#picciottostaisereno (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/05/2014 .Marco Travaglio attualità

Massima solidarieta agli elettori del Pd, dal Piemonte alla Sicilia. In Piemonte, che oltre a mandare alla Regione l’ex sindaco ed ex banchiere Sergio Chiamparino e in Europa Alessia Mosca (tecnicamente: effetti collaterali), essi dovranno avallare un’opera pubblica faraonica, mostruosa, inutile, inquinante da 20-25 miliardi: il Tav Torino-Lione (per sole merci, gia oggi insufficienti a coprire la capienza della ferrovia esistente). Nelle isole, gli elettori del Pd sono ancora piu sfortunati, soprattutto a quelli dotati di buona memoria storica e dunque legati all’eredita berlingueriana.

Il 6 giugno 1984, cinque giorni prima di morire e 11 giorni prima delle elezioni europee, Enrico Berlinguer sintetizzo cosi la missione del suo Pci: “Dobbiamo portare in Europa l’immagine e la realta di un Paese che non sia caratterizzato dalla P2, dalle tangenti, dall’evasione fiscale e dall’iniquita sociale qual e quella che si e vista col decreto che taglia i salari, per portare invece nella Comunita europea il volto di un Paese piu pulito, piu democratico, piu giusto”. Quanto alla P2, Cicchitto sostiene ufficialmente il governo Renzi e B. e coautore della riforma costituzionale. Quanto alle tangenti, basta la parola: Greganti. Quanto all’evasione, l’unico candidato sardo e Renato Soru, che ha gia dovuto ammettere (e restituire all’Agenzia delle Entrate) 7 milioni sottratti al fisco (la stessa somma per cui e stato condannato B.) e mercoledi comparira in tribunale – fresco eurodeputato – per rispondere delle ricadute penali. Poi c’e la trattativa Stato-mafia, che Berlinguer non cito solo perche non era ancora cominciata e forse non poteva neppure immaginarla: lui che, durante il sequestro Moro, s’era battuto contro la trattativa Stato-Br (caldeggiata da Craxi e mezza Dc). Ora il Pd candida, proprio in Sicilia, il professor Giovanni Fiandaca, e proprio perche ha appena scritto un libro che giustifica la trattativa Stato-mafia. Il veterano dei corazzieri Emanuele Macaluso, sul Foglio , chiede a Renzi “la sua adesione esplicita alle tesi e al garantismo di Fiandaca” (voluto dai cuperliani siculi e sostenuto dal capataz renziano, l’inquisito Faraone) per dare “al governo e al partito il primo importante segnale di svolta in materia di giustizia”. E cioe che “la lotta alla mafia dev’essere condotta con le leggi e con le regole previste dallo stato di diritto”. Finora infatti e stata condotta violando le leggi e le regole dello stato di diritto, a colpi di tortura e forse di garrota. Urge “il ritorno a Sciascia e alla sua lungimiranza”: quella lungimiranza che porto il grande scrittore a prendere una ciclopica cantonata, attaccando Borsellino e la sua promozione a procuratore di Marsala, che pareva preludere a quella di Falcone alla Procura di Palermo, nel famigerato articolo sul Corriere contro i “professionisti dell’antimafia”. Macaluso, non contento dell’incredibile candidatura di Fiandaca, vorrebbe che Renzi alzasse la voce (peraltro all’unisono con quella di Riina) contro Nino Di Matteo e gli altri pm del processo Trattativa. Poi, se resta tempo, il premier dovrebbe sposare anche la “tesi di Fiandaca”: e cioe che, quando la mafia comincia a mettere le bombe, lo Stato anziche combatterla deve genuflettersi e trattare, “in stato di necessita” e naturalmente “a fin di bene”. Si spera che il Lodo Macaluso-Fiandaca valga, per coerenza, anche nella lotta ai terroristi e ai sequestratori: se compiono o minacciano stragi, o rapiscono qualcuno, per combatterli meglio bisogna trattare con loro. Ora, si da il caso che una legge italiana proibisca ai familiari dei sequestrati di pagare il riscatto e preveda addirittura il sequestro dei loro beni. Una legge che inspiegabilmente (almeno per i Macaluso e i Fiandaca) stronco dopo decenni la piaga endemica dei sequestri di persona. Ecco dunque la svolta garantista tanto attesa per la riforma della giustizia: trattare con i terroristi e con la criminalita organizzata, pagare i riscatti, insomma calarsi le brache. Il tutto, si capisce, nel nome di Berlinguer. Le mafie stanno gia tremando

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Cassa integrazione, Cgil: “500 mila lavoratoti hanno perso 2.600 euro”

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Da gennaio ad aprile 2014 sono state autorizzate alle imprese oltre 350 milioni di ore di cig, svaniti in totale 1,3 miliardi di euro di reddito
Fonte di Redazione Il Fatto Quotidiano | 24 maggio 2014 attualità
Tra gennaio e aprile 2014 i lavoratori in cassa integrazione hanno perso nel complesso redditi per 1,3 miliardi. Se si scende nel dettaglio, significa che, in media, i 510 mila lavoratori in cassa a zero ore hanno perso 2.600 euro a testa. Il dato è riportato dalla Cgil, con riferimento ai 351 milioni di ore di cassa autorizzate dall’Inps nei primi quattro mesi del 2014.

Ad aprile sono stati autorizzati alle aziende 86,8 milioni di ore di cassa. Le ore di cassa nel mese sono diminuite del 13,3% rispetto a marzo, e del 13,2% rispetto ad aprile 2013. Ma mentre si è registrato un calo consistente della cassa ordinaria, sono aumentate le richieste della cig straordinaria. “La crescita esponenziale della cassa integrazione straordinaria – afferma il segretario confederale della Cgil Elena Lattuada – segnala la permanenza di un livello strutturale della crisi, economica e produttiva. Nello specifico preoccupa enormemente la situazione in cui versano alcuni settori e aree del paese, siderurgia ed edilizia in primis, realtà diverse tra loro ma accomunate da una generale sottovalutazione dello stato di crisi in cui versano”.

La Cgil – che torna a chiedere con urgenza il rifinanziamento della cassa in deroga – ricorda che ad aprile a fronte di 86,8 milioni di ore di cassa nel complesso, la cig ordinaria diminuisce del 17,71% su marzo (a 22,5 milioni di ore) mentre la straordinaria con 46,9 milioni di ore aumenta del 3,2%. Diminuisce anche la cassa in deroga (-36,33% su marzo con 17,3 milioni di ore).

Nel primo quadrimestre dell’anno sono stati autorizzati alle imprese oltre 351 milioni di ore di cassa (-4,44% sullo stesso periodo del 2013). Nel periodo è diminuita la cig ordinaria (-27,08%) mentre è aumentata la richiesta per la cassa straordinaria (+18,16%). La cassa integrazione in deroga tra gennaio e aprile è diminuita dell’8,3% sullo stesso periodo del 2013.

Ad aprile, considerando un ricorso medio alla cig, pari cioè al 50% del tempo lavorabile globale (9 settimane), sono coinvolti 1.022.078 lavoratori in cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga. Se invece si considerano i lavoratori equivalenti a zero ore, pari a 17 settimane lavorative, si determina un’assenza completa dall’attività produttiva per 511.039 lavoratori, di cui 250 mila in cassa integrazione straordinaria e 115 mila in quella ordinaria.

FIERO DI ESSERE POPULISTA

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Preso a Altrainformazione.it Fonte ilribelle.com di Alessio Mannino attualità
Che paura, il populismo. Re Giorgio, essendo re e non solo presidente della repubblica, ha invitato gli italiani a recarsi alle urne per sconfiggere «i populismi». Soltanto ventiquattr’ore prima aveva detto che non sarebbe entrato a gamba tesa nel dibattito politico, cosa che per altro fa da almeno tre anni facendo e disfacendo governi sulla testa degli elettori, che devono “ubbidir votando” e cuccarsi i Monti, i Letta e i Renzi per volontà sua, di Sua Maestà quirinalizia.
Ma cos’è, questo populismo? E’ il socialismo rurale nella Russia della seconda metà dell’Ottocento: non direi, è leggermente datato, ci ha pensato Lenin buonanima a seppellirlo con le sue aristocrazie proletarie. E’ il coevo People’s Party statunitense degli Stati centrali e agricoli: neanche questo, di recente negli Usa è stato affibbiato il marchio al Tea Party reo di costituire una destra non allineata ai grandi interessi finanziari. E’ il movimento argentino fondato dal simpatizzante fascista Peron e reso quasi mainstream da sua moglie Evita: la coppia Kirchner che ne è la replica degli anni 2000 è denominata così perché ha ripudiato il liberismo eterodiretto dall’Fmi restituendo sovranità al paese.
E’ il ventennio berlusconiano in Italia fondato sulla concentrazione del potere mediatico e sul suo uso e abuso dell’immaginario (la “massaia” del qualunquista Mike Buongiorno, gli yuppies, il mito del benessere e del successo): nemmeno, con Berlusconi siamo all’illusione pura che malcela i propri affari e gli affari propri, che è quanto di più terra terra esista sulla faccia della Terra.
Lasciamo perdere la Storia, che non è magistra vitae di niente per il semplice fatto che non viene studiata. Il termine è una di quelle parole manipolate, vilipese, stirate e stiracchiate, interpretate in mille modi a seconda di come faccia comodo. I politologi liberali, spacciati per seri e scientifici quando non sono che ideologizzati al cubo almeno quanto i loro sconfitti avversari marxisti, ne fanno un sinonimo di “demagogia”, cioè un consapevole raggiro del popolo per accaparrarsene il favore e conquistare il potere. In questo senso, oggi nell’Europa che si accinge a rinnovare la tribuna simbolica del parlamento di Bruxelles sono accusati di demagogia Grillo in Italia, Farage in Inghilterra, la Le Pen in Francia, solo per stare ai più famosi.
Populista sarebbe chi, in sostanza, si appella al popolo “buono” contro l’establishment “cattivo”. E rincorre tutti gli istinti, specialmente i più bassi, del popolaccio minuto e straccione, per definizione scontento. Messa infantilmente così, non è un’analisi: è una caricatura. Piena di snobismo e orrore per l’incolto e l’inclita, per chi non ha studiato, per la gente supposta non solo ignorante, ma anche stupida, animalesca, irresponsabile, anche un pochino brutta a vedersi. Diciamo pure repellente, con quel sudore che le cola sulla fronte e quelle manacce sporche di lavoro. Con quella sua inspiegabile incapacità di comprendere che se viene spremuta di tasse e subissata di obblighi internazionali, è per il suo bene. Bifolchi ingrati, questi uomini e queste donne della strada: invece di portare gioiosamente il fardello e rendere grazie all’Euro, al rigore, ai mercati, all’economia padrona e ai partiti suoi servitori, s’incarogniscono pure, gli screanzati. Hanno la faccia tosta di credersi nel giusto e nutrire un radicato senso di vomito per politici, banchieri, grand’industriali, gazzettieri, camerieri e comari che se la cantano e se la suonano e intanto arraffano, spartiscono, carriereggiano e puttaneggiano. Col consenso di chi dà loro credito, che è ancora un parte consistente, benché sempre più minoritaria, dello schifatissimo “popolo”.
Ma gli altolocati non sopportano l’idea che esista una fetta altrettanto rilevante di popolino che la fiducia in loro l’ha persa e si rifugia nell’astensione o, crimine dei crimini, nel voto alle forze “populiste”. Osano mettere in discussione la moneta unica delle banche, la sudditanza ai gangsters delle Borse, i sacri parametri del Pil e del deficit, perfino in qualche caso la stessa democrazia delegata ed elitaria. Sono pericolosi agenti del caos, distruttori e nichilisti, nemici della patria (“chi critica è disfattista”, ha detto un noto premier democratico in puro stile autoritario).
Populista, adesso, vuol dire una cosa sola: essere contro l’oligarchia al potere (la trojka finanza-politica-media) e per il popolo, inteso come cittadinanza di liberi e uguali, che il potere se lo riprende per rifondarlo sul principio di sovranità, diretta e senza autorità superiori. Il popolo è sovrano, no? Dunque il populismo è un diritto e un dovere.
Alessio Mannino
Fonte: http://www.ilribelle.com
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Renzinguer (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 24/05/2014.Marco Travaglio attualità

Nella sua esagitata campagna elettorale, Beppe Grillo almeno un risultato l’ha ottenuto: costringere Matteo Renzi a nominare – per la prima volta in vita sua, o quasi –Enrico Berlinguer. Il che dimostra uno dei tanti paradossi dei 5Stelle: volenti o nolenti (spesso a loro insaputa), svolgono la stessa funzione dei predatori in natura: migliorano le prede che vogliono cacciare, aiutandole dunque a sopravvivere. Come ricorda Scanzi nel suo blog, senza i 5Stelle in Parlamento col cavolo che il Pd avrebbe votato subito e col voto palese per la decadenza di B. e per l’arresto di Genovese (nel 1998-’99 avevano salvato persino Previti e Dell’Utri). Se poi Renzi fosse sincero fino in fondo, dovrebbe ammettere che, senza il terrore di Grillo, il Pd allora dalemian-lettian-bersaniano non gli avrebbe spianato la strada alla segreteria e poi al siluramento del governo Letta.

“Sciacquati la bocca quando parli di Berlinguer”, ha urlato giovedi il premier a Grillo da una piazza del Popolo semipiena o semivuota. E, se Grillo si fosse paragonato all’ultimo vero leader della sinistra italiana, da cui quasi tutto lo divide, si sarebbe meritato anche di peggio. La verita e che non l’ha fatto: anzi, ha precisato di avere tutt’altra storia, pero ha raccontato un fatto vero e facilmente verificabile. E cioe che l’avvocato Giuseppe Zupo, responsabile giustizia e legalita del Pci di Berlinguer (posto ora occupato dalla Morani e dalla Picierno, per dire l’evoluzione della specie), ha scritto una lettera a Grillo e rilasciato un’intervista a Micromega in cui riconosce ai 5Stelle il loro impegno sulla questione morale di Berlinguer abbandonata dai suoi presunti eredi. E allora chi dovrebbe sciacquarsi la bocca? Non abbiamo titoli per rispondere, ma per porre qualche domanda forse si. L’altro giorno abbiamo dato atto a Renzi di aver rinunciato, dimettendosi dall’azienda di famiglia, alla sua pensione privilegiata, nata da un trucchetto che e gia costato processi e condanne ad altri politici che l’avevano tentato e che il Fatto ha svelato in beata solitudine. Berlinguer si sarebbe fatto beccare con un simile sorcio in bocca? Berlinguer fu pubblicamente processato da Napolitano & miglioristi sfusi perche non voleva allearsi con Craxi (lo chiamava “il gangster”), e finche ebbe un respiro in gola denuncio l’inquinamento della P2: ve lo vedete mentre riceve il compare di Craxi, tessera P2 n. 1816, per concordare non solo la legge elettorale (mossa obbligata dopo il diniego di Grillo), ma anche la riforma della Costituzione? Ve l’immaginate che risponde a B. “del presidenzialismo se ne puo parlare?”. Ve lo figurate che governa col piduista Cicchitto? Che nomina un rinviato a giudizio vice-ministro dell’Interno e tre inquisiti sottosegretari? Che candida alle Europee imputati, inquisiti e (in Sicilia) il professor Fiandaca, noto giustificazionista della trattativa Stato-mafia? Che piazza Emma Marcegaglia, azionista e dirigente di un’azienda condannata per tangenti all’Eni, alla presidenza dell’Eni? Che si tiene nel partito Giancarlo Quagliotti, condannato con Greganti per una tangente Fiat sui rispettivi conti svizzeri, dunque braccio destro del sindaco renziano Fassino? Nel forum- intervista con il Fatto, abbiamo discusso con Renzi degli inquisiti in politica. La sua posizione, purtroppo, e la stessa di tutto il resto della vecchia casta: la presunzione di innocenza come scudo e alibi per non cacciare nessuno. Per Renzi non c’e alcuna differenza fra chi e indagato (o addirittura imputato) e chi non lo e: sono tutti gigli di campo, anche dopo il rinvio a giudizio, come se i magistrati si divertissero a inquisire e a mandare a processo la gente cosi, per sport, a casaccio. Per lui la differenza la fanno solo le condanne in Cassazione. Dunque, visti i tempi della giustizia, qualunque delinquente puo restare in politica e nelle istituzioni per dieci anni. Se, per dire, il suo vicino di casa fosse indagato o imputato o condannato (ma non definitivo) per pedofilia, Renzi gli affiderebbe serenamente i suoi figli quando si assenta da casa e attenderebbe la Cassazione per rivolgersi a qualcun altro. Ma qui non c’e neppure bisogno di scomodare la buonanima di Berlinguer, o di sciacquarsi la bocca: basta collegarla al cervello.

Ilva, morti amianto: condannati 27 ex dirigenti per omicidio e disastro

Primo grado di giudizio. Per l’ex vice presidente Fabio Riva, ora a Londra in attesa di estradizion sei anni di reclusione, pena maggiore rispetto a quella chiesta dalla procura. Tra i colpevoli anche Pietro Nardi, l’uomo che, secondo indiscrezioni, era candidato a diventare nuovo commissario straordinario dell’azienda al posto di Enrico Bondi. I familiari: “Sentenza storica”
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Fonte Redazione Il Fatto Quotidiano | 23 maggio 2014 attualità

Omicidio colposo plurimo e disastro. Sono i reati per i quali il tribunale di Taranto ha emesso 27 condanne nei confronti di altrettanti ex dirigenti dell’Ilva e della vecchia Italsider di Stato per la morte di 28 operai, deceduti per mesotelioma pleurico contratto per l’esposizione all’amianto presente nella fabbrica.

Condannati anche Giorgio Zappa, ex direttore generale di Finmeccanica (otto anni e sei mesi) e Francesco Chindemi già amministratore delegato della Lucchini (otto anni).

Sei anni di reclusione per Fabio Riva, l’ex vice presidente dell’omonimo gruppo che da tempo si trova a Londra in attesa di estradizione. Per l’imprenditore lombardo una pena addirittura maggiore rispetto a quella formulata dal sostituto procuratore Raffaele Graziano che aveva avanzato una richiesta di pena a quattro anni e sei mesi di carcere. Condannato a sei anni di reclusione anche l’ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, anche lui come Riva arrestato nell’ambito della maxi inchiesta “ambiente svenduto”. Non luogo a procedere, invece, per Emilio Riva, ex patron della fabbrica, deceduto lo scorso 30 aprile.

Tra le 27 condanne spunta anche il nome di Pietro Nardi, l’uomo che, secondo diverse indiscrezioni, era candidato a diventare il nuovo commissario straordinario dell’Ilva al posto di Enrico Bondi. Il giudice Simone Orazio lo ha riconosciuto colpevole della morte di 10 operai e del disastro colposo causato dall’omissione dolosa delle cautele. Le condanne nei confronti degli altri imputati, tutti ai vertici dello stabilimento siderurgico ionico tra il 1975 e il 1995, variano da un minimo di quattro anni a un massimo di nove anni e sei mesi. Le maggiori sono state inflitte ai dirigenti della vecchia Italsider. Bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per comprendere i criteri seguiti dal magistrato nella applicazione delle pene, ma appare altamente probabile che il giudice abbia ritenuto maggiormente responsabili i dirigenti che prima di altri sono venuti a conoscenza della pericolosità delle di fibre di amianto senza intervenire in modo adeguato per risolvere il problema. Il tribunale ha inoltre riconosciuto il risarcimento nei confronti dei familiari delle vittime e nei confronti dei sindacati Fiom e Uilm, costitutiti parte civile nel procedimento.

Nell’aula al termine della lettura del dispositivo è partito un applauso dei presenti. “Pur ribadendo– ha detto uscendo dall’aula il procuratore Franco Sebastio – che è solo una sentenza di primo grado e che in Italia vige la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, dobbiamo riconoscere che questa sentenza stabilisce quantomeno che la procura non ha commesso errori nella costruzione delle indagini”.

Soddisfazione è stata espressa dai familiari che hanno definito il verdetto “una sentenza storica” . “Questo lungo dibattimento – aveva spiegato il pm Graziano durante la sua requiesitoria – rappresenta uno spaccato della vita della comunità tarantina. È una vicenda che mostra le gravi violazioni avvenute in fabbrica in materia di sicurezza in fabbrica”. Una tesi confermata, quindi, anche dal tribunale e che arriva a poco meno di un mese dalla prima udienza preliminare del maxi processo all’Ilva, ma soprattutto che arriva quasi in contemporanea all’incontro tra Bondi e la famiglia Riva per la ricapitalizzazione. “Il prossimo 26 maggio faremo avere al commissario la nostra posizione” ha commentato all’esito dell’incontro Claudio Riva che poi ha aggiunto “Senza un futuro per l’Ilva penso ci sia poco futuro per l’Italia nella siderurgia”.
di Francesco Casula,

GAS, LE GRANDI OPERE INUTILI CHE PAGHEREMO CON LA BOLLETTA

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Fatto Quotidiano del 21/05/2014 di Ginfranco Picchio attualità

Quale imprenditore costruirebbe un mega hotel in una località in declino turistico e con incerte prospettive di ripresa? Probabilmente nessuno. Eccetto forse se i soldi non fossero suoi. Nel settore dell’energia qualcosa di simile potrebbe accadere davvero: nonostante i consumi gas in calo, tornati ai livelli del 2002, il governo è convinto della necessità di nuove infrastrutture di import. Anche a costo di farle pagare ai consumatori, per un onere che potrebbe raggiungere 350 milioni all’anno o più. Negli anni 2000, quasi tutte le grandi utility sognavano di costruire un gasdotto o un rigassificatore. Il mercato gas era una miniera d’oro per chi riusciva a entrare: domanda in crescita e prezzi alle stelle, complice il quasi-monopolio Eni. Importazioni indipendenti avrebbero offerto alti margini, ridotto un po’ i prezzi e aumentato la sicurezza delle forniture. Così nell’arco di poco tempo una quindicina di progetti di terminal per gas liquido (Gnl) e una manciata di nuovi tubi si sono accalcati sui tavoli dei ministeri. Il mondo dopo la crisi è diverso Dopo il 2008 però è cambiato tutto: la crisi e l’espansione delle fonti rinnovabili hanno fatto crollare i consumi. Un’offerta crescente si è river- sata su un mercato che la regolazione aveva reso più dinamico, falcidiando prezzi e margini. Di colpo, costruire un rigassificatore è apparso assai me- no attraente, viste le incertezze su come recuperare i costi di un investimento di cui non sembra più esserci bisogno. Eppure il governo indica tra le priorità energetiche la realizzazione di nuove infrastrutture per l’import, in particolare terminali per navi meta- niere. Illustrando in marzo al Senato il programma del suo dicastero, il ministro dello Sviluppo economico GIUSEPPE BONOMI Sanzione Consob per l’uomo che parlò troppo Adesso è consulente per gli aero- porti del ministro delle Infrastrut- ture Maurizio Lupi, ma nel novembre 2012 Giuseppe Bonomi era il presidente (in quota Lega Nord) della Sea, la società che gestisce Linate e Malpensa e il comune di Milano voleva a tutti i costi quotare in Borsa. Bonomi promise che la società, dopo la quotazione, avrebbe dato in dividendi il 70 per cento de- gli utili. Siccome però questa decisione non l’aveva mai presa nessuno, a un anno e mezzo di distanza la Consob ha multato la Sea. Sanzione poco più che simbolica, 5 mila euro, anche perché quella affermazione infondata non ha danneggiato nessuno. La quotazione della Sea fu infatti bloccata dalle prote- ste dell’azionista di minoranza, il fondo F2i guidato da Vito Gamberale. Il quale è stato poi denunciato dallo stesso Bonomi alla procura, con l’accusa di aggiotaggio, per aver contribuito a far saltare il collocamento in Borsa facendo uscire sui giornali notizie negative sull’andamento della società. Ii magistrati di Milano devono stabilire se quelle notizie fossero vere o false, cioè se abbiano danneggiato la Sea o salvato i risparmiatori. Per adesso la Consob punisce Bonomi, e segna un punto a favore di Gamberale. Federica Guidi ha evidenziato la ne- cessità di “rimuovere gli ostacoli allo sviluppo della nostra capacità di ri- gassificazione per beneficiare della rivoluzione dello shale gas”Usa (cioè il gas estratto dalle rocce). Un concetto ribadito al vertice G7 sull’energia di Roma. Più nei dettagli è entrato il vicemi- nistro, Claudio De Vincenti, annunciando l’emanazione a breve di un decreto della presidenza del Consiglio per le infrastrutture “strategiche”, ossia coerenti con la Strategia energetica (SEN) varata nel 2012 dal governo Monti. Opere, ha spiegato, per le quali “si prevederà la possibilità di recupero garantito (anche parziale), dei costi a carico del sistema”, ossia dei consumatori, “anche in caso di non pieno utilizzo”. Un principio che l’Italia è riuscita a far passare nella dichiarazione finale del G7: i costi di opere “necessarie per aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti, e che non possono essere costruite secondo le regole del mercato – vi si legge – potrebbero essere sostenuti attraverso quadri regolatori o attraverso il finanziamento pubblico”. Le bollette quindi ripagheranno ai proprietari una maggioranza dell’in- vestimento, si parla di circa due terzi, anche a impianto fermo. Il ministero dello Sviluppo ha stimato un extra-onere di circa 150 milioni/anno per un terminal da 8 miliardi di metri cubi all’anno in caso di com- pleto inutilizzo. Nella SEN si giudica necessario almeno un impianto di LA TASSA OCCULTA L’esecutivo ha imposto al G7 il principio che se i nuovi impianti restano inutilizzati verranno comunque remunerati: fino a 350 milioni di euro a carico degli italiani questa taglia, o due se non sarà realizzato il gasdotto Albania-Italia TAP. Se aggiungiamo il più piccolo OLT di Livorno, già realizzato ma a cui il ministero vuol comunque concedere il meccanismo (stima: 60 milioni all’anno), si sale a 210-360 milioni all’anno. Ma si potrebbe andare anche oltre: sul numero di impianti da realizzare, Guidi si è limitata a ricordare che attualmente quelli autorizzati sono tre. L’unico da 8 miliardi di metri cubi è Porto Empedocle di Enel, in Sicilia, che potrebbe usarlo per im- portare Gnl dagli Stati Uniti in base a un recente accordo. Gli altri due sono Gioia Tauro (12 miliardi di metri cubi), in Calabria, il cui principale socio con Iride è la Sorgenia della famiglia De Benedetti – alle prese con ben altri problemi di debito ma che potrebbe vendere ad altri – e Falconara della petrolifera Api, nelle Mar- che. Cattedrali nel deserto della bassa domanda Progetti che in base a una logica di mercato resterebbero nel cassetto ma che con un ritorno garantito per legge, che annulla gran parte del rischio d’impresa, tornano interessanti. La possibilità che restino cattedrali nel deserto è concreta: tra i rigassificatori esistenti, quello di Snam a Panigaglia (La Spezia) è a riposo da oltre un anno per i bassi consumi e perché il mercato spinge il gas naturale liquido in Asia dove il prezzo è più alto. Quello di Rovigo di Edison, Exxon e Qatargas viaggia al minimo consen- tito dai contratti e nessuno richiede la capacità non prenotata. Sorte toccata anche all’OLT, fermo dalla sua inaugurazione perché nessuna im- presa ne ha chiesto i servizi. È proprio necessario farne pagare di nuovi ai cittadini? “Dobbiamo scom- mettere che la domanda tornerà a crescere”, ha notato il ministro Guidi dopo il G7. Inoltre, secondo il ministero dello Sviluppo, le infrastrutture serviranno ad aumentare la sicurezza e ad “agganciare” la rivoluzione shale gas americano. Forse. Ma le incognite sono tante. Attualmente il gas naturale liquido degli Stati Uniti a non avrebbe mercato né in Italia né in Europa: troppo alto il prezzo per le depresse quotazioni nostrane. Ed è impossibile prevedere se in futuro potranno mai competere con quelle asiatiche. I consumi nel 2013 si sono attestati a 70 miliardi di metri cubi, sotto il livello del 2002. Un calo almeno in parte strutturale, perché con il boom di eolico e solare la domanda gas delle centrali non tornerà più quella di prima e molte industrie hanno ormai chiuso o delocalizzato. Per il 2023 Snam stima una domanda di 74 miliardi di metri cubi, inferiore a quella del 2003. Il vero obiettivo (forse) è la Russia Quanto alla sicurezza, l’attuale capa- cità di importazione annua supera già del 65per cento i consumi, il tasso di utilizzo di tubi e rigassificatori è appena il 54 per cento e su base giornaliera la somma tra capacità di im- port (329 milioni di metri cubi al giorno) e stoccaggi (al massimo 270 milioni di metri cubi) supera il record storico di domanda (465 mi- lioni di metri cubi) anche in caso di stop temporaneo del gas russo. Certo, altro discorso sarebbe se il governo avesse obiettivi davvero titanici: affrancarsi del tutto da Mosca e da Vladimir Putin per l’energia, ad esempio. O convertire a metano il trasporto nazionale. Allora servirebbero infrastrutture. L’esecutivo però non ha mai annunciato niente di simile. Anzi, proprio mentre vuole ridurre la nostra di- pendenza dal gas russo Roma ribadisce il sostegno al gasdotto South Stream. Che pur approdando in Austria anziché in Italia quella dipendenza la rafforzerà. Un bel mix di incertezze e contraddizioni. Troppe, verrebbe da dire, per ipotecare centinaia di milioni dei consumatori-

Ncd, Nuoco Centro Detenuti (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 22/05/2014. Marco Travaglio attualità
Ricordate Ncd, alias Nuovo Centro Destra, nato a novembre dalla scissione dei ministri Pdl che non volevano mollare le poltrone del governo Letta e infatti le conservarono nel governo Renzi? Alfano li battezzo con l’immortale definizione di “diversamente berlusconiani”, superata pero in umorismo da quella scalfariana di “nuova destra europea e repubblicana”. Bene, in meno di sei mesi di vita si sono affermati come la bad company di Forza Italia: infatti la sola caratteristica che li fa diversamente berlusconiani e che hanno collezionato qualche inquisito e detenuto piu dei berlusconiani. Pareva una missione impossibile, invece ce l’han fatta. Chapeau. Da Schifani indagato per mafia, a Gentile costretto a dimettersi da sottosegretario, a Formigoni rinviato a giudizio per corruzione, e’ tutto un florilegio.

L’ultimo della lista (la trovate a pag. 9) e’ Paolo Romano, presidente ex forzista del consiglio regionale di Campania, finito l’altroieri ai domiciliari per tentata concussione perche’ –scrive il giudice – “puntava a imporre i suoi favoriti agli incarichi di direttore sanitario e direttore amministrativo e procedeva con logiche di spartizione politica” all’Asl di Caserta. I motivi della cattura sono gli stessi della candidatura alle Europee: e con questi sistemi, nel Sud ma non solo, che si diventa signori delle tessere e si scalano le istituzioni. Per fatti simili, ma all’Asl di Benevento, Nunzia De Girolamo (ovviamente Ncd) fu indagata e si dimise da ministro dell’Agricoltura. Si dira: e’ solo indagato. Vero, ma Giuseppe Scopelliti ha una condanna a 6 anni in primo grado per abuso, e’ decaduto da governatore della Calabria, dunque e pure lui nelle liste europee di Ncd: il partito di Alfano che come leader candida il condannato e come responsabile del Viminale commissaria la Regione (e capeggia le forze dell’ordine che ogni tanto vanno ad arrestare uno dei suoi). Anziche tacere, e magari vergognarsi un po’, Angelino Jolie riesce a dichiarare: “Se i magistrati avessero proceduto prima della presentazione delle liste o dopo le elezioni avremmo evitato sospetti su un intervento a tre giorni dal voto”. In quel caso il ministro dell’Interno, che candida un condannato in primo grado, che cosa ne avrebbe fatto di Romano? Magari, anziche in posizione defilata, l’avrebbe messo capolista. Pero – spiega – il giudice poteva pure rinviare l’arresto a dopo il voto, cosi Romano l’avrebbe arrestato l’Interpol già da eurodeputato, con un blitz al Parlamento europeo. E l’Italia e il suo governo avrebbero fatto l’ennesimo figurone. Interviene pure la De Girolamo, da cotanto pulpito: “L’arresto a tre giorni dal voto fa pensare male”. E non la sfiora il dubbio che faccia pensar male del suo partito. Letteralmente strepitosa l’intervista a Repubblica di Gaetano Quagliariello, noto padre costituente e uno dei pochi incensurati superstiti: “Qualcuno prova ad approfittarsi di noi visto che siamo freschi di nascita, ma per rinnovare la politica abbiamo costruito un nuovo confessionale e se il diavolo cerca di entrarci lo cacceremo”. Quindi vuole proprio restare solo. Perche il confessionale c’e, ma nessuno si confessa, o almeno nessuno confessa. Ultimamente si aggirano da quelle parti anche Luigi Grillo e Sergio Cattozzo (momentaneamente detenuti per le mazzette Expo) e Cesare Previti (basta la parola: se lo conosci lo Previti). Ma per il Quaglia i primi due sono “entristi” e “millantatori”, e comunque “non faremo sconti”: ok, tariffa piena. Quanto a Cesarone, lui “non fa politica” (come sempre, del resto); se pero vuol fare campagna elettorale per portare voti al Ncd e una sua “libera determinazione” e “specularci sopra e’ un riflesso giacobino”. Certo, se Quaglia avesse saputo prima di Romano, “non si sarebbe nemmeno posto il problema della sua candidatura”. Infatti Scopelliti, condannato in primo grado, e felicemente candidato. Ma solo perche “ha chiesto di essere sottoposto al giudizio degli elettori, che non e in alcun modo sostitutivo di quello della magistratura. Anche questa e una svolta”. Una svolta con un precedente bimillenario: Barabba, capostipite di tutti i diversamente berlusconiani.

L’AUTOMOBILE ? E’ MORTA

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Fonte vincelewis.net Mercoledì, 21 maggio attualità
Nella foto sopra si vedono solo alcune migliaia su decina di migliaia di auto non vendute, a Sheerness, Regno Unito. Prova a cercare su Google maps, Sheerness, Regno Unito. Guarda verso la costa orientale, tra il fiume Tamigi e il Medway, a sinistra della A249.

Esistono centinaia di posti come questo nel mondo e la pila di auto parcheggiate non fa che crescere di giorno in giorno.

Houston, abbiamo un problema! Nessuno sta comprando macchine nuove! Beh, qualcuno ancora sì, ma non nella stessa misura di un tempo. Milioni di auto nuove non vendute rimangono parcheggiate da qualche parte nel mondo. Lì, ferme, deteriorandosi lentamente senza ricevere alcuna manutenzione.

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Anche questo è uno degli effetti della recessione economica che continua ad asserragliare il mondo. Le file di auto si fanno sempre più vaste e ogni anno i produttori non fanno che comprare acri e acri di terreno dove parcheggiarle.

Nota: le immagini che stiamo mostrando rappresentano sola una piccola proporzione. La vastità del problema è impressionante, pensa a quante case automobilistiche esistano sul pianeta, e quanti parcheggi come questo ognuno di essa abbia. Difficile immaginarlo, eppure queste immagine non sono state editate al computer. La parte peggiore è che il numero di auto non vendute aumenta di giorno in giorno.

È come un’epidemia che si estende a macchia d’olio e a meno che non vegano acquirenti dallo spazio, questi immensi parcheggi si vedono pure da lì, la questione non verrà risolta nel futuro immediato.

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Economia
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DI VINCE LEWIS

vincelewis.net

Nella foto sopra si vedono solo alcune migliaia su decina di migliaia di auto non vendute, a Sheerness, Regno Unito. Prova a cercare su Google maps, Sheerness, Regno Unito. Guarda verso la costa orientale, tra il fiume Tamigi e il Medway, a sinistra della A249.

Esistono centinaia di posti come questo nel mondo e la pila di auto parcheggiate non fa che crescere di giorno in giorno.

Houston, abbiamo un problema! Nessuno sta comprando macchine nuove! Beh, qualcuno ancora sì, ma non nella stessa misura di un tempo. Milioni di auto nuove non vendute rimangono parcheggiate da qualche parte nel mondo. Lì, ferme, deteriorandosi lentamente senza ricevere alcuna manutenzione.

Sotto, l’immagine di un parcheggio immenso a Swindow, Regno unito, con migliaia di migliaia di macchine invendute e nessun acquirente in vista! I produttori sono costretti ad acquistare sempre più terreno per parcheggiare le auto fuori dalla linea di produzione.
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Anche questo è uno degli effetti della recessione economica che continua ad asserragliare il mondo. Le file di auto si fanno sempre più vaste e ogni anno i produttori non fanno che comprare acri e acri di terreno dove parcheggiarle.

Nota: le immagini che stiamo mostrando rappresentano sola una piccola proporzione. La vastità del problema è impressionante, pensa a quante case automobilistiche esistano sul pianeta, e quanti parcheggi come questo ognuno di essa abbia. Difficile immaginarlo, eppure queste immagine non sono state editate al computer. La parte peggiore è che il numero di auto non vendute aumenta di giorno in giorno.

È come un’epidemia che si estende a macchia d’olio e a meno che non vegano acquirenti dallo spazio, questi immensi parcheggi si vedono pure da lì, la questione non verrà risolta nel futuro immediato.

Sotto è mostrato uno squarcio delle 57.000 (in crescita) auto che attendono di essere consegnate ad un acquirente a Port of Baltimore, Maryland, USA. Dai un’occhiata su Google Mappe, cerca un parcheggio infinito a sud della Broening Hwy. Non passa inosservato!
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Una soluzione per liberarsene, hai certamente pensato, potrebbe essere svalutare il loro prezzo. Semplice, eppure le case automobilistiche non rinunceranno neppure al centesimo del loro prezzo iniziale.

Sotto è mostrata un’immagine di una pista di test della Nissan a Sunderland, Regno Unito. La pista non viene più usata per i test. La ragione? Nissan ha scelto di parcheggiarvi le sue auto non vendute.
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E la pista non basta a contenerle tutte. Nissan ha di fatti acquisito i terreni adiacenti alla pista e alla sua fabbrica. Un enorme lotto di auto è ben visibile da Google Mappe, e non è il parcheggio riservato ai dipendenti!
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Nessuna delle immagini che stiamo mostrando su questa pagina sono foto aeree di semplici parcheggi di centri commerciali, cinema multiplex, stadi, ecc.. ma solo spiane immense di automobili nuove fiammanti rimaste invendute.

L’industria automobilistica non può certo smettere di produrre nuovi modelli: centinaia di fabbriche verrebbero chiuse e decine di migliaia di loro dipendenti si ritroverebbero dall’oggi al domani senza lavoro e avrebbe terribili ripercussioni sul già fragile equilibrio economico mondiale. Ma oltre alle fabbriche dove le auto vengono assemblate, che succederebbe all’intera industria metallurgica che produce buona parte dei componenti delle auto? Gli effetti sarebbero catastrofici.

Sotto è mostrata una piccola area di un parcheggio gigantesco in Spagna, dove decina di migliaia di automobili sono immobili a prendere il sole tutto il giorno.
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Altre migliaia sono accatastate al porto di Valencia, sempre in Spagna. Sono auto che aspettano di essere esportate e altre che sono state importate ma ancora senza acquirenti.
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Decina di migliaia di veicoli vengono ancora prodotti ogni settimana ma appena una piccola parte viene venduta.

Qui sotto un’altra immagina di migliaia di macchine non vendute parcheggiate su una pista d’atterraggio vicino San Pietroburgo, Russia. Sono state importate dall’Europa e adesso parcheggiate e lasciate ad arrugginire. A causa di ciò, l’aeroporto non può più usare quella pista per il suo scopo originale.
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Il ciclo “compro, uso, compro, uso” è stato ormai spezzato. Oggi il consumatore cerca di sfruttare il più a lungo possibile il suo acquisto. Sotto, altre migliaia di auto invendute parcheggiate in una pista d’atterraggio in disuso a Upper Heyford, Bicester, Oxfordshire. Hanno letteralmente esaurito lo spazio dove parcheggiarle.
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Un’altra decina di macchine sono parcheggiate al Royal Portbury Docks, Avonmouth, vicino Bistrol, Regno Unito. Se si fa un zoom sulla zona con Google Maps, non si vedrà altro che macchine invendute per centinaia di metri. Praticamente ogni singolo spazio della zona è stato occupato da un’autovettura.
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Fai un zoom indietro sotto la stessa area, in Avonmouth. Ogni spazio grigio che si vede sono lotti di macchine non vendute. Qualcuno vuol provare ad indovinare quante siano?
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Viene stimato che nel mondo esistano circa 10 miliardi di auto, praticamente più della stessa popolazione mondiale.

Sotto un altro migliaio di auto parcheggiate, stavolta della Citroen a Corby, Northamptonshire, Inghilterra. E ogni giorno ne arrivano delle altre dalla Francia senza una successiva destinazione.

Ricordiamo che si tratta di macchine nuove di fabbrica, con i contatori che segnano forse appena il tratto di strada dalle fabbriche a queste rimesse. Questa immagine da Google Mappe è proprio del maggio 2014, nei pressi di Corby, Northamptonshire.
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Fabbricare nuove macchine va contro ogni logica, logistica ed economia ma la produzione continua, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana…

Sotto è mostrata un’altra immagine recente (Aprile 2014) del porto di Civitavecchia. Ognuno di quei puntini è una Peugeot nuova di fabbrica che ogni giorno raccoglie polvere e magari un po’ di brezza marina.
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Sotto ancora, tutte carine e sbrilluccicose, rosse, bianche, nere, argento, viola, blu, insomma auto nuove fiammanti di tutti i colori dell’arcobaleno. Fanno un bel mosaico. Magari è questa la fine che faranno: arte urbana surreale dell’era della produzione meccanizzata.
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L’economia avverte chiaramente che queste auto rimarranno invendute. Ma per quanto durerà questo ciclo? Dove verranno parcheggiate se a momenti non abbiamo più spazio neppure in strada per guidarle?

Sotto, ancora il porto di Valencia, in una suggestiva composizione di colori.
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I tempi in cui una famiglia avrebbe potuto acquistare una nuova auto ogni paio di anni, adesso sono andati.

Il risultato sono immagini come quelle proposte.
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Potremmo dire che queste macchine sono lasciate ad arrugginire. E più passano i giorni trascorsi in delle rimesse meno saranno le chance che verranno acquistate. Dopo mesi e mesi sotto qualsiasi condizioni climatica queste auto andranno in detrimento.

Nell’immagine sotto le automobili coprono l’intero orizzonte. Che svenderle sia l’unica soluzione radicale? Chissà se presto non inizino a regalarle con le confezioni dei cereali.
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Maggiore è il tempo trascorso in rimessa peggiori saranno le conseguenze. Ma allora qual è la soluzione al problema?

Le case automobilistiche continuano a produrre nuovi modelli con le ultime tecnologie a bordo. Accade quindi che il consumatore finale preferisca comprare l’ultimo modello e non quello dell’anno precedente. Per i vecchi modelli a questo punto le alternative restano poche: essere smantellate e rottamate, riciclando le sue parti meccaniche.ed.

Alcuni marchi hanno già spostato la produzione in Cina, General Motors e Cadillac né sono un esempio tra i tanti. Le macchine qui prodotte vengono poi caricate in containers e scaricati nei porti di tutto il mondo. Gli USA, per favorire la produzione interna, ne ha limitato l’importazione. La conseguenza immediata è che centinaia di migliaia di automobili americane nuove di fabbrica si trovano ora parcheggiate in China. Nessuno in Cina può permettersi di acquistarle e bisognerà attendere che l’economia mondiale migliori perché queste automobili vengano vendute… e potrebbe richiedere diverse generazioni.

SPENDING A PALAZZO CHIGI Tutti i precari del presidente (a rischio Cottarelli)

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Fatto Quotidiano del 20/05/2014di Mario Marcis attualità
Palazzo Chigi, oltre ai burocrati superpa- gati di cui tanto si parla, ci sono anche i precari, lavoratori che rinnovano i contratti di anno in anno ai minimi previsti dagli accordi nazionali. Si parla di circa 200 persone, tra facchini, addetti alle pulizie, manutentori e persino tecnici informatici: lavorano vicino a Matteo Renzi,ma al soldo delle aziende che gestiscono in appalto la fornitura dei servizi essenziali. Per intenderci, se i bagni dei palazzi della Presidenza del Consiglio brillano e profumano, il merito è di alcuni di loro. Contratti a tempo determinato da multiservizi o metalmeccanici e, per una decina di loro, Cassa integrazionein derogada circaun anno.Alcune situazionilimite raccontano di tre-quattro ore di lavoro a settimana. IL 30 GIUGNO, per di più, scadrà il contratto della maggior parte di loro (per qualcuno la scadenza è rimandata a dicembre) e ad oggi non si sa come e se verranno rinnovati. Nel frattempo, infatti, la spending review di Carlo Cottarelli ha previsto per la Presidenza del Consiglio un taglio del 20% nella spesa in beni e servizi. Dalla segreteria generale presieduta da Mauro Bonaretti – vicino al sottosegretario Graziano Delrio – nessuno ha fatto sapere ai lavoratori su chi o cosa ricadranno i tagli. La denuncia arriva dall’Unione sindacale di base (Usb), che ha chiesto –finora invano –chiarimenti sulla vicenda: “Se non li avremo – promette il sindacalista Gianni Isola –scenderemo in strada, magari a piazza San Silvestro, davanti agli uffici. La sensazione e la paura del sindacato è che questi tagli ricadano in toto sui lavoratori meno tutelati. “Si tagli sugli utili delle aziende appal- tanti, piuttosto che sui dipendenti”, è la tesi il sin- dacato. Le soluzioni per evitare un taglio sugli stipendi dei lavoratori, secondo i rappresentanti Usb, ci sono. Creare una società in house per esempio: “Con la gestione diretta della fornitura di questi servizi – spiega Isola – abbiamo calcolato un risparmio di almeno il 60% per la finanza pubblica, garanten- do tutti i livelli salariali adeguati”. In sostanza, assumere direttamente i lavoratori costerebbe meno dellametà rispetto all’attualesistema degli appalti. E non si dovrebbe licen- ziare nessuno. Due sono gli appalti “incrimi – nati” e valgono oltre 11 milioni di euro l’anno. Il primo – che riguarda i servizi di pulizia, ma- nutenzione, facchinaggio e disinfestazione –è un contratto da 70 milioni in sette anni con scadenza nel 2020, siglato con la Romeo gestioni Spa, il secondo, che scadrà nel 2016 e riguarda la fornitura di servizi informatici, è con la Telecom e vale 4,5 milioni in tre anni. Costi altissimi, nonostante le gare d’appalto siano state assegnate con convenzione Consip, un si- stema che in teoria dovrebbe servire a mantenere i prezzi il più bassi possibile. PROBABILMENTE i numeri del sindacato sono generosi, ma il risparmio, con la creazione di una società in house , sarebbe sicuro. Calcoli alla mano, se ogni dipendente guadagnasse 25.000 euro all’anno, solo di stipendi, si spenderebbe meno della metà di quello che valgono oggi gli appalti. Una buona parte dei “precari della presidenza”, peraltro, lavorano da più di dieci anni, ricoprendo le stesse mansioni, ma il rinnovo avviene di anno in anno. Raramente vengono cambiati perché uffici come quelli di Palazzo Chigi richiedono il rispetto di delicati protocolli e non conviene a nessuno assumere personale nuovo e inesperto. “Perché quindi non stabilizzarli con un contratto a tempo indeterminato?”, si chiedono all’Usb. La risposta, che si danno da soli, è che “estendere la flessibilità (precarietà per chi preferisce) anche ai dipendenti pubblici è frutto di una scelta politica molto chiara”.

EXPO DUE MILIONI DI MAZZETTE E LA CENA CON IL VICE DELLO IOR

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Fatto Quotidiano del 21/05/2014 di Davide Milosa atualità

LE AMMISSIONI DI CATTOZZO. NEGLI ATTI I RAPPORTI FRA LA CUPOLA E ANGELO CALOIA, L’UOMO CHE GOVERNÒ LA BANCA VATICANA PER VENTI ANNI DOPO L’ERA MARCINKUS.

Milano – Cinque ore d’interrogatorio per aggiornare il conto delle mazzette (al telefono chiamate “relazioni”) che salgono da 1,2 milioni di euro a 2,4. Parola di Sergio Cattozzo, l’ex segretario ligure dell’Udc, ritenuto dalla Procura di Milano il contabile delle tangenti al servizio della cupola degli appalti che ha dato l’assalto all’Expo 2015.
Cattozzo, che era già stato sentito la scorsa settimana dai pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio, sviluppa l’impianto accusatorio. Stando alle carte dell’inchiesta rappresenta, infatti, la cerniera con le imprese.

Il sequestro del libro mastro delle “stecche”.

Un ruolo decisivo come dimostra il sequestro del libro mastro delle stecche. Archivio rigorosamente scritto a mano con nomi, cognomi, cifre da spartire e percentuali sugli appalti. Ed è proprio su questo che ieri si è concentrato l’interrogatorio. Cattozzo ha chiarito molte cifre, ricalcolando la maxi-stecca da 1,2 milioni euro svelata dall’imprenditore vicentino EnricoMaltauro.Ecosìatredici giorni dagli arresti, la metà delle persone coinvolte nello scandalo iniziano a collaborare.

Il primo è stato Maltauro che in nove ore d’interrogatorio ha confermato il sistema della cupola. Dopo di lui è toccato all’ex manager Expo Angelo Paris ammettere di aver turbato le gare, spiegando di averlo fatto per ottenere coperture politiche davanti alle pressioni dell’ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni. Lo stesso Paris che a Gianstefano Frigerio prometteva “qualsiasi lavoro”. Paris, però, nega di aver preso mazzette. Confermate, invece, ieri dallo stesso Cattozzo che per i soli appalti Sogin ha calcolato un tesoretto da 1,5 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti 300mila euro per lui e i 600mila promessi.

Frigerio: ho ricevuto regalie non tangenti

Il denaro aumenta nonostante resti ancora fuori tutta la partita che riguarda i lavori della Città della salute. E se lo stesso Frigerio, nell’interrogatorio davanti al giudice Antezza, conferma di aver ricevuto “regalie” ma non tangenti, Cattozzo accusa e dice che l’ex parlamentare di Forza Italia Luigi Grillo intascava il denaro degli imprenditori. Intanto le nuove carte dell’indagine svelano l’attività di Primo Greganti per fare entrare le cooperative nella costruzione di dieci padiglioni stranieri che nasceranno sulla Piastra dell’Expo. Il progetto, ragiona la Finanza, è legato alle informazioni riservate che il Compagno G. ha ottenuto dallo stesso Paris durante una cena. Ma c’è di più. Dagli atti depositati emergono gli inediti rapporti tra la cupola degli appalti e Angelo Caloia, l’uomo che governò lo Ior per vent’anni dopo l’era dell’arcivescovo Marcinkus, nonché attuale numero uno della Veneranda Fabbrica del Duomo e presidente di alcune società del Gruppo Intesa Sanpaolo. L’incrocio con Caloia viene pilotato da Frigerio per garantire la carriera pubblica di Angelo Paris. È il novembre 2013 quando l’ex Dc ne parla con il manager. “Poi un’altra persona che ti farò incontrare che è del nostro vecchio mondo, che è un mio amico carissimo è il professor Caloia”. Paris è molto contento: “Ah sì, ecco quello lì mi piacerebbe molto incontrarlo. È molto interessante”. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2014, Frigerio al telefono con Sergio Cattozzo illustra lo scopo dell’appuntamento con Caloia: “Lo vedo a pranzo, Curia milanese cioè Caloia e con Fininvest, che li ho preparati per potenziarlo per il suo futuro!”. L’incontro, in effetti, si concretizza ai tavolini del Westin Palace di Milano. Qui, alle 13,30, c’è anche Fulvio Pravadelli, consigliere delegato Area Amministrazione e Finanza di Publitalia 80. E se da un lato la cupola lavora per garantire Paris, dall’altro si ingegna per trovare una poltrona importante a Giuseppe Nucci, ex ad di So-gin.

Grillo e la chiamata di Guzzetti (Cariplo)

E così il 16 aprile scorso, annota la Finanza, Grillo viene chiamato da Giuseppe Guzzetti presidente della Fondazione Cariplo (uno degli uomini più potenti in Lombardia) e l’ex senatore “gli rammenta la candidatura di Nucci (…) evidenziando che l’assemblea sociale” di Terna, società partecipata dallo Stato, “si riunirà il prossimo 25 maggio” e quindi “i nomi bisogna presentarli entro il 25 aprile (…) io ho avuto conferma da casa Gianni nazionale (Letta, ndr) che si spende”. Grillo chiede a Guzzetti se deve parlare della questione durante una cena con il presidente della Cassa depositi e prestiti a casa dell’ex ministro Gianni De Michelis. Guzzetti lo sconsiglia dicendo che la “segnalazione è stata fatta”. In un’altra telefonata Grillo discute con Nucci delle nomine. Dice: “Il mio amico di Milano (si riferisce a Giuseppe Guzzetti) la sua parte l’ha fatta, speriamo che qualcuno abbia spiegato a questo Presidente (Renzi) che non è Mussolini (…) Che ha diritto ma ci sono degli altri, se no fa come Enrico (Letta)”. Ieri il procuratore Bruti Liberati ha smentito i pedinamenti della Finanza per accertare se Greganti sia mai entrato in Senato.

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