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Tav A m i an t o e uranio nella montagna da scavare Rischiano anche i lavoratori


Dal Fatto Quotidiano 3/03/2012
di Ferruccio Sansa
Rischio amianto e rischio radiazioni”. È scritto nero su
bianco nella delibera del Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) che di fatto dà il via al progetto della Lione-Torino. Nelle carte allegate ai progetti della società Ltf. E in tanti studi universitari, come quelli del Politecnico di Torino. Per affrontare tutti i nodi legati al Tav non bisogna guardare soltanto a valle, dove si consumano gli scontri, le polemiche. Bisogna alzare lo sguardo e guardare la roccia che domina la valle, quella pietra che le trivelle dovrebbero penetrare per 57 chilometri. È una terra fine, rossastra, perché contiene ferro. Ma non solo. La Val Susa è terra di amianto. E di uranio. Se ne sono accorti gli ingegneri che, in vista delle Olimpiadi invernali del 2006, comincia-
rono a scavare per realizzare la pista di bob a Salice e dovettero fermarsi per colpa di quel maledetto minerale: l’amianto. Niente da fare.
STESSA SORTE quando si trattò di scavare una galleria per la circonvallazione di Claviere, al confine con la Francia: di nuovo amianto. Di nuovo uno stop per le ruspe. E anche la cava di pietra di Trana (vicino a Giaveno) fu bloccata quando ci si accorse che oltre alla pietra la montagna sputava fuori amianto. “Un bel guaio, soprattutto, in una valle ventosa come la nostra dove le polveri rischiano di sollevarsi e arrivare lontano, di infilarsi nei polmoni della ge n t e ”, racconta il meteorologo Luca Mercalli, da sempre
contrario al Tav. Un problema noto da decenni. Ma che gli stessi ingegneri impegnati negli studi del progetto hanno sollevato. Soprattutto quando hanno analizzato la zona dove sbucherebbe il tunnel, non lontana dagli abitati: “Gli studi
Il Cipe chiede un monitoraggio: se saranno superati i valori previsti, “bisogna i n t e r ro m p e re le attività”
precedenti hanno messo in evidenza come in alcuni campioni di roccia prelevati in superficie siano state riconosciute mineralizzazioni contenenti amianto con caratteristiche asbesti formi”. Si parla di una zona superficiale di ampia circa cinquecento metri. Da anni in valle si sta cercando di monitorare i casi di mesotelioma, ma studi compiuti su solide basi scientifiche non ci sono. La delibera del Cipe contiene oltre 220 osservazioni che dovranno essere rispettati da chi realizzerà l’opera. Ben nove riguardano il “r ischio amianto”. Si chiede un “ef ficace controllo sulla dispersione di fibre connessa all’attività” di cantiere. Un monitoraggio indipendente, chiede il Cipe, compiuto da un ente terzo. Se
verranno superati i valori previsti, avverte senza mezzi termini il Cipe, “dovranno essere interrotte le attività lavorative ”. Ancora: in presenza di amianto, vietato l’uso di esplosivi. Il progetto definitivo del tunnel dovrà adottare adeguate misure per proteggere i lavoratori e per lavorare il mater iale.
INSOMMA, elementi di cautela per gli abitanti, ma anche per chi lavora nei cantieri. Ma non c’è soltanto l’amianto. Nella delibera del Cipe si parla anche di presenza di uranio. Non è una novità: nel 1977 l’Agip chiese l’autor izzazione per compiere sondaggi in nove comuni della valle convinta di poter estrarre il minerale: ecco Venaus, Chiomonte e al-
tri comuni interessati dai lavori per la Lione-Torino. Amianto e uranio, ma il pericolo è stato adeguatamente affrontato? I tecnici di Ltf sono convinti di sì: “Con le più avanzate tecniche di scavo si possono lavorare sia l’amianto che l’uranio senza rischi per la popolazione. Mentre si scava si annaffia costantemente l’amianto in modo da rendere impossibile una sua dispersione nell’aria. Poi si utilizzano imballaggi stagni caricati su camion a n ch ’essi annaffiati e lavati”. Ma dove sarebbero smaltiti i materiali pericolosi? “Noi li metteremo dove ci indicheranno, garantendo la massima sicurezza, nell’interesse anche dei nostri lavoratori”. Ecco l’altra preoccupazione dei No Tav: “Le zone di smaltimento non sono ancora state individuate. Non è un dettaglio. E poi servono zone sicure al cento per cento, al riparo anche dai rischi idrogeologici”.

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ETERNIT, GIUSTIZIA È FATTA “C o l p e vo l i ” i numeri uno della multinazionale


Redazione
Una sentenza importante a favore della salute dei lavoratori e della gente, che può diventare un deterrente a chi non applica le leggi a favore dell’ambiente. ambientalistiche
Fatto Quotidiano 14/02/2012 Autore:Stefano Caselli
La lettura dei nomi delle vittime dura tre ore “C o l p e vo l i ” i numeri uno della multinazionale
non sono bastate tre ore, c’è voluto qualche minuto in più. Il presidente del Tribunale di Torino Giuseppe
Casalbore, entrato in aula alle 13 e 20, ha concluso la lettura del dispositivo della sentenza quando da poco erano passate le 16 e 30. Per pronunciare la parola “colpe vo l i ”, tuttavia, sono bastati pochi secondi. Era quella più importante, forse la sola che le migliaia di persone, che ieri hanno pacificamente invaso il Palazzo di Giustizia di Torino, volessero davvero ascoltare. Il presidente l’ha pronunciata quasi subito. Per il resto – i risarcimenti alle oltre seimila parti civili, l’elenco che ha impegnato Casalbore per metà pomeriggio – ci sarà tempo. Colpevoli, dunque. Secondo il Tribunale di Torino il barone belga Luois De Cartier (91 anni) e il sessantacinquenne miliardario-filantropo svizzero Stephan Schmidheiny – in qualità di ultimi proprietari della multinazionale Eternit – sono responsabili di
Tor ino
1906-1986 Polveri e sudore
èIL PROCESSO #Eternit è un primo passo; adesso tocca all’#Ilva (gruppo #Riva) e alla #Saras (gruppo #Moratti)
quasi duemila morti causati dall’amianto tra Casale Monferrato (la maggior parte), Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia). Entrambi sono stati condannati a 16 anni di reclusione (l’accusa ne aveva chiesti 20) per omissione dolosa di cautele antinfortunistiche e disastro ambientale doloso permanente.
I VERTICIdella multinazionale sapevano, conoscevano l’ef fetto letale sui polmoni delle spore d’amianto, eppure – deliberata mente – non hanno mai fatto nulla per impedire che sia i lavoratori sia i cittadini delle città sedi di stabilimento ne respirassero le polveri. Una sentenza che chiamare storica è più che mai appropriato. Non è, infatti, il primo processo celebrato a Torino per le morti da amianto. Ma per la prima volta sono stati riconosciuti colpevoli (per di più con dolo) i numeri uno della multinazionale. Il procuratore vicario Raffaele Guariniello, che ha coordinato l’accusa, lo ha definito “il processo più grande del mondo” ed è
Costantino Riemma
è#ETERNIT “Nel mio reparto lavoravamo in trenta, ma ora siamo rimasti
difficile dargli torto: 6.392 parti civili non si erano forse mai viste. Ieri al Palazzo di giustizia in via Giovanni Falcone sono arrivati 26 pullman, non solo da Casale Monferrato, ma anche da Francia, Svizzera e Belgio, perché la lotta del comune alessandrino è da anni un modello in tutto il mondo. E per ospitare tutti è stato necessario aprire tutte le maxi aule del piano interrato. L’unico punto controverso, che solo la motivazione della sentenza potrà chiarire, riguarda il diverso trattamento dei casi di Casale Monferrato e Cavagnolo rispetto a quelli di Bagnoli e Rubiera. Una distinzione non da poco (e che farà discutere) perché incide sul diritto al risarcimento delle vittime: se infatti per il reato di omissione dolosa di cautele antinfortunistiche il Tribunale non ha operato alcuna distinzione per le 4 città interessate, per quello di disastro ambientale si è scelto di dichiarare il reato estinto per prescrizione in relazione agli stabilimenti in Campania ed Emilia Romagna, ma non per quelli piemontesi, perché le bonifiche non so completate. Una
dimostrazione ulteriore di quanto la gente di Casale sanno fin troppo bene: in città si muore ancora (il picco dei decessi è atteso fra il 2015 e il 2020) perché l’amianto, che per quasi un secolo ha viaggiato liberamente dappertutto, c’è ancora. Il Comune di Casale riceverà un risarcimento di 25 milioni di euro, cifra forse non sufficiente a completare la bonifica (si calcola che ce ne vogliano più del triplo).
LUNGHISSIMO l’elenco dei risarcimenti: 20 milioni alla Regione Piemonte, 15 milioni all’Inail, 4 milioni al comune di Cavagnolo, 5 milioni all’Asl. E poi, associazione Medicina democratica, Wwf, sindacati fino ai circa 95 milioni di euro (dai 30 ai 50 mila euro a testa) per risarcire le famiglie dei 2.000 morti e alle oltre mille parti lese: “È una sentenza – commenta Bruno Pesce, ex sindacalista e presidente dell’As sociazione vittime dell’amianto – che rende giustizia alle famiglie”. Ma non sarà l’ultima, un Eternit-bis è già pronto. Perché di amianto si continua a morire

Cinque Terre, il Parco degli affari, dopo l’alluvione un inchiesta per delle ricche consulenze


Dal Fatto Quotidiano 11/02/2012
Autore: Ferruccio Sansa
IL COMMISSARIO NON HA I SOLDI PER GLI STIPENDI MA PAGA RICCHE CONSULENZE
Una riserva per proteggere gli animali. E i partiti. Non c’èpace per le Cinque Terre. Dopo le inchieste, adesso c’è chi denuncia consulenze per oltre un milione in un anno. L’ultimo scandalo oppure l’ennesimo scontro tra nuova e vecchia gestione del Parco? Difficile dirlo.
Di sicuro su questa sottile lingua di terra, tormentata anche dalle alluvioni, sono puntati troppi o c ch i .
GIOVANNI VESCO, assesso re della Regione Liguria, ha inviato una lettera al commissario, Vincenzo Santoro (il Parco è stato commissariato dopo l’i n ch i e s t a ) : “A causa delle difficoltà economi-
che del Parco, la Regione ha dovuto garantire la fidejussione con Tre n i t a l i a ”. Intanto, lamenta l’as sessore, mancano i soldi per pagare cooperative e loro dipendenti. Poi, però, spuntano consulenze per oltre un milione di euro: “Vorrei sapere se corrisponde al vero che una società abruzzese ha ottenuto nel 2011 (da Aldo Cosentino, passato commissario, e dall’attuale, ndr) consulenze per 669mila euro l’anno, di cui 328mila già incassati”. Vesco elenca le voci della consulenza: monitoraggio attività economiche del Parco, supporto operativo, istituzione ufficio contabilità, verifica bilanci cooperative. Fino alla voce che ha suscitato maggiori perplessità: 24mila euro per tradurre in sei lingue il sito internet del Parco e i cartelli segnaletici. Ma non è l’unica consulenza: un architetto laziale ha ottenuto incarichi per 328mila euro. Poi ecco decine di migliaia di euro per avvocati. E rimborsi spese non proprio francescani, con consulenti che presentano scontrini da 250 euro per una cena da due persone (108 per una porzione di pesce, una gallinella).
LA RICHIESTA di chiarimenti, racconta Vesco, si concentra “sulla società abruzzese rappresentata da Roberto Iannarilli. Parliamo del cugino della ex moglie di Fini, Daniela Di Sotto. L’uomo che gestiva l’ufficio gadget di An e si definiva dirigente del dipartimento immagine e propaganda di An”. Un uomo vicino al mondo della politica, ma con un’espe rienza di consulente del ministero dell’Ambiente del centrode-
stra. Insomma, eccoci di nuovo in guerra per le povere Cinque Terre. Certo, ci sono contratti milionari con società lontane dal territorio. “Sono state date consulenze esterne – racconta al Fat to una fonte del ministero dell’Ambiente – ma c’era la necessità assoluta di sciogliere la rete di rapporti e di potere che aveva radici fortissime nel territorio e ha portato a Parcopoli. La società di Iannarilli ha vinto la gara d’appal to, ha lavorato bene e ci ha fatto risparmiare un milione di euro con l’Agenzia delle Entrate. Vogliono cacciarlo per riportare chi c’era prima”. Difficile dire chi abbia ragione. O se, magari, tutti abbiano un po’ torto. Il Parco delle Cinque Terre era il fiore all’occhiello della tutela ambientale in Italia. Poi, due anni fa, lo scandalo di Parcopoli: nove imputati (tra cui l’ex sindaco di Riomaggiore) hanno patteggiato. Per Franco Bonanini, l’ex presidente soprannominato il Faraone (già candidato Pd alle europee), e per altri 18 imputati è cominciato il processo. Intanto era arrivato il commissario Aldo Cosentino. A un mese dalla fine del mandato, nel novembre scorso, è stato sostituito dal prefetto Vincenzo Santoro. Per qualcuno un colpo di coda del governo Berlusconi. Per altri, una decisione dell’ex ministro all’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, per scongiurare che alla guida del Parco finisse a un uomo del senatore Luigi Grillo, l’amico dei furbetti del quartierino condannato in primo grado a due anni e otto mesi.

Rifiuti, quando si farà l’interesse dei cittadini? (La sentenza di condanna nei confronti dell’Italia senza pena pecuniaria) Sonia Alfano

Fattoquotidiano.it Sonia Alfano parlametare europeo iscitta nelle listi dell’Idv
La sentenza di condanna emessa ieri dalla Corte dei diritti dell’Uomo di Strasburgo nei confronti dell’Italia per la pessima gestione della crisi dei rifiuti è simbolica (ovvero non produrrà pene di tipo pecuniario) ma estremamente significativa, in quanto afferma il diritto dei cittadini europei a vivere in un ambiente sano e impone contestualmente alle autorità statali una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti.

Mi chiedo se questa condanna, di fatto, non rappresenti indirettamente una sorta di pietra tombale giurisprudenziale su vent’anni di politiche italiane dei rifiuti basate sull’incenerimento degli stessi attraverso impianti (inquinanti e dannosi per la salute) costruiti con i contributi versati dai cittadini italiani tramite la scandalosa truffa dei Cip6 e sulle discariche. L’attuale sistema, oltre ad aver causato gravissimi danni alla salute e al benessere dei cittadini, ha favorito i gruppi di potere e ingrassato le tasche della criminalità organizzata. Il fenomeno dello smaltimento illegale di rifiuti tossici (principale attività delle ecomafie) è infatti ogni giorno più diffuso, soprattutto (ma non solo) in regioni difficili come Campania e Sicilia.

Non è esistita finora una concreta attenzione politica rispetto a forme avanzate di raccolta differenziata e rispetto all’incentivo delle pratiche di riuso e dello sviluppo delle tecniche di riciclo dei materiali. Totale è stato il disinteresse verso tutte quelle azioni di tipo preventivo che mirano a ridurre a monte la produzione di rifiuti. Quelle straordinarie realtà che esistono pure in Italia sono il frutto dell’impegno civico di cittadini, associazioni e di qualche amministrazione locale particolarmente illuminata.

L’alternativa, che prevede innanzitutto la cessazione dell’incenerimento e la strutturazione di un sistema di raccolta differenziata che ottimizzi la qualità del materiale da riciclare diminuendo la quantità dei rifiuti prodotti, si chiama “strategia rifiuti zero” ed è già stata adottata, con successo, in diversi paesi del mondo. La politica italiana su questo fondamentale tema è silente o ipocrita. Ci vogliono provvedimenti nazionali forti, finalizzati a incoraggiare e premiare i percorsi virtuosi di imprese e amministrazioni pubbliche e a disincentivare la sovrapproduzione di rifiuti (basti pensare agli imballaggi). Forse si dovrebbe smettere di pensare che la politica “forte” sia quella che militarizza cantieri, impianti e discariche. Una politica forte è quella che pone al centro del proprio interesse i cittadini (non le lobby, non le mafie, non i colletti bianchi corrotti e collusi). La Corte di Strasburgo, in fondo, ci dice anche questo.

Referendum acqua pubblica continua la battaglia attraverso La campagna di Obbedienza Civile(situazione di Torino)


Redazione
dopo la vittoria dei si nel referendum del 12 giugno pubblicizzazione dell’ ‘acqua di fatto devono essere abrogate le norme concernenti alle due richieste referendarie, e dell’abrogazione del diritto alla remunerazione delle società in compartecipazione o di quelle private che prestano il servizio idrico
Ma al di là di quello è prima di tutto un importante sottolineare il rispetto del voto e della volontà del cittadino che in questi ultimi mesi è stata sovertita da modifiche di legge e altre azioni in alcune zone e in altre si aspettano tutt’ora le decisioni dei comuni.
Tutto questo e decisamente più importante rispetto al solo discorso dall’aumento della bolletta
Dai calcoli fatti dal comitato referendario riguardante la zona di Torino l’aumento inciderebbe mediamente di circa del 15% che risulta una percentuale abbastanza incisiva sul costo dell’acqua e influente economia domestica e imprenditoriale di quella zona.
La campagna di obbedienza civile richiede di sapere con esattezza il costo del diritto di remunerazione e che questo non venga versato ai rispettivi comuni.
Ricordo che ci sono stati dei precedenti riguardo a volontà referendarie non rispettate, una è quella del 1993 riguardante L’abrogazione al finanziamento pubblico dei partiti in cui i cittaddini avevano espresso attravero il si la fine di quei finanziamenti, e anche in quel caso attraveso un escamotage il parlamento a pochi mesi di distanza aveva ripristinato questa forma contributiva chiamandola appunto contribuzione ai partiti e quindi non era stata rispettattata la volontà popolare.
metto il link
la macchina mangia soldi-dei rimborsi elettorali
Attraverso la campagna di obbedienza civile si vuole che siarispettato il voto degli Italiani del 12 giugno, che ricordo e l'unico caso in cui il cittadino decide in modo diretto sulle leggi.
Intanto continua la battaglia in molte zone Italiane.
nel caso del Comitato Torinese stato fatto un ricorso al tar contro le decisione prese dal comune di privatizzazione dell’acqua e di altri servizi.
preso da http://www.acquapubblicatorino.org
Il popolo italiano ha votato a favore dei referendum sull’acqua ma i governi ed i gestori non stanno applicando il volere popolare. Abbiamo diffidato gli organi competenti a tutti i livelli, abbiamo inviato esposti alle procure ma non è stato sufficiente. Stiamo studiando altre azioni legali che però, purtroppo, daranno il loro risultato tra diversi anni.
Adesso è il nostro momento di applicare la legge.
Come? Pagando la giusta bolletta, secondo quanto dice la legge. Dal 21 luglio 2011, solo due voci devono concorrere alla bolletta: i costi operativi e l’ammortamento degli investimenti. Invece, oltre a questo, continuiamo a pagare la remunerazione del capitale investito, contro cui ha votato la maggioranza degli italiani. A Torino e in provincia questa componente incide, arrotondando per difetto, per il 15% della bolletta! La Campagna di Obbedienza Civile è partita in tutta Italia, e consiste nell’inviare un reclamo al gestore e nel pagare solo la giusta tariffa. Ci sarà un risparmio economico ma il valore della campagna è soprattutto:
l’acqua non è una merce ed il voto del popolo va rispettato.
La situazione attuale in Italia In tutta Italia c’è aria di Obbedienza Civile!

La guerra in Afghanistan un azione di pace o un grande businnes?


redazione
Le guerre spesso vengono presentate dai media cercando dandone un ottica positiva, in realtà c’è qualcuno che ci marcia.
In partenza l’azione in Afhaghanistan era contro uno sceicco(Binladen) e ed il suo gruppo che si era rifugiato nelle zone afghane, attualmente i Talebani rishiano di avere i favori del Medio Oriente il che rischia di allungare i tempi della guerra.
articolo preso da un articolo dal sito don Giorgio.it
La guerra italiana in Afghanistan (è vergognoso che i politici ce la presentino come una missione di pace; missione di pace è quella della Croce Rossa, o di Emergency, che non hanno certo al seguito carri armati, blindati, mitragliatrici, bombe e tutto il resto) è assolutamente immorale, perché l’unica guerra che si può giustificare da un punto di vista morale e cristiano, è una guerra di difesa: in caso di invasione di un altra nazione, come è stato per la Germania nell’ultima guerra, è lecito difendersi anche con le armi: è stato doveroso difendersi come hanno fatto i partigiani e tanti altri; questo è il senso indistruttibile della Resistenza al di là di tutti i revisionismi di oggi. Un intervento armato può essere giustificabile anche in caso di popolazioni di una stessa nazione che si ammazzino a vicenda, come è spesso successo in Africa, ma allora è solo l’ONU che può intervenire, cioè un’autorità politica al di sopra delle parti che interviene per evitare strage di innocenti. In Afghanistan è intervenuta la NATO, che non è certo al di sopra delle parti e non certo è intervenuta per evitare una strage della popolazione: al contrario la NATO è responsabile delle migliaia di vittime, la maggior parte innocente, dell’attuale guerra in Afgha-nistan. Non si tiri fuori la giustificazione del terrorismo: il terrorismo si combatte in modo mirato, non compiendo delle stragi tra la popolazione innocente: sarebbe come dire: in Sicilia c’è la mafia, bombardiamo la Sicilia!
Il numero delle vittime in Afghanistan è noto: 24 soldati italiani uccisi, 1.500 degli altri contingenti, 50.000 vittime afghane circa, di cui i due terzi civili, e non è finita. Vale la pena da parte dell’Italia sostenere ancora questa guerra? E’ inutile che i politici si arrampichino sui vetri per trovare giustificazioni senza logica: la guerra in Afghanistan è profondamente ingiusta e immorale.
Ma non è finita: questa guerra è un grande businnes anche per l’Italia: il finanziamento di essa per il primo semestre di quest’anno è stato approvato in febbraio, come riferisce Il Fatto, con soldi pescati dallo scudo fiscale: 308 milioni di euro per pagare 3.300 soldati italiani con 750 mezzi terrestri, 35 velivoli, armi, munizioni e tutto il necessario per questa guerra italiana. Sono solo i costi diretti di questa guerra, costi che non tengono conto del miliardo di euro che il Ministero dello Sviluppo Economico dà alla Difesa per l’acquisto di mezzi avanzati, come gli aerei senza pilota Predator, o i nuovi blindati VBN Freccia (prodotti da Iveco-Fiat e Oto Melara), che dovrebbero proteggere i soldati italiani in Afghanistan meglio dei Lince su cui hanno perso la loro vita gli ultimi due militari italiani (e poi in Italia non ci sono i soldi per le scuole, per i giovani senza lavoro, per la ricerca, per le famiglie che non arrivano alla fine del mese, ecc.). Ancora: nel 2009 l’industria bellica italiana ha esportato armamenti per 4,9 miliardi di euro, con un incremento record del 61% rispetto all’anno precedente. È soprattutto la guerra in Afghanistan che mette in moto tutto questo businnes; per fare un esempio: nell’aprile scorso, come riferisce sempre Il Fatto, Alenia Aereonautica (Finmeccanica) ha consegnato a Bucarest i primi due di sette aerei da trasporto tattico C-27J Spartan che andranno a trasportare truppe e mezzi rumeni in Afghanistan. Ogni Spartan costa circa 40 milioni di euro, e l’Italia vende questo aereo a mezzo mondo: Grecia, Bulgaria, Slovacchia, Marocco, Stati Uniti, Lituania: è un velivolo che va per la maggiore in Afghanistan, perché riesce ad atterrare anche su piste sterrate e impervie e quindi può trasportare in prima linea soldati e materiale bellico. Diciotto esemplari del modello precedente, il G-222, sono stati aggiornati e venduti agli Stati Uniti che li hanno a loro volta girati alla aereonautica afghana.
Mai nessuno denuncia questo businnes della guerra in Afghanistan: solo lei, don Giorgio, padre Zanotelli e pochi altri hanno avuto il coraggio di alzare la voce, da un punto di vista cristiano, su questo commercio di armi dell’Italia: le armi non portano certo sviluppo, non creano scuole o ospedali, non sfamano le popolazioni, ma producono solo morte e distruzioni, dove le vittime sono soprattutto donne, bambini, anziani, cioè civili innocenti. Perché i vescovi non denunciano queste cose? Perché anche il Papa tace su questo? Dov’è la dimensione profetica della Chiesa? Si preferisce la diplomazia, si preferisce tacere, si preferisce stringere la mano a Berlusconi e ai suoi leccapiedi. E se qualcuno osa denunciare queste cose, come lei don Giorgio, è un eretico, un anti-italiano, è uno che reca danno al prestigio italiano. Ma è questo il Vangelo radicale di Gesù? Non dobbiamo mettere la parola di Gesù prima di tutto come cristiani e come Chiesa? Se ritornasse Gesù Cristo starebbe zitto su queste questioni, lui che ha detto: Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono.

Torino. Polemiche sull’inceneritore del Gerbido.

da Articolo Tre 29/01/2012
Secondo il movimento Rifiutizerotorino questi inceneritori in realtà inquinano, sprecano risorse e rappresentano un costo significativo per la collettività.

– Davide Pelanda- 26 gennaio 2012- Spento il braciere nel 2006 la Torinopost-olimpica vedrà accendersi un’altra sorta di camino: quello dell’inceneritore del Gerbido, tecnicamente ed eufemisticamente chiamato “termovalorizzatore” che servirà per lo smaltimento dei rifiuti.

Ma la nuova costruzione non ha mai avuto pieno consenso nella popolazione. Tanto da far nascere, fin da quando se ne è cominciato a parlare, un apposito coordinamento NoInc con una loro lista in internet ed un sito RifiutiZeroTorino.

Forti di un documento sottoscritto in un mese da tremila persone nella sola Torino, gli attivisti NoInc (tra cui Pro Natura ed altre sigle di associazioni ambientaliste riunite nel Coordinamento Ambientalista Rifiuti Piemonte ndr), documentandosi negli anni sui pericoli per la salute di questo immenso comignolo del Gerbido, sono riusciti ad organizzare un Consiglio aperto, vero e proprio confronto pubblico nel Consiglio della Circoscrizione 9 di Torino tra l’Assessore all’Ambiente della Città di Torino Enzo Lavolta, i consiglieri circoscrizionali e i rappresentanti di TRM (Trattamento Rifiuti Metropolitani) – l’azienda a cui è stata affidata la costruzione e la gestione dell’impianto del Gerbido – fra i quali l’amministratore delegato Bruno Torresin e la responsabile del progetto dell’inceneritore, Giusi Di Bartolo.

In quel contesto, ed in una sala stracolma di persone, è stato chiesto agli amministratori ed ai responsabili di TRM di assumersi pubblicamente la responsabilità, di fronte ai cittadini presenti, di affermare la non sussistenza di alcun rischio per la salute umana derivante dalle emissioni dell’impianto in costruzione.

Dal canto loro i dirigenti di TRM e l’assessore dicono che l’inceneritore chiude il ciclo dei rifiuti. «Una grandissima frottola – ribadisce di contro Laura Piana sulla mail-list RifuitiZeroTorino – Prima di tutto perché c’è il residuo di ceneri tossico nocive che andranno in Germania (forse! e quelle va bene che vadano in Germania, mentre i rifiuti di Napoli è uno scandalo che vadano in Olanda, ma non facciamo polemiche); poi ci sono le scorie, in presenza delle quali non si può dire che l’incenerimento chiude il ciclo a meno di non far finta (come fanno!) che non siano contaminate; senza questa finzione l’incenerimento non chiude affatto il ciclo perché ha bisogno di una discarica cioè di uno smaltimento ben più oneroso (se li si tratta da rifiuti speciali, come si dovrebbe) o ben più pericoloso (se li si tratta come rifiuti normali) di una differenziata spinta che manda allo smaltimento in discarica un rifiuto residuo trattato e non pericoloso».

C’è poi stato l’assessore Lavolta che, prendendo la parola, ha sostenuto che Torino sta “tendendo” al “modello San Francisco”, facendo riferimento ad un recente servizio andato in onda nella trasmissione Presa Diretta di Rai Tre, dove veniva mostrato come nella città americana la raccolta differenziata raggiungesse livelli pari al 78%, senza l’uso d’inceneritori. Un’affermazione automaticamente smentita dallo stesso assessore, quando ha dichiarato che sul territorio torinese la raccolta differenziata si attesta in media intorno al 43% e che, per nessun motivo, proporrà l’immediata sospensione dei lavori di costruzione dell’impianto d’incenerimento del Gerbido.

Affermazione che, in internet, viene facilmente smentita ricordando, come fa sempre Laura Piana: «Una trentina di anni fa cittadini di San Francisco contestarono sonoramente l’eventualità di un inceneritore nella loro città, non ascoltarono le sirene di una finta modernità, diedero retta al loro istinto di conservazione ed oggi, invece di essere sommersi dai rifiuti – grazie anche ad amministratori che hanno rispettato nel tempo la volontà dei loro concittadini – sono un esempio per tutto il mondo.

A chi contesta l’incenerimento dei rifiuti in Italia, l’unica alternativa che gli amministratori sanno prospettare è Napoli, nella quale il problema dei rifiuti è una conseguenza della massiccia presenza della criminalità organizzata; ci sventolano come minaccia una tragica realtà che deriva da gravissime inadempienze dell’amministrazione e da diffusa illegalità.

In quel Consiglio di Circoscrizione, nonostante nella votazione finale abbiano prevalso i “sì” all’inceneritore del Gerbido, la popolazione che ha assistito è in totale dissenso con i rappresentanti politici comunali, così come è stato fatto notare che Torino, con i suoi soli 22 punti percentuali in meno per la raccolta differenziata dei rifiuti, non rispetta la normativa europea 152/06 che prevede il raggiungimento di quota 65% entro il 31 dicembre 2012.

In una nota l’amministratore delegato di TRM Bruno Torresin, dopo le risposte evasive di quella riunione, ha comunicato che prossimamente «la società si riserva di valutare di volta in volta l’opportunità di partecipare a incontri pubblici dove vi sia la presenza del coordinamento No inceneritore».

Di contro, mentre a Torino si discuteva del Gerbido, a Venaria il Consiglio Comunale dava mandato al sindaco per fare richiesta di rimborso per i CIP6 (tassa prelevata del 6% del prezzo dell’elettricità che sarebbero dovute servire per la produzione di energie rinnovabili a cui fu aggiunta l’estensione truffaldina “o assimilate” su cui non è stata mai fatta chiarezza ndr) prelevati dalle bollette intestate al Comune.

«Un risultato tanto importante quanto insperato» dicono oggi quelli di Rifiuti Zero Torino.

(sulla costruzione della Tav)Beppe Grillo provoca: “È un’operazione di geometrica potenza”


Fatto Quotidiano 27/01/2012 Autore Beppe Grillo
Un’operazione di geometrica potenza è avvenuta in Italia”: lo scrive Beppe Grillo in un post sul suo blog aggiungendo “io
sono valsusino!”. “La polizia – aggiunge Grillo – ha eseguito 26 arresti su tutto il territorio nazionale. L’ora segnata dal destino (gli arresti sono avvenuti verso le 5 nelle dimore dei criminali) è scoccata nel cielo della nostra Patria. Il Pil esulta, le cooperative
rosse e bianche esultano, Bersani e Fassino esultano. Monti e Passera esultano insieme alle banche e alla Confindustria. La ‘ndrangheta esulta. Gli italiani e il debito pubblico un po’ meno. Io sono valsusino! Sarà dura!”. Una battuta piuttosto infelice. Il procuratore capo di Torino Gian Carlo Caselli, negli

anni 70, la cosiddetta “geometrica potenza” delle Br evocata da Grillo rischiò di subirla sulla sua persona.

Concordia , il vertice di Costa riscarica Schettino (in Senato)


il Fatto Quotidiano 26/01/2012 di Sandra Amurri
Quella di Pierluigi Foschi, presidente e ad di Costa Crociere, è stata una passeggiata in commissione Lavori pubblici del Senato. Visto che durante l’audizione si è limitato a presentare una relazione del direttore delle Operazioni Marine e del Dpa (De signeted person ashore) Roberto Ferrarini, perché lui durante il naufragio si trovava “ol t re o c e a n o ”. Precisando che è una “ricostruzione frutto di ricordi personali, in quanto nessuna informazione è stata dallo stesso annotata durante la gestione degli eventi”. In poche parole: non esiste alcun riscontro alla versione dei dialoghi tra Ferrarini e il comandante Schettino, dalla prima telefonata delle 21,57 all’ultima delle 22,45, quando Schettino gli conferma che ha abbandonato la nave lasciandolo “completamente s o r p re s o ” visto che “era molto tranquillo” mentre lo informava che dopo l’impatto con lo scoglio “la nave si stava dirigendo verso l’ancora ggio” e lo rassicurava “di aver informato gli ospiti”. Sferrando un ultimo colpo alla credibilità di Schettino: “Il comandante mi ha chiesto di condividere la versione da dare all’autor ità: che la nave aveva urtato un basso fondale a seguito di un black out. Io mi sono rifiutato intimandogli di raccontare come i fatti sono occorsi” .
UN’AUDIZIONE, quella di Foschi, che la senatrice Pd Marina Magistrelli definisce “scandalosa” per la “leggerez za e l’a p p ro s s i m a z i o n e ”. Foschi si è limitato ad affermare che il passaggio ravvicinato è stato deciso “autonomamen te da Schettino”, contrariamente a quanto confermato ai magistrati dal comandante in seconda, Roberto Bosio: “La navigazione ravvicinata era p ro gra m m a t a ” fin dalla partenza. Seppure “non sia vietato avvicinarsi alle coste, a volte lo abbiamo consentito”, come il 14 agosto proprio davanti al Giglio. Ha ribadito che “la fase di soccorso è stata fatta dal personale della Concordia a partire dagli ufficiali”. Ieri, mentre venivano identificati altri tre cadaveri (tra cittadini tedeschi) i carabinieri hanno finito di re-interrogare proprio gli ufficiali. Secondo fonti investigative, il sistema Ais della Capitaneria di porto avrebbe avuto un black out di circa sei minuti proprio durante le fasi dell’incidente. Sabato inizierà il pompaggio delle 2400 tonnellate di carburante. Mentre si attende che la compagnia, come intimato dal Commissario Gabrielli, presenti il piano di recupero e smaltimento dei rifi u t i .

Sbrigati Ministro. Il ritardo “Costa”

News – 27 gennaio, 2012 da Greenpeace Italia

Siamo andati a chiedere il decreto sulle rotte a rischio direttamente al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. In tute bianche sporche di petrolio i nostri attivisti protestano: “Un altro disastro quanto ci Costa?”.

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Sono passate già due settimane dalla tragedia della Costa Concordia e, dopo le misure di sicurezza promesse, ora si parla di “accordi volontari” con le compagnie rinviando interventi da tempo necessari per regolamentare il traffico in aree a rischio, come quella del Santuario dei Cetacei.

La legge 51 del 2001 (art. 5, comma 2) permette di regolamentare, con un decreto del Ministro delle Infrastrutture di concerto con il Ministro dell’Ambiente, il traffico marittimo nelle aree “a rischio”. Il Ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, si è già espresso per una regolamentazione severa promettendo, una settimana fa, un decreto per regolare le rotte più pericolose. Adesso tocca al Ministro Corrado Passera assumersi le proprie responsabilità e tutelare la sicurezza dei trasporti, la salute pubblica e l’ambiente, come è scritto nella lettera che gli abbiamo consegnato.

Purtroppo il silenzio del Ministro Passera e l’annuncio di un possibile accordo volontario con gli armatori, ci spinge a pensare che, passata l’emozione dovuta all’ennesimo disastro, il governo ci stia ripensando. Dopo i morti, adesso rischiamo un disastro ambientale: una regolamentazione precisa e vincolante del traffico marittimo nelle aree sensibili non è rinviabile.

L’Isola del Giglio si trova all’interno del Santuario dei Cetacei, un’area protetta nata con un Accordo tra Italia, Francia e Monaco, in vigore dal 2001, ma che non è mai stata tutelata davvero. Da tempo denunciamo una serie di minacce al Santuario tra cui la pericolosità del traffico marittimo: in estate nell’area circolano ogni giorno oltre duecento imbarcazioni tra navi passeggeri, petroliere e cargo.
Quello della Costa Concordia non è certo il primo incidente navale: solo a metà dicembre, a poche decine di miglia più a nord, il traghetto della Grimaldi Lines “Eurocargo Venezia”, aveva perso in mare, durante una tempesta, circa quaranta tonnellate di sostanze tossiche.

Secondo Greenpeace nel Santuario dovrebbero essere adottate queste misure di controllo dei traffici navali:
– una canalizzazione del traffico nelle aree sensibili (Canale di Piombino, Arcipelago Toscano, ingresso porti principali)
– la limitazione della velocità (e della rumorosità)
– un’anagrafe degli idrocarburi scaricati nei terminali petroliferi (oil fingherprint)
– un preciso controllo del traffico navale di imbarcazioni con carichi pericolosi e grandi navi da crociera superiori a una certa stazza, con opportune disposizioni per garantire la sicurezza del traffico e la tutela dell’ambiente.

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