi ma non governa; chi dirige l’Unione è la Commissione che certamente non è eletta dal popolo ma dalla macchina burocratica europea e dai leader dei paesi membri, a loto volta ‘aiutati’ economicamente nelle campagne elettorali dall’élite del denaro.

Forse la propaganda maggiore è proprio quella che ci vuole far credere nel funzionamento della macchina democratica nel regime imperiale dell’alta finanza.

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Agenzie di rating, la Corte dei conti vuole 234 miliardi

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Fonte Fatto Quotidiano del Redazione 6/02/2014 attualità
LA PROCURA della Corte dei conti del Lazio ci prova: chiedere un enor- me risarcimento alle agenzie di rating che, declassando il debito pubblico italiano, nel 2001 hanno aggravato prima la crisi di fiducia sulla tenuta dell’Italia e poi contribuito a far precipitare la crisi politica. Secondo le anticipazioni del FinancialTimes , la richiesta danni sarebbe di 234 miliardi di euro. Una delle ragioni per cui la Corte contesta l’accuratezza della decisione di declassare presa da Standard & Poor’s, la più grossa delle agenzie, è che non è stato considerato il patrimonio artistico dell’Italia (il cui valore finanziario, però, è quantomeno difficile da stimare). A catena, anche Moody’s e Fitch, le altre due agenzie, avrebbero sbagliato a giudicare l’affidabilità creditizia del Paese. Reazione seccata delle agenzie che già sono alle prese con i tentativi della Procura di Trani di processarle per aver favorito la speculazione nel 2011. “Non faccio commenti diretti. Ma ho sempre trovato che il ruolo delle agenzie di rating come valu- tatore del rischio di un paese fosse eccissivo”, dice il ministro del Te- soro Fabrizio Saccomanni.

ECCO I COLPEVOLI DEL CRACK DEL 2008

corelFonte AlterNet.org ALEX KANE
3 luglio, 2013
sorvegliare le offerte d’investimento, convalidarono transazioni dubbie.
Chiunque abbia prestato attenzione al tracollo finanziario del 2008 è a conoscenza del ruolo cruciale svolto dalle agenzie di rating, il cui compito è quello di giudicare se le aziende siano affidabili in termini di solvibilità. Meno noti sono i dettagli precisi di quanto fu grande il loro ruolo. Matt Taibbi di Rolling Stone colma la lacuna in una notizia da copertina che ha riscosso particolare successo.
Il nuovo articolo di Taibbi intitolato “L’ultimo mistero della crisi finanziariaespone dettagliatamente il ruolo delle agenzie di rating e come queste abbiano approvato senza indugio operazioni bancarie dubbie. Taibbi si concentra sulle prime due agenzie nazionali, ovvero S&;P e Moody’s, che controllano buona fetta del mercato delle agenzie di rating. Le agenzie di rating definiscono su cosa è sicuro investire e su cosa non lo è. I loro voti sono di vitale importanza per l’industria finanziaria. Tuttavia, anziché valutare le società in maniera oggettiva e assegnare loro un voto che meritavano, Moody’s e S&P hanno elargito massimi rating a entità immeritevoli.
I nuovi dettagli di cui scrive Taibbi vengono desunti da documenti ed e-mail rilasciati a seguito di una causa legale contro le agenzie di rating, accusate di aver cospirato con Morgan Stanley per convincere ad investire nei subprime.
Nel mese di Aprile, le agenzie di rating risolsero la causa intentata contro di esse principalmente dalla King County di Washington e dall’Abu Dhabi Commercial Bank. Il caso è stato imperniato su quel che è noto come veicolo d’investimento strutturato o SIV (structured investment vehicle n.d.t.).
I SIV sono simili ad altri strumenti utilizzati da società che intendono spostare le passività dai loro libri contabili su un’altra entità. I SIV sono stati usati dalle banche per tenere alla larga dai loro libri contabili i titoli garantiti da mutui ipotecari (o MBS, dall’inglese mortgage-backed security, n.d.t.), ovvero fondi di mutui ipotecari, alcuni di essi non sicuri. “La struttura dei SIV” scrive Taibbi, “ha permesso alle banche d’investimento di creare e approfittare, senza rischio, di miliardi di dollari di cose come i mutui subprime che divennero il fulcro della nuova truffa di tendenza delle corporation, creando e poi vendendo come investimenti “AAA” (sigla che corrisponde alla più alta classe di rating fissata da S&P, n.d.t.) grosse quantità di MBS rischiosi a babbei delle istituzioni”.
Venne chiesto alle agenzie di rating di dare il consenso sulla sicurezza di questi SIV. E questo fu quello che fecero, sebbene alcuni di essi non fossero assolutamente sicuri. Il principale motivo di questo consenso stava nel fatto che le banche, che chiedevano alle agenzie di rating l’approvazione per questi investimenti scadenti, erano le stesse che finanziavano quelle agenzie perché operassero in quanto tali.
In un solo caso specifico, un SIV venne creato dall’hedge fund Cheyne Capital Management con sede a Londra. L’hedge fund fu gestito da ex impiegati della Morgan Stanley, la quale venne coinvolta in un accordo per investire nella Cheyne. Morgan Stanley raccolse commissioni per aver strutturato l’accordo d’investimento e, inoltre, guadagnò denaro per aver venduto i loro MBS ai SIV, che erano poi stati messi in vendita a investitori come la Abu Dhabi Bank. Documenti interni provenienti dalla Morgan Stanley rivelano che la banca inserì nei SIV ipoteche scadenti.
I voti ai SIV subprime si basavano sul nulla. Tuttavia Moody’s e S&P conferirono, in ogni caso, dei rating alti. C’è da dire che le banche spesso usavano più agenzie di rating perché di solito queste ultime conferivano rating più bassi a investimenti in cui non venivano direttamente coinvolte nella loro valutazione.
Le e-mail dimostrano che le agenzie di rating sapevano che stavano approvando tout-court dei cattivi affari. “Il Signore aiuti la nostra fottuta truffa” si legge da una e-mail di un dirigente di S&P. “Questo deve essere il posto più stupido dove abbia mai lavorato”.
Le agenzie di rating assegnarono voti massimi a un altro affare marcio con un SIV basato su un subprime, chiamato Rhinebridge. Sia gli investimenti Rhinebridge che Cheyne alla fine fallirono insieme ad altri affari subprime.
Nonostante l’implosione dell’economia statunitense, causata dai voti alti conferiti a questi cattivi affari, il sistema rimane sostanzialmente invariato.
“Quello che è accaduto alle agenzie di rating durante la crisi finanziaria, e quello che probabilmente ancora accade all’interno delle loro mura, è un fenomeno vecchio quanto il business stesso”, scrive Taibbi. “Potendo scegliere tra soldi e integrità, scelgono i soldi”.

Alex Kane
Fonte: Alternet.org
Link: http://www.alternet.org/economy/financial-ratings-agencies-were-complicit-2008-economic-crash
Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di FRANCESCA DE LUCA

IL TAGLIO DEL RATING Disoccupati e banche, incubo Pil (il declassamento di Fitch)

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Fatto Quotidiano 9/03/2013 Stefano Feltri attualità

Se voleva rassicurare non ci è riuscito del tutto. Il ministro dell’E- conomia Vittorio Grilli commenta il taglio del rating sul debito pubblico, deciso venerdì dall’agenzia Fitch, e dice: “Il Tesoro farà di tutto per mettere in sicurezza il nostro Paese”. Fitch ha ridotto il giudizio di affidabilità dell’Italia da A- a BBB+ per tre ragioni: lo stallo dopo le elezioni, la recessione è “una delle più gravi in Europa”, la ri- duzione del Pil che farà saltare gli obiettivi di bilancio (tutti in percen- tuale sul Pil, tipo il debito che arriverà al 130 per cento nel 2013) e perché un governo debole non riuscirà ad affrontare questo disastro. COME SEMPRE le agenzie di rating hanno un doppio ruolo: sono il termometro che misura la febbre dell’economia ma, misurandola, possono aggravarla. Secondo le analisi che si fanno in queste ore nelle banche d’affari, iltaglio del rating sveglierà un po’i mercati che osservano inebetiti l’Italia paralizzata dal voto. E quindi da lunedì ci si può attenere un po’ di ri- percussioni su spread e Borsa, anche Più che il termometro, il problema è però la febbre. Se ha ragione Fitch e nel 2013 il Pil crollerà dell’1,8 per cento, quasi il doppio di quanto previsto dalla Banca d’Italia, saranno guai seri. Dal la- to dei conti pubblici, il problema è il solito: le stime del governo sono ferme a -0,4, adattare a -1,8 o almeno a -1,5 significa rimettere in discussione i saldi preventivati (cioè accettare un deficit più alto). E se non si ottiene prima una deroga dall’Europa, si rischiano basto- nate dai creditori che ci vedranno come inadempienti e inaffidabili, dunque in- capaci di gestire un debito al 130 per cento del Pil. Ma di fare nuove manovre non se ne parla: anche i nostri creditori si preoccuperebbero, altri tagli e tasse (non scordiamoci che a luglio l’Iva salirà ancora) darebbero il colpo di grazia alla moribonda economia italiana. L’UNICA SPERANZA è che in Europa il timido ravvedimento delle istituzioni e dell’asse del rigore diventi un vero cambio di linea: non si possono snaturare vincoli codificati in trattati, regolamen- ti e direttive. Ma si possono approvare “pacchetti”di misure su giovani, occupazione, imprese che permettano di annacquare i tetti a debito e deficit. Nel caso dell’Italia il tema più urgente è quello dei pagamenti arretrati alle im- prese fornitrici della Pubblica amministrazione, tra i 70 e i 90 miliardi: bi- sogna pagarle emettendo debito pub- blico che però non non venga però con- teggiato ai fini dei parametri europei. Se ne parlerà al Consi- glio europeo di giovedì e venerdì, in cui l’Italia sa- rà sotto osservazione particolare. Ci sarà ancora Mario Monti, un po’ indebolito dalla campagna elettorale, e spetterà a lui convincere partner a dare fiducia a un Paese in confusione. I lenti tempi della politica sono diversi da quelli dell’economia. Se il Pil andrà a -1,8,sarà una catastrofe. I disoccupati sono già tre milioni, per fortuna la caduta del Pil negli anni della crisi non si è tradotta immediatamente dal lato dell’occupazione. Ma come nota l’Istat ogni mese la tendenza è preoc- cupante, anche chi non cercava lavoro ora ha finito i risparmi e ha bisogno di un reddito. Che non trova: per la Com- missione europea la disoccupazione nel 2013 arriverà al 12 per cento, 700 mila disoccupati in più in due anni. IL PROTRARSI della recessione mette a rischio anche il sistema bancario: a gennaio 2013 le sofferenze, cioè i pre- stiti che forse non saranno rimbor- sati, nei bilanci delle banche italiane erano 95,9 miliardi, calcola Bankitalia, il grosso nell’industria (24,5 miliardi) e nelle costruzioni (22,5). Sen- za ripresa e con una recessione più grave, quei soldi difficilmente torneranno indietro e le banche daranno sempre meno credito. E tutti quelli che tifano per una richiesta di aiuti internazionale avranno sempre più argomenti: un intervento di Bce e Fondo monetario per dare prestiti al- lo Stato e ripulire i bilanci delle banche. In cambio della rinuncia totale alla sovranità nazionale. Il prossimo governo avrà il suo bel da fare.

NUOVO ORDINE MONDIALE SOTTO INCHIESTA – LA PROCURA DI NEW YORK COME TRANI: APERTO UN FASCICOLO DI INDAGINE SULLE TRE AGENZIE DI RATING – IL PROCURATORE GENERALE ERIC SCHEIDERMAN HA INVIATO MANDATI A STANDARD & POOR’S E RICHIESTO FORMALMENTE INFORMAZIONI A MOODY’S – IL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA E ALCUNI STATI VALUTANO AZIONI LEGALI PER FRODE AGLI INVESTITORI…

corel
Fonte Dagospia.com 8/02/2013 attualità
da Repubblica.it

standard & poor’s
Il procuratore generale di New York, Eric Scheiderman, avvia un’indagine sulla condotta delle tre maggiori agenzie di rating. Lo riporta il Wall Street Journal, citando alcune fonti secondo le quali in settimana Scheiderman ha inviato mandati a Standard & Poor’s e richiesto formalmente informazioni a Moody’s e Standard & Poor’s per esaminare i rating che hanno emesso durante la crisi. Non è chiaro – afferma il Wall Street Journal – se Scheiderman sarà in grado di procedere con un’azione legale.

ERIC SCHNEIDERMAN Intanto l’amministrazione Obama è pronta ad agire anche nei confronti di Moody’s. Dopo l’azione legale avviata nei confronti di Standard & Poor’s, il Dipartimento di Giustizia e diversi stati americani stanno valutando la possibilità di un’analoga causa per frode agli investitori anche nei confronti dell’altro colosso del rating, Moody’s.

logo moody Secondo le indiscrezioni riportate dalla Reuters, ci potrebbe volere comunque del tempo prima di un’azione: le autorità americane intendono prima accertarsi di come l’azione legale nei contro Standard & Poor’s evolverà in tribunale

La finta guerra di Usa e Ue alla troika delle pagellee ora torna la finanza tossica Addio riforme contro lo strapotere di Moody’s, S&P e Fitch


La Repubblica 14//07/2012 FEDERICO RAMPINI Attualità
“Le agenzie di rating furono tra i carburanti della crisi nel 2008 e possiamo chiederci se non facciano lo stesso oggi”. Sono parole di Christian Noyer,
governatore della Banca di Francia. Non solo nell’eurozona stremata dai declassamenti sovrani, ma anche negli Stati Uniti le Tre Signore dei rating sono sotto tiro. Le hanno definite “il più strano ibrido del capitalismo finanziario”: sono società private, svolgono la loro attività a scopo di profitto, ma di fatto occupano un ruolo di regolatrici dei mercati. Questo accade perché vaste categorie di investitori istituzionali — tanto più se tenuti a comportamenti prudenti, come i fondi pensione — devono per legge o per statuto acquistare solo titoli che abbiano un rating o “voto” elevato a tutela del loro valore e della loro solvibilità. Conflitti d’interessi strutturali; errori macroscopici; sospetti di comportamenti illeciti: tutto ciò ha spinto sia le autorità americane che quelle europee a promettere cambiamenti. In due direzioni. Da una parte un controllo più stringente sulle agenzie di rating. Dall’altra una riduzione degli ambiti in cui si esercita il loro potere (immenso). Sulle agenzie di rating si è svolta una battaglia spesso nascosta, di cui i cittadini sono all’oscuro, nonostante che dall’esito di questa battaglia possa dipendere la stabilità dei loro risparmi, e perfino il “segno” sociale della politica economica di tanti governi. Ma i propositi riformatori sono rimasti spesso sulla carta. Intanto torna a imperversare la “finanza tossica”, i derivati fanno nuovi danni, come se il 2008 fosse accaduto invano.

Scandali e inchieste
In corso class action contro le due big
per aver alimentato il disastro mutui

TRA gli incidenti più misteriosi – su cui indaga la magistratura di Parigi – c’è il “falso downgrading” della Francia, una notizia errata, trapelata il 10 novembre 2011 dagli uffici della S&P, suscitando in pochi minuti oscillazioni isteriche sui mercati. Chi ha guadagnato dalle agitazioni speculative che seguirono quell’infortunio – o presunto tale – della più grande agenzia di rating mondiale? Perché S&P non ha dovuto pagare risarcimenti? Sotto l’Amministrazione Obama il dipartimento di Giustizia ha aperto un’indagine su S&P, per far luce sui “rating impropri” assegnati ai bond legati a mutui immobiliari. I procuratori federali formulano accuse pesanti: certi analisti di S&P volevano assegnare dei voti bassi ad alcuni titoli della finanza tossica, ma i loro pareri furono ignorati per l’intervento di dirigenti superiori “nell’interesse del business”. Nel settembre 2011 la Sec pubblicava un rapporto duro con le agenzie di rating. Ecco alcune delle rivelazioni. In una delle maggiori agenzie, a dare le pagelle sulla solvibilità di una società era un analista che era azionista della società stessa. Un’altra agenzia comunicò in anteprima ad “amici intimi” un imminente cambio dei suoi voti: insider trading. Una terza è stata colta in fallo perché i suoi rating venivano assegnati senza seguire le regole che lei stessa si era data. E’ in corso una class-action contro S&P e Moody’s, promossa per ottenere risarcimenti agli investitori nei mutui subprime.

Le nuove regole americane
Un’authority fantasma e senza soldi per l’ostruzionismo dei repubblicani

NELLA grande riforma dei mercati promossa da Obama, e approvata dal Congresso con il nome di legge Dodd-Frank (i due parlamentari firmatari), c’è di che ridimensionare e disciplinare il potere delle agenzie. Almeno in teoria. La Sec, che oltre a vigilare sulla Borsa è diventata l’authority di controllo sulle agenzie, ha deciso di ridurre il ricorso ai rating in molti dei suoi regolamenti. Ha promesso di elaborare dei metodi sostitutivi per chi voglia investire in modo trasparente sfuggendo alla “dittatura dei rating”. La Dodd-Frank allarga il campo della responsabilità civile, per facilitare gli investitori che vogliano rivalersi sulle agenzie. Infine è stato creato l’apposito Office of Credit Ratings, destinato a diventare il “cane da guardia” che starà alle calcagna delle Signore dei rating. Il problema è che questa nuova authority resta una fantasma. Mancano i fondi per farla funzionare. Guarda caso, il suo finanziamento è bloccato al Congresso dall’ostruzionismo del partito repubblicano. Il metodo è classico, lo hanno seguito tutte le lobby della finanza: oltre a battersi apertamente contro la riforma Obama, hanno operato “trasversalmente” per sospendere le nomine e negare le risorse finanziarie alle authority già esistenti o a quelle di nuova creazione. «E’ la rivincita delle agenzie di rating», titolava il New York Times nell’agosto del 2011. Poco è mutato da allora.

Il ritorno dei derivati
Nessun limite al loro strapotere
solo l’India li ha messi al bando
COME nella “Notte dei morti viventi”: stanno rinascendo gli zombi. E’ di ieri la nuova rivelazione della JP Morgan Chase, la più grande banca americana e mondiale: è salito a 5,8 miliardi di dollari il “buco” creato nel suo bilancio dalle speculazioni sui derivati. Tutta colpa dell’ufficio di Londra a cui la JP Morgan Chase aveva dato carta bianca per tornare ad assumere rischi immensi nella finanza derivata. Poche e confuse, le spiegazioni fornite dal chief executive Jamie Dimon, che continua a parlare genericamente di un «trading fatto male». Nonostante i danni fatti nel 2008 dai credit default swaps — titoli derivati che si presentano come polizze assicurative contro il default di questo o quel debitore, privato o sovrano — gli stessi strumenti continuano ad essere utilizzati. Difficile non cogliere l’aspetto schizoide o bipolare della finanza: da una parte gli investitori sono severi, talvolta spietati con Stati che non appaiono degni di fiducia; d’altra parte colossi bancari e hedge fund continuano a investire in titoli ad altissimo rischio come i derivati. L’India è l’unica grande nazione che ha messo al bando la finanza derivata dalla sua Borsa. La Tobin Tax continuamente riproposta da alcuni governi europei potrebbe essere il “granello di sabbia” che inceppa gli ingranaggi della finanza ad alto rischio? Più probabilmente si sposterebbe altrove, visto che la più grande piazza finanziaria europea (Londra) si è già chiamata fuori.

Le minacce europee Il “trio” sempre riconosciuto dalla Bcee dalla Ue finti ultimatum e secessioni


Repubblica redazione 14/07/2012 attualità
L’UNIONE europea è stata perfino più contraddittoria. Ancor più dell’Amministrazione Obama, gli europei hanno minacciato fuoco e fiamme, annunciando una vera e propria “secessione” dall’universo dei rating. Salvo cambiare poco, e ancora più lentamente di quanto sia stato fatto negli Stati Uniti. Per esempio, è solo il 21 giugno che il Board della Bce ha avviato un “rilassamento” delle regole sui titoli che le banche spagnole possono depositare in garanzia. Fino a quel momento, dunque, la Bce era la prima a convalidare il potere dei rating: accettava cioè come titoli “collaterali” solo quelli con un rating elevato. Rating basso = niente aiuti dalla Bce. Ora la Bce annuncia «future decisioni per allentare il ruolo delle agenzie». Commissione Ue, Europarlamento, continuano a discutere sui possibili “limiti” all’applicazione dei rating sovrani. La European Securities Markets Authority, nata da due anni, ha avviato un’ispezione sulle Tre Sorelle dopo il massiccio downgrading di 15 mega-banche (incluse Deutsche Bank, Bnp, Agricole) per «verificare se un tale declassamento collettivo sia il frutto di analisi adeguate». La debolezza degli europei sta nella loro credibilità. L’ardore con cui attaccano le agenzie è proporzionale alla durezza dei giudizi sui loro bilanci pubblici. Gli investitori si fiderebbero di un “voto politico”, emesso da una futura agenzia di rating che fosse l’emanazione dei nostri governi?

Inchiesta Trani, pm: “Standard &; Poor’s mirava a destabilizzare l’Italia”


La procura chiude le indagini sull’agenzia di rating. Cinque le persone coinvolte con l’accusa di manipolazione di mercato continuata e pluriaggravata. “Fornivano intenzionalmente ai mercati un’informazione falsa in merito all’affidabilità creditizia italiana, in modo da disincentivare l’acquisto di Btp e deprezzarne il valore”

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 31 maggio 2012
Aver messo in atto “una serie di artifici concretamente idonei a provocare” tra l’altro “una destabilizzazione dell’immagine, prestigio e affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari”. Con queste parole i magistrati di Trani hanno notificato ieri a Milano l’avviso di conclusione delle indagini ai vertici di Standard&Poor’s. Non solo. Perché l’accusa dei pm all’agenzia di rating americana è anche quella di aver utilizzato, in fase di elaborazione dei rating dell’Italia, “analisti (non identificati) inesperti e incompetenti” nonché comunicazioni ai mercati fatte non “in maniera ‘tempestiva’, bensì in maniera ‘selettiva e mirata’ in relazione ai momento di maggiore criticità della situazione politica economica italiana.

L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Michele Ruggiero della procura di Trani, ipotizza il reato di manipolazione di mercato continuata e pluriaggravata a carico di cinque persone: il presidente di Standard & Poor’s financial service Deven Sharma, il managing director del rating di Londra Yann Le Pallec, Eileen Zhang (di S&P Europe); Frankiln Crawford Gill e Moritz Kraemer della direzione europea del rating sui debiti sovrani. Secondo i magistrati queste persone, in posizione apicale dell’agenzia, “attraverso descritti artifici, a carattere informativo – costituenti condotte solo in apparenza lecite, ma effettivamente illecite per come combinate fra loro, con modalità e tempi accuratamente pianificati – fornivano intenzionalmente ai mercati finanziari, quindi agli investitori, un’informazione tendenziosa e distorta (come tale anche “falsata”) in merito all’affidabilità creditizia italiana ed alle iniziative di risanamento e rilancio economico adottate dal governo italiano, per modo di disincentivare l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano e deprezzarne, così, il valore”.

Nell’avviso di chiusura indagini, il pm Ruggiero ricostruisce i fatti, attraverso quattro diverse date, contestualizzando i report dell’agenzia e gli effetti avuti sul mercato. E contesta le aggravanti: la “rilevante offensività giacché commessi in danno dello Stato sovrano italiano” e l’ aver “cagionato alla Repubblica Italiana un danno patrimoniale di rilevantissima gravità”.

Tutto nasce da un esposto-denuncia dei presidenti di due associazioni dei consumatori, Elio Lannutti, di Adusbef, e Rosario Trefiletti, di Federconsumatori, che, dopo aver ringraziato il magistrato, annunciano da subito che si costituiranno parte civile “a nome di migliaia di risparmiatori frodati”. “E’ stata una indagine laboriosa – dice il pm Ruggiero – perché abbiamo dovuto rileggere tutti gli episodi che erano legati in pratica alle tappe dei pronunciamenti di S&P sull’Italia. L’indagine – aggiunge – svela cosa c’è dietro”. E questo ha portato anche a un cambiamento del reato. “L’ imputazione – spiega Ruggiero – è stata comunque rivoluzionata perché prima si parlava di notizie false, non vere, ora si parla di questioni molto, ma molto più gravi”.

Nell’avviso di conclusione delle indagini si fa riferimento a quattro date chiave (venerdì 20 maggio 2011, venerdì 1 luglio 2011, lunedì 5 dicembre 2011 e venerdì 13 gennaio 2012) contestualizzando i report dell’agenzia e gli effetti avuti sul mercato. L’accusa è quella di “aver posto in essere una serie di artifici” tanto nell’elaborazione quanto nella diffusione delle comunicazioni. Dall’avviso di conclusione delle indagini i difensori degli indagati hanno venti giorni di tempo per presentare memorie o chiedere supplementi di indagine. Con la chiusura di questo ramo dell’inchiesta, rimangono ancora aperte le indagini che vedono coinvolte le altre due altre società di rating, Moody’s e Fitch.

A gennaio la Guardia di finanza aveva perquisito gli uffici milanesi di S&P e Fitch<a per acquisire documenti in relazione ai report negativi per l’Italia, diffusi tra maggio e luglio scorsi.

“Riteniamo che le accuse riportate siano prive di ogni fondamento e non supportate da alcuna prova. Continueremo a difendere strenuamente le nostre azioni e la reputazione della società e delle nostre persone”, hanno commentato in una nota i legali di S&P

“Il Grande Capitale vuole il bis” (Massimo Giannini).

Redazione
Tutti premono su Monti chi spera che nel paese ci sia maggiore equità che come piazza affari di continuare a fare come sempre speculare vendere titoli in ribasso.
Probabilmente stretto tra i conti Italiani il perlamento e le richieste dell’Europa Monti non ha il consenso necessario di agire, se le sue sono intenzioni di un governo politico europeo e probabile che presto passerano le normative già applicate in altri paesi dell’Unione altrimenti le banche e Wall Strett avranno il sopravvento.

“Il Grande Capitale vuole il bis” (Massimo Giannini)..

Moody’s declassa l’economia europea e lo spread torna a quota 400 punti base


redazione
Ritornano alla carica i signori del rating sono agenzie che lavorano in quasi totale regime di monopolio avendo circa il 95% dei giudizi.I fatti capitati negli ultimi mesi hanno riportato alla ribalta il dibattito sul rating, sul ruolo delle agenzie e sulle connessioni sottocutanee tra i vari operatori. L’ombra è molto buia, ma non è impossibile gettarvi un po’ di luce
Fatto quotidiano.it

15/02/2012
L’agenzia di rating statunitense ha revisionato il giudizio a 114 banche del vecchio continente. 24 sono italiane. Downgrade anche per Poste, Eni, Unipol, Assicurazioni Generali e diversi enti locali. E la Bce rivede al ribasso le stime di crescita del Pil nell’area euro
L’agenzia di rating Moody’s declassa 114 gruppi bancari europei in 16 Paesi diversi “a causa delle difficoltà economiche in Europa e della crisi del debito sovrano”. E lo spread tra Btp e bund tedesco che ha aperto a 387,84 punti e ha toccato un picco a 409,96 punti in mattinata, torna sotto quota 400. Il differenziale, infatti, attualmente si colloca a 396 punti. Le banche interessate dell’abbassamento del rating dell’agenzia statunitense sono 24. A queste si aggiungono 21 banche spagnole, 8 austriache, 10 istituti francesi, 7 tedeschi, 8 danesi, 6 portoghesi, 9 britannici, 5 svedesi, 4 sloveni, 2 svizzeri e una banca per Belgio, Finlandia, Lussemburgo e Norvegia. E la revisione del giudizio di Moody’s, sul nostro paese, colpisce anche Assicurazioni Generali, declassata da A1 ad Aa3, Unipol e Poste portate da A2 ad A3 ed Eni da A1 ad A2.

Le valutazioni negative riguardano anche alcuni enti locali italiani. Nel mirino sono finite la regione Lombardia, Toscana, Umbria e Veneto che subiscono un downgrade. La valutazione a lungo termine di Moody’s scende di un posto per Lombardia (A1), per la città e la provincia di Milano (A2), per la città di Firenze (BAA1), la provincia di Firenze e la regione Toscana (A3), la provincia di Torino (A2), la Regione Umbria (A3), il Veneto e la città di Venezia (A3).

E brutte notizie arrivano anche dalla Banca centrale europea che rivede al ribasso le aspettative di crescita del Pil nell’area euro: secondo le stime del ‘Suvey of Professional Forecasters’ pubblicate sul bollettino Bce, il pil nel 2012 dovrebbe registrare un calo dello 0,1% contro il +0,8% stimato in precedenza e nel 2013 una crescita dell’1,1%, contro la precedente stima dell’1,6%. Mentre le aspettative per il tasso di disoccupazione dovrebbero attestarsi al 10,6% nel 2012 e nel 2013 contro il +10% stimato in precedenza per quest’anno e 9,7% per l’anno prossimo. Per la Bce, quindi, la ripresa economica non potrà che essere “molto graduale” ed avverrà solo se saranno attuate “una combinazione di riforme strutturali e di rispetto delle discipline di bilancio”.

Dopo un avvio in calo per Piazza Affari dell’1,36% prosegue l’andamento negativo della borse italiana che segna perdite superiori al un punto e mezzo percentuale. E in rosso restano tutte le borse europee: Londra scende dello 0,64%. Giù dell’1,04% Francoforte e dello 0,56% Parigi. Madrid perde il 2,4% e Atene del 3%. Il tutto nonostante sia Francia che Spagna abbiano collocato i loro bond. Parigi ha posizionato 8,45 miliardi di bond con scadenza a 2, 3 e 5 anni. Madrid ha collocato titoli di stato a 3 e a 7 anni per un totale di 4,074 miliardi di euro, registrando tassi in calo in due aste su tre.

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