Archivio mensile:aprile 2014

Editoria, in cinque anni persi 1.660 posti. Nel 2013 crollo di lettori e pubblicità

I dati Fieg su 51 gruppi: lo scorso anno le vendite dei quotidiani sono scese del 10,3% e i ricavi da inserzioni hanno fatto segnare -19,4%. Peggio ancora i periodici: -9,8% in edicola, -24,5% i ricavi pubblicitari. E gli editori rispondono tagliando le redazioni. Azzurra Caltagirone: “Dinamiche contrattuali non sostenibili”
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Fonte Redazione Il Fatto Quotidiano | 16 aprile 2014 attualità
Oltre 1.660 giornalisti rimasti senza lavoro negli ultimi cinque anni. Vendite dei quotidiani giù del 10% nel solo 2013, mentre i ricavi pubblicitari crollavano addirittura del 19,4%. Ancora peggio i periodici, trascurati dai lettori (-9,8% il ricavato in edicola) e abbandonati dagli inserzionisti (-24,5%). Mentre nei consigli di amministrazione delle aziende editoriali volano gli stracci (vedi il caso Rcs) e gli editori stessi sono ai ferri corti con i dipendenti, che non ci stanno a vedere i manager mettersi in tasca premi e bonus mentre loro mandano giù cassa integrazione e contratti di solidarietà (è successo al Sole 24 Ore e, di nuovo, in Rcs), il settore è ben lontano dal vedere la famosa luce in fondo al tunnel. A fotografare la situazione è la Fieg (Federazione italiana editori di giornali), guidata da Giulio Anselmi, in uno studio presentato il 16 aprile con l’evidente obiettivo di convincere il nuovo governo che il fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria (120 milioni spalmati su tre anni, con cui finanziare tra l’altro ammortizzatori sociali e ristrutturazioni aziendali) va sottratto alle grinfie della spending review.

Il rapporto, basato sui dati di bilancio di 51 gruppi editoriali, contiene dati sul triennio horribilis 2011-2013, il più pesante per il comparto. Che ha visto il fatturato editoriale degli editori di quotidiani restringersi di mese in mese: -2,1% nel 2011, -9,9% nel 2012, -11,1% nel 2013. Colpa in gran parte del calo della pubblicità, compensato solo in parte dagli aumenti di prezzo varati da tutte le maggiori testate. Per arginare il crollo le aziende hanno tagliato i costi (-1,4% nel 2011, -4% nel 2012), ma non è bastato per salvare i margini. Nel 2012 solo 16 imprese risultavano in utile, contro 35 che hanno invece chiuso i bilanci in rosso subendo perdite complessive di 149,4 milioni (l’anno prima il buco si fermava a 66,6 milioni). Sui risultati dei periodici sarebbe opportuno stendere un velo pietoso, considerato che l’ultimo anno in cui hanno visto aumentare le pagine pubblicitarie è stato il 2007. Dopo l’inizio della crisi è stato un crescendo (in negativo) fino al -23,9% del 2012 e al -24,5% del 2013. Male anche i ricavi in edicola (-9,9% e -9,8% i dati dell’ultimo biennio, ma se si guarda agli ultimi sette anni si arriva a un calo aggregato del 36%), con ovvie ripercussioni sul fatturato complessivo.

Tirando le somme, l’anno scorso quotidiani e periodici hanno perso il 21,2% degli introiti da pubblicità e una bella fetta di lettori: quelli dei quotidiani sono ormai solo 20,6 milioni contro i quasi 25 del 2011, mentre a sfogliare settimanali e mensili sono rimasti 28,4 milioni di italiani, 4,4 milioni in meno risalendo solo alla metà del 2012. Tiene, invece, l’online: si può parlare quasi di boom, considerato che i lettori dei siti web delle testate quotidiane sono passati da 2,7 a 3,7 milioni in due anni. Su anche i ricavi: oggi sono il 6,4% del fatturato complessivo, contro il 3,9% del 2011. Peccato che sia decisamente troppo poco per arginare il crollo su tutti gli altri fronti. Così gli editori hanno affilato le forbici e le hanno utilizzate per decimare gli organici: tra 2009 e 2013 sono rimasti a spasso 887 giornalisti dei quotidiani e 638 dei periodici. E si è più che dimezzato (da 173 a 75) il numero dei praticanti, cioè i giovani che dovrebbero garantire il ricambio generazionale nelle redazioni. Solo l’anno scorso l’occupazione è diminuita del 7,7% nei periodici, del 5,6% nei quotidiani e del 3,9% nelle agenzie di stampa. Nel complesso, significa 600 posti di lavoro in meno rispetto al 2012. Ma evidentemente non basta ancora, viste le dichiarazioni della vicepresidente Fieg, Azzurra Caltagirone, durante la presentazione dello studio: “Nonostante la popolazione lavorativa sia diminuita”, ha detto, “il costo del lavoro nell’ultimo anno è aumentato. Questo significa che le nostre dinamiche contrattuali non sono più sostenibili e che il numero degli addetti non è più sostenibile“. Non solo: secondo la Caltagirone, che siede nel cda del gruppo di famiglia, editore de Il Messaggero, “ci sono 4.500 poligrafici nei giornali e nelle agenzie a fronte di 6.500 giornalisti. Anche questo rapporto è diventato insostenibile”. Sottolineando poi il livello di anzianità dei giornalisti, la vicepresidente Fieg ha aggiunto che “non è possibile proseguire nella trasformazione dell’offerta senza includere la popolazione tra i venti e i trent’anni che rappresenta il futuro”.

Il palo (Marco Travaglio).

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Fonte Il Fatto Quotidiano del 17/04/2014.Marco Travaglio attualità
Perché il detenuto Berlusconi Silvio non è in galera a scontare la pena per frode fiscale? Secondo Massimo D’Alema, convertito in tarda età al giustizialismo, perché è ricco e potente: “In Italia c’è una giustizia a velocità variabile. Cittadini molto meno fortunati, meno ricchi e potenti, per reati molto minori, vanno in prigione”. Ora, che questi discorsi da bar li faccia la gente comune, è comprensibile. Ma che li faccia D’Alema, sette volte deputato e una europarlamentare, segretario del Pds, presidente della Bicamerale, presidente del Consiglio, vicepremier e ministro degli Esteri, è davvero troppo. L’inchiesta sui fondi neri Mediaset che ha portato alla prima condanna definitiva di B. nasce nel 2004: in origine le frodi fiscali ammontano a 360 milioni di dollari, con l’aggiunta di falsi in bilancio e appropriazioni indebite.

Reati commessi dal 1988 fino al 2004, prescrizione di 15 anni, cioè nel 2017, quanto basta per celebrare tutti e tre i gradi di giudizio. Ma nel 2005 il centrodestra approva la legge ex Cirielli, che dimezza la prescrizione a 7 anni e mezzo, consente di sostituire il carcere con i domiciliari per gli ultrasettantenni e interrompe la “continuazione” dei reati. Cioè costringe i giudici a valutarli anno per anno. Risultato: spariscono subito i fondi neri di B. per gli anni 1988-’99 (che prima erano agganciati a quelli successivi). E da allora, a ogni anno di processo, evapora un anno di reati (quelli relativi a 7 anni prima). Così i falsi in bilancio e le appropriazioni indebite, grazie anche alla controriforma berlusconiana dei reati societari del 2002, scompaiono tutti. E così, anche grazie al condono tombale del 2003, le frodi fiscali. Alla fine resteranno in piedi solo le ultime, relative agli ammortamenti sul biennio 2002-2003 (7,3 milioni), che costeranno a B. la condanna definitiva. Con tutti gli altri reati falcidiati dall’ex Cirielli, la pena sarebbe stata nettamente superiore. Senza contare quelle che si sarebbe beccato B. negli altri sette processi, per falsi in bilancio e corruzioni di giudici e di testimoni, mandati in prescrizione dalle sue leggi. Ma anche i 4 anni del caso Mediaset sarebbero bastati a spedirlo per almeno un anno in galera (o al massimo ai domiciliari). Di lì, dopo 12 mesi, avrebbe potuto chiedere di scontare i restanti 3 anni ai servizi sociali. Ma nel 2006 ecco l’ennesimo salva-Silvio, stavolta targato centrosinistra (e naturalmente votato da Forza Italia): l’indulto extra-large di 3 anni, esteso ai reati dei colletti bianchi. Il Caimano intasca un bonus triennale da detrarre dalla prima condanna definitiva. E il 1° agosto 2013 i 4 anni a cui lo condanna la Cassazione scendono a 1 solo. Per questo, in base alla legge italiana, B. non entra neppure in carcere e chiede, da libero, i servizi sociali. Solo in casi eccezionali i giudici possono negarli: a lui, come a qualunque altro condannato. L’altroieri il Tribunale di sorveglianza non gli ha usato alcun trattamento di favore: sono le norme fatte dalla destra e dalla sinistra che hanno allungato a dismisura i processi dei ricchi e dei potenti muniti di avvocati ben pagati, abbreviato i termini di prescrizione e indultato i delitti dei “signori” col pretesto di sfollare le carceri (peraltro mai viste dai “signori”). E alla fine hanno prodotto la pochade del frodatore pregiudicato che se la cava con 7 giorni di servizi sociali nell’ospizio di Cesano Boscone. D’Alema non faccia il furbo, scaricando sui giudici le colpe dei politici, lui compreso. Se il centrosinistra, nei suoi 9 anni di governo su 20, non avesse fatto da palo a B. conservando tutte le sue leggi vergogna e regalandogli l’indulto (che salvò anche i furbetti del quartierino amici di D’Alema), e avesse invece riformato la prescrizione (che salvò anche molti uomini del centrosinistra, incluso D’Alema per un finanziamento illecito da un imprenditore malavitoso), punito severamente la frode fiscale e mantenuto le promesse sulla certezza della pena, oggi Berlusconi sarebbe in galera da un pezzo. E in ottima compagnia.

LA LETTERA Il governo toglie alla Rai 170 milioni dal canone di abbonamento

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Fatto Quotidiano del 16/04/2014 di Carlo Tecce attualità
Da un paio di giorni, una lettera spedita da Palazzo Chigi fa tremare le scrivanie di Viale Mazzini. Il governo chiede ai vertici Rai di contribuire al ta- glio di spesa pubblica con 170 milioni di euro che verranno succhiati dal canone di abbonamento 2014. Il meccanismo è semplice: il Tesoro trattiene circa il 10 per cento di oltre 1,7 miliardi di euro anni, la tassa che gli italiani pagano e in tanti evadono. Occorrono risorse per mantenere le pro- messe di Matteo Renzi, risorse che il ministro Pier Carlo Padoan deve garantire. I 170 milioni di euro trasformano in un buco nero il bilancio 2014, che già sarà appesantito dai diritti televisivi sportivi (Mondiali di calcio, soprattutto), 100 milioni abbondanti di costi. Il direttore generale Luigi Gubitosi, neanche una settimana fa, aveva illustrato i risultati 2013: dopo un passivo di 245 milioni, viale Mazzini è tornata in utile di 5,3, uno spiraglio, un sintomo di guarigione, nulla di più. Adesso la richiesta di Palazzo Chigi – che si presume ispirata anche dal signor spending review Carlo Cottarelli –non crea soltanto panico, ma costringe viale Maz- zini a una lotta per la sopravvivenza. Il debito consolidato Rai, ristrutturato da Gubitosi con le banche creditrici, s’è fer- mato a 441 milioni di euro, ma sarà sarà destinato a crescere ancora do- po un bilancio 2014 con 300 mi- lioni di perdite. Più che un rispar- mio fra gli sprechi di viale Mazzini, l’obolo che pretende il governo spingerebbe le finanze Rai al collasso. La questione non è affrontata in questa recente missiva, ma il governo vuole che l’azienda riduca anche gli stipendi di dirigenti e giornalisti che non rispettano il tetto di 238.000 euro (la retribuzione di Giorgio Napolitano), fissato per le società compartecipate (incluse le presidenze delle quotate): scelta legittima e necessaria dopo lunghe stagioni senza regole. E saranno ridotte anche le buste paghe di capiredattori e funzionari ben lon- tani dai 238.000 euro. I ricavi di viale Mazzini si reggono sul canone di abbonamento, che ha apportato 1,756 miliardi su 2,748 nel 2013: la pubblicità è bloccata sotto i 700 milioni (ha perso il 30 per cento in un biennio) e gli introiti commerciali non superano i 300 milioni. Non è la prima volta che si prefigura uno scontro tra viale Mazzini e palazzo Chigi. Già lo scorso novembre, il Consiglio d’amministrazione aveva criticato l’allora ministro Flavio Zanonato per il mancato adeguamento del canone all’inflazione, un palliativo per assorbire un pezzo di evasione (mai realmente contrastrata e calcolata in 500 milioni di euro). Poi venne il momento di Cottarelli, che paventò la chiusura di qualche sede regionale, appena rimpolpate da decine di giornalisti che hanno partecipato a un concorso interno e che restano un simulacro del servizio pubblico. Era sono un avviso. Ma la lettera spaventa davvero.

Def, Corte Conti: “Passo ripresa largamente insufficiente. Dare risposte immediate”

Audizioni in Parlamento sul Documento di economia e finanza. Bankitalia avverte: “Nel 2015 spending review insufficiente”, mentre l’Istat fai i conti in tasca ai beneficiari del taglio Irpef
Fonte Redazione Il Fatto Quotidiano | 15 aprile 2014 attualità
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“Il passo della ripresa potrebbe continuare a essere largamente insufficiente per riportare la nostra economia sui livelli pre-crisi”. Parole nette quelle pronunciate dal presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, nel corso dell’audizione in Parlamento sul Documento di economia e finanza, considerando che nel medio termine “le differenze fra le previsioni indipendenti e quelle governative raggiungono il valore cumulato di un punto e mezzo per il Pil e di quasi 5 punti per gli investimenti”. Non solo. ”Il passaggio a più favorevoli condizioni del ciclo economico non comporta un allentamento del vincolo di bilancio: il rispetto degli obiettivi europei e del dettato costituzionale richiede, al contrario, un ancora più stringente controllo sui saldi di finanza pubblica”. Quindi “i miglioramenti che, automaticamente, vengono trasmessi ai saldi da una crescita più robusta, da un recupero dei redditi, dal venir meno di esigenze emergenziali dal lato della spesa, non appaiono sufficienti ad assicurare il profilo richiesto dal patto europeo. Il ritorno della crescita allevia, ma non elimina lo sforzo fiscale”, ha aggiunto.

STRADA IMPERVIA E ANCORA LUNGA – Secondo i magistrati contabili, il Paese ha all’orizzonte “una strada impervia e ancora lunga da percorrere”. Anche perché la disoccupazione “che nel 2018 rispetto ad oggi potrà ridursi di 2,4 punti” nel confronto con i “valori pre-crisi rimarrebbe superiore di oltre 4 punti”. Quindi bisogna ”dare attuazione concreta ad interventi in grado di riattivare la crescita con rapidità ed efficacia rappresenta una necessità immediata per offrire risposte al Paese. Ed è una sfida che rischia di essere senza prove di appello”.

Tuttavia “solo nel 2015 la nostra economia rientrerebbe nel limite rappresentativo di ‘normali’ condizioni recessive. La richiesta di derogare dal percorso di avvicinamento all’Obiettivo di Medio Termine fino al prossimo anno non sembra, dunque, inconciliabile con le indicazioni europee”. Ma gli obiettivi di stabilizzazione della finanza pubblica “devono essere perseguiti senza compromettere le prospettive di sviluppo del paese”. Anche perché “il corto-circuito fra rigore e crescita ha senza dubbio contributo ad approfondire oltre misura, nella nostra economia, le dimensioni del ‘vuoto di prodotto’ (output gap), un parametro decisivo, fra l’altro, proprio al fine di ripristinare un permanente equilibrio strutturale dei saldi di bilancio”. E in quest’ottica la revisione della spesa e il ridisegno delle strutture organizzative “non devono essere solo ispirati da esigenze di copertura finanziaria; essi devono basarsi su una chiara strategia di governo della spesa, in cui il ridisegno sia frutto di una nitida visione circa il profilo che si intende assegnare al sistema pubblico dei prossimi decenni”.

LE STIME DISCORDANTI DELL’ISTAT- A fare i conti in tasca al governo Renzi ci ha pensato l’Istat second il quale lo sconto Irpef previsto dal Documento di economia e finanza, i cui dettagli saranno definiti in un decreto legge atteso per venerdì 18, lascerà nelle tasche delle famiglie italiane più povere 714 euro in più all’anno. Secondo l’istituto di statistica, gli sgravi varranno il 3,4% del reddito complessivo per il 20% della popolazione che guadagna meno. L’effetto positivo sarà invece di 796 euro per le famiglie del secondo “quinto” (lo scaglione subito sopra quello dei redditi più bassi), di 768 per il terzo e di 696 per il quarto. Lo sconto scenderà poi progressivamente al salire delle entrate del nucleo familiare, fino a ridursi allo 0,7%, pari a 451 euro, per i più ricchi. Si tratta comunque di valori medi: oltre i 55mila euro di reddito non ci sarà alcun beneficio. Le entrate fiscali, stando ai calcoli dell’Istat, si ridurranno di conseguenza di circa 11,3 miliardi.

L’istituto che ha parlato per bocca del presidente, Antonio Golini, rivede però al ribasso, rispetto alle previsioni del governo, l’impatto dell’intervento sul prodotto interno lordo: il Def auspicava che la maggiore disponibilità economica degli italiani, a partire dai meno abbienti, lo avrebbe fatto crescere dello 0,3 per cento. Golini, invece, ha comunicato che il rialzo sarà al massimo dello 0,2% e potrebbe limitarsi allo 0,1 al netto degli interventi di copertura delle maggiori spese e minori entrate.

SPENDING REVIEW INSUFFICIENTE DAL 2015 – E un’altra tegola arriva invece dal vicedirettore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, anche lui audito in Parlamento sul Documento. “Nel 2015″, ha detto Signorini, “i risparmi di spesa indicati come valore massimo ottenibile dalla spending review (18 miliardi, ndr) non sarebbero sufficienti a conseguire gli obiettivi programmatici”. In pratica, secondo Signorini, se il taglio della spesa dovesse “finanziare lo sgravio dell’Irpef, evitare l’aumento di entrate e dare anche copertura agli esborsi connessi con programmi esistenti non inclusi nella legislazione vigente”, non basterebbe.

In generale, ha detto Signorini, il Def fissa obiettivi che “non si possono non condividere“, ma “è importante che l’azione riformatrice sia nei fatti incisiva e coerente con queste premesse”. Il Documento “propone azioni congiunte e simultanee: la riduzione del debito pubblico, il rilancio della crescita e un ritorno alla normalità dei flussi di credito, l’adozione di riforme strutturali che aumentino la produttività”. Ma tra il dire e il fare c’è un abisso, sembra ricordare l’istituto guidato da Ignazio Visco. Abisso colmabile solo con interventi rapidi e decisi.

ATTESE AMBIZIOSE DALLE PRIVATIZZAZIONI
– Prendiamo i proventi che dovrebbero derivare dalle privatizzazioni: il target dello 0,7% del Pil indicato nel Def è “ambizioso”, secondo via Nazionale. Che ricorda: “Negli ultimi 10 anni gli importi da dismissioni mobiliari sono stati pari a 0,2 punti di Pil in media l’anno”. Raggiungere l’obiettivo, quindi, “richiede un rapido e preciso programma di dismissioni”. “Plausibili”, invece, le previsioni riguardo agli “effetti netti degli interventi programmati per la riduzione del cuneo fiscale (aumento delle detrazioni Irpef e riduzione dell’Irap) e delle voci di copertura (la revisione della tassazione sulle rendite finanziarie e interventi sulla spesa pubblica)”, ha continuato Signorini.

“L‘equilibrio finanziario pubblico non si deve perseguire, ovviamente, con strategie miopi“, ha detto poi il funzionario. “La possibilità di ridurre il peso del debito sul Pil non dipende solo da una gestione prudente delle finanze ma anche dalla capacità di crescita dell’economia”. E i due obiettivi “devono essere inscindibili”, anche perché “le procedure europee consentono alcuni margini di flessibilità che possono essere sfruttati in accordo con le autorità europee al patto di avere al tempo stesso una strategia di riforme credibili e una bussola certa per le decisioni di finanza pubblica”. In questa luce, “assicurare la sostenibilità del debito pubblico resta necessario”, ha proseguito. La crescita, invece, sarà indispensabile anche “per il progressivo riassorbimento della disoccupazione, specie della componente giovanile più colpita dalla crisi”. Il ruolo delle politiche economiche, in questa fase, deve essere quindi quello di “sostenere la fiducia di imprese e famiglie, proseguire nella realizzazione delle riforme” e consolidare “l’allentamento delle tensioni sul mercato del debito sovrano che riflette certo il miglioramento del clima di mercato relativo all’euro, della finanza pubblica e delle prospettive di crescita, ma anche sviluppi contingenti sui mercati globali”.

ATTESA PER LA BAD BANK DI SISTEMA Signorini ne ha poi approfittato per rilanciare il tema della bad bank di sistema che era stato surclassato prima dal cambio di governo e poi dalle nomine pubbliche. In particolare sull’ipotesi di istituire una scatola dove concentrare i crediti di difficile riscossione, “rinvio a quanto detto dal Governatore: in presenza di una forte incidenza sui bilanci delle banche di crediti dubbi il modo di gestirli è molto importante”, ha detto per poi aggiungere che “abbiamo salutato con favore le iniziative in tal senso da parte di numerose banche, non vedremmo male iniziative di portata più generale”.

EBAY Le strane offerte per l’asta delle auto blu

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Fatto Quotidiano del 15/04/2014 di Tommaso Rodano attualità
Comprereste un’auto blu usata, su eBay, da Matteo Renzi e dal governo italiano? La risposta degli utenti sul sito di commercio on line è affermativa. Le offerte fioccano e le vendite procedono a ritmi sostenuti. Eppure non manca qualche anomalia. Nelle aste virtuali delle vetture di Palazzo Chigi, le valutazioni delle macchine si gonfiano e si sgonfiano all’improvviso, con offerte (spesso fuori mercato) che compaiono e vengono ritirate in modo repentino e un po’ sospetto. FACCIAMO un passo indietro. Le vetture di Stato in vendita sono in tutto 151. Per ora sono state piazzate le prime 33. Il totale del denaro raccolto è di 254 mila euro. Una media di 7.600 per macchina. Fin qui tutto bene. Per accorgersi delle stranezze, si deve sfogliare la cronologia completa delle offerte presentate per ogni auto blu venduta. Una a caso: la Lancia Thesis Jtd del 2008 con 206 mila chilometri e rotti nel motore. È stata piazzata per 10.450 euro il 7 aprile. Se si sfoglia l’elenco delle offerte, ce n’è una decisamente più alta del prezzo finale. Il 28 marzo, per la stessa macchina, l’utente n***a aveva ri- lanciato fino a 14.000 euro. Due giorni dopo, si è rimangiato l’offerta. È insolito, ma può capitare, anche se la policy di eBay su questo tipo di operazioni dovrebbe essere piuttosto severa. Il ritiro dell’offerta, si legge sul sito, dovrebbe essere permesso solo in “circostanze eccezionali”(spiegate con dovizia di particolari e con la promessa di prendere provvedimenti: “eBay effettuerà indagini approfondite sui ritiri delle offerte, l’abuso di questa opzione può risultare in una sospensione dell’account”). Il fatto è che queste “circostanze eccezionali” compaiono in quasi tutte le aste per le auto blu del governo. Altro esempio: un’Alfa Romeo del 2001 con 94 mila chilometri è stata veduta per 3020 euro il 12 aprile. L’8 aprile l’utente r***l aveva presentato un’offerta di 5.400 euro, cancellata il giorno stesso, dopo una manciata di ore. Addirittura f***e (che eBay specifica essere, stavolta, un “utente non registrato”) aveva lanciato una proposta folle di 30 mila euro,durata il tempo di una giornata. E ancora: l’Alfa 166 del 2007, acquistata il 6 aprile per 7.100 euro, era stata oggetto di una seriedi rilanci ben oltre la cifra dell’affare finale: 8 mila, 9 mila e anche 10 mila euro. Tutti scomparsi. Come nella stragrande maggioranza degli altri casi. QUALCOSA , nella gestione di queste aste, deve essere andato storto, permettendo di partecipare anche a chi non era davvero interessato e facendo lievitare per qualche ora la valutazione delle vetture. Per fortuna, il gruzzoletto delle auto blu non sarà una delle voci decisive della prossima spending review: non ci sarà bisogno, insomma, di manovre correttive ogni volta che qualcuno si mette a giocare su eBay.

Il ragazzo della via Pal (Marco Travaglio).

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Fonte il Fatto Quotidiano del 16/04/2014 Marco Travaglio attualità

Se non sapessimo che l’affidamento in prova al servizio sociale fu pensato negli anni 70 per educare i reietti della società a inserirvisi, penseremmo che il provvedimento del Tribunale di sorveglianza di Milano per il “detenuto Berlusconi Silvio” sia opera di un fine umorista. Così come il commento rilasciato dai suoi legali Coppi e Ghedini, molto soddisfatti per la “decisione equilibrata anche in relazione alle esigenze dell’attività politica del presidente”. Cioè del frodatore pregiudicato detenuto appena ricevuto a Palazzo Chigi dal premier Renzi per discutere della riforma della Costituzione. Ricapitoliamo: il rieducando“è ancora persona socialmente pericolosa”, ma con buone speranze di recupero. Il fatto che abbia risarcito i danni e le spese processuali alla parte civile (10 milioni e rotti all’Agenzia delle Entrate, da lui frodata con reati “reiterati per anni” per 360 milioni di dollari, quasi tutti prescritti) è “indice di volontà di recupero dei valori morali perseguiti dall’ordinamento” ed “evidenzia la scemata pericolosità sociale” del soggetto a rischio.

Il settantottenne palazzinaro, tycoon, finanziere, editore, padrone del Milan e di un sacco di altre cose, il leader del centrodestra da 20 anni, il sette volte parlamentare e tre volte presidente del Consiglio (il più longevo della storia repubblicana) è descritto dai giudici come un ragazzo della via Pal, un teppistello di periferia senz’arte né parte, affetto da “insofferenza alle regole dello Stato poste a tutela dell’ordinamento e della civile convivenza”, che sbarca il lunario sulla strada tra furti, bravate e marachelle perché nessuno gli ha insegnato l’educazione ed è pure “stato capace di influenzare l’ambiente (specie quello politico e giornalistico, ndr) in direzione incompatibile con le regole del diritto e dell’ordinato vivere civile”. Ora però, data la tenera età, dà timidi segni di ravvedimento e promette di non farlo più: insomma merita un’altra chance. Purché, si capisce, d’ora in poi righi diritto e si renda utile al prossimo per “almeno 4 ore consecutive alla settimana”, cambiando il pannolone, il pappagallo e il pitale agli anziani, perlopiù malati di Alzheimer, della Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Un’attività, questa, che più del carcere “può svolgere funzione rieducativa e di recupero sociale della persona”, “sostenendo e aiutando il soggetto a portare a maturazione quel processo di revisione critica e di emenda oggi in fieri”. La scelta del luogo è tutt’altro che casuale: il richiamo alla Sacra Famiglia lo indurrà a tenere i pantaloni abbottonati, viste le difficoltà manifestate in tal senso nella sua difficile adolescenza, causa un’approssimativa educazione sentimentale. Nel frattempo, per la prima volta in vita sua, il minore dovrà tenere “concreti comportamenti nell’ambito delle regole della civile convivenza, del decoro e del rispetto delle istituzioni”, evitando di frequentare le cattive compagnie, in ciò parzialmente aiutato dalla lontananza dell’amichetto Marcello. E rispettare “regole e istituzioni”, munito di un buon manuale di educazione civica, astenendosi dall’insultare i magistrati con le consuete frasi ”offensive” in “spregio dell’ordine giudiziario” che, “se reiterate, ben potrebbero inficiare quegli indici di resipiscenza” mostrati dal deviante una volta preso con le mani nella marmellata. Il giovine avrebbe preferito fare il “motivatore di disabili” in un centro della Brianza, ma i giudici hanno preferito di no: anche perché quel centro non è stato ancora costruito, cioè non esiste proprio. Dargli retta avrebbe accresciuto uno dei tratti tipici della sua immaturità: quello che lo porta a vivere, e a far vivere gli altri, in mondi paralleli del tutto immaginari. Inoltre i disabili da lui motivati avrebbero poi dovuto essere a loro volta rieducati dalla sua rieducazione, complicando inutilmente le cose. Restano ora da convincere gli anziani di Cesano Boscone, apparsi piuttosto perplessi alla notizia: “Se il reato l’ha commesso lui, perché la pena dobbiamo scontarla noi?”.

Ue, via libera al regolamento su abusi di mercato. Carcere per i reati finanziari

Il Consiglio Ue ha approvato la proposta di un regolamento e di una direttiva che introducono sanzioni penali per l’insider trading e la manipolazione di indici. La pubblicazione in Gazzetta ufficiale è prevista per giugno
Fonte di Redazione Il Fatto Quotidiano | 14 aprile 2014 attualità
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L’Europa spunta le armi ai ‘furbetti’ dei mercati finanziari. Che, finora, hanno approfittato del vuoto legislativo per arricchirsi alle spalle dei cittadini europei. L’ultimo via libera formale del Consiglio Ue alla proposta di un regolamento sugli abusi di mercato e di una direttiva sulle sanzioni penali per chi commette reati di questo tipo apre la strada a una vera svolta. Chi, all’interno dell’Unione, commetterà reati finanziari gravi, come la manipolazione di indici (vedi il recente caso delle manipolazioni dei tassi Euribor e Libor) o lo sfruttamento di informazioni privilegiate per guadagnare in Borsa (in gergo insider trading) rischierà il carcere per almeno quattro anni. Un cambiamento “epocale”, lo ha definito l’Europarlamento, perché attualmente gli investitori senza scrupoli hanno molte vie di fuga: diversi Paesi Ue prevedono per questi reati sanzioni solo amministrative. Secondo Viviane Reding, commissario alla Giustizia, e Michel Barnier, responsabile del Mercato interno, “è un messaggio forte di ‘tolleranza zero‘ verso chi abusa delle informazioni privilegiate in suo possesso, cercando di manipolare il mercato”.

Le nuove norme serviranno per uniformare le leggi europee, eliminando differenze di trattamento come quelle che oggi, per esempio, esistono tra l’Italia – dove la pena per le frodi finanziarie è tra le più elevate, fino a dodici anni di carcere – e l’Estonia – dove è di appena trenta giorni. La direttiva stabilisce inoltre una definizione comune degli abusi del mercato e la durata minima delle sanzioni penali: quattro anni, appunto, per insider dealing e manipolazione, due anni per diffusione di informazioni privilegiate. Dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale, prevista per giugno, la Commissione avrà 24 mesi per rendere effettivo il Regolamento e gli Stati altrettanto per introdurre nella legislazione nazionale i contenuti della Direttiva. Tra cui una regolazione più stringente delle piattaforme elettroniche
di negoziazione, finora escluse dalla normativa europea ma la cui diffusione è aumentata negli ultimi anni.

Settis e l’archeologia : Renzi odia la profondità

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L’EX RETTORE DELLA NORMALE INSEGNA A TUTELARE IL TERRITORIO (ANCHE DAI DISASTRI DEL TAV) E IL PREMIER LO TRATTA CON SARCASMO: VIETATO CRITICARE IL GOVERNO
Fatto Quotidiano del 13/04/2014 di Dario Fo attualità
In presentazione di un suo saggio uscito da pochi anni ( Azione popolare. Cittadini per il be- ne comun e Einaudi, 2012) il giornalista che intervista Salvatore Settis commenta: “L’ex rettore della Normale di Pisa è un 71enne signore dai modi gentili e leggermente impac- ciati, tipici di chi ha trascorso più di dieci lustri della propria vita tra libri, convegni, testi antichi, banchi delle più pre- stigiose istituzioni universita- rie”. Salvatore Settis, dice: “Il mio non è un atteggiamento estremista né ammiccante all’antipolitica, cioè all’odio e alla vo- lontà di eliminare gli altri, ma è invece un modo di pormi fatto di indignazione e radicalità. Tutti i cittadini dovrebbero mobilitarsi per l’interesse generale, a difesa dei beni comuni. Compresi quelli artistici”. CONOSCO Salvatore Settis da parecchi anni. Ho avuto la fortuna di tenere lezioni e convegni sul teatro e sull’arte della messa in scena alla Normale di Pisa, che ha diretto lungamente. Ho imparato dai suoi saggi e dagli articoli che trattano della salvaguardia del paesag- gio e del territorio sommerso quanta negligenza criminale deve sopportare il nostro Pae- se; non solo, ma il Prof. Settis si inoltra con analisi chiare e in- confutabili a proposito dei progetti ferroviari di transito veloce che causano veri e pro- pri disastri ambientali e che non tengono conto dei sacro- santi diritti delle popolazioni che grazie a questo atto di fe- roce modernizzazione perdo- no la propria autonomia e libertà; inoltre, lo scienziato Settis, sottolinea con giusta ironia come siano abili e spudorati i responsabili di questa tutela nello scaricare addosso alla natura e alle calamità imprevedibili la causa dei disastri che ciclicamente colpiscono la nostra terra. Questi suoi scritti sono lezioni impagabili che ogni gestore della cosa pubblica dovrebbe imparare a memoria. Eppure è talmente desueta la coscienza dell’apprendere che uno scien- ziato come Settis che ha l’ardire di avanzare una critica al programma politico del governo in carica, fa scattare l’indignazione immediata da parte del presidente del Consiglio Matteo Renzi che con evidente sarcasmo commenta la scienza alla quale è legato il critico Settis, l’ archeologia , anzi tout court lo definisce l’archeologo , cioè qualcuno che è con il cervello nel sottosuolo. SECONDO l’enciclopedia Treccani, caratteristica del- l’Archeologia è il metodo di acquisizione delle conoscenze, mediante cioè lo scavo sul terreno, la ricognizione di superficie e la lettura dei resti monumentali residui, cioè è la scienza che invita a guardare sotto, in profondità ai problemi e non dare nulla riguardo alla base per scontato. Come diceva Socrate: “Chi non scava, non sa su cosa cammina e trascorre la vita”. Si vede subito che il Signor Renzi è uno che resta in su- perficie e si limita piuttosto ai ‘ si dice che ’. Andare in profondo significa scegliere la fatica di osservare le cose sempre da punti di vista diversi, scoprire spesso il ro- vescio della propria condizio- ne sia statica che dinamica; ed è proprio di lì che Eratostene di Cirene, nel II sec. a.C., intuisce che non solo gli umani vanno vivendo su una super- ficie sferica ma ha l’illuminazione che, grazie alla rivoluzione del nostro pianeta, nell’universo non esiste né sopra né sotto né donne e uomini all’in piedi o capovolti. Ma questo Renzi non l’ha ancora capito. Se il governo ha un’idea bisogna che tutti i citadini la condividano. Chi fa obiezione si ritrova fuori dall’universo. E non bisogna quindi pren- derlo in considerazione, specie se è un archeologo.

Una lingua per tutte le stagioni (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 15/04/2014. Marco Travaglio attualità

Fra i titoloni dei paginoni dedicati dai giornaloni alla notizia sconvolgente del passaggio di Paolo Bonaiuti da Forza Italia al Ncd, il migliore è senz’altro quello della Stampa: “Berlusconi non ricuce. E Bonaiuti diventa lo stratega di Alfano”. La qual cosa conferma alle masse di fans alfaniani “che il vento comincia a girare dalla parte giusta”. Le sedi Ncd in tutt’Italia sono state prontamente transennate 24 ore su 24 per arginare l’incessante afflusso di nuovi adepti, al seguito dell’ex ventriloquo berlusconiano, noto trascinatore di folle. Nato a Firenze nel 1940, giornalista del Giorno poi del Messaggero fino ai gradi di vicedirettore, Paolino Bonaiuti era molto di sinistra. Ancora nel gennaio ’94, quando Emilio Fede chiese le dimissioni di Montanelli dal Giornale perché non obbediva al suo (di Fede) padrone, Bonaiuti tuonò sul Messaggero in un editoriale dal titolo sarcastico “Va in onda la liberal-democrazia”: “Dal pulpito di Rete4 è stata impartita ieri sera una lezione di intolleranza. Proprio mentre infuria la polemica su quanto sia favorito rispetto ai concorrenti un candidato alle elezioni che possiede tre reti televisive, l’invito di Emilio Fede a cacciare Indro Montanelli perché troppo autonomo è il primo esempio pratico del livello di ‘indipendenza’ che potrebbe crearsi all’interno dell’impero d iBerlusconi.

Questo episodio moltiplica l’inquietudine, perché lascia capire quanto potrebbe essere forzatamente massiccio e compatto il sostegno al Cavaliere degli organi di informazione del gruppo. Guai a chi si azzardasse a uscire, anche per un attimo, dal coro. La durezza dell’intervento, preannunciato proprio perché avesse maggiore risonanza, mostra lontane tentazioni da Minculpop e lascia sbigottiti… Resta da vedere se Berlusconi presterà orecchio a questi consigli. Speriamo che non lo faccia e si mostri del tutto estraneo all’iniziativa. Anche perché condividerla sarebbe mossa improvvida per chi si presenta come un campione della liberaldemocrazia”. Pochi giorni dopo B. mise alla porta Montanelli e due anni dopo Bonaiuti divenne il suo portavoce (e il suo sottosegretario a Palazzo Chigi). Per 18 anni, con la sua calotta color polenta da Mastro Ciliegia e la sua boccuccia a cul di gallina, è stato la sua ombra, sempre alle sue spalle a fare la faccina estasiata a ogni sua cazzata, a muovere la testa su e giù, a sottolineare anche con gesti manuali le meraviglie che uscivano da quella boccuccia, sempre pronto a giustificare le gaffe del capo, o a smentire e minimizzare quelle proprio indifendibili. Quando il padrone finiva al San Raffaele, lui era la caposala e gli cambiava il pappagallo. La domenica, mentre il capo era fuori per i puttantour, riceveva i tg per rassicurare gl’italiani che tutto andava a meraviglia (il suo intervento chiudeva regolarmente l’album delle figurine nei “panini” di regime). Poi fu addirittura promosso a comparsa da talk-show, scudo umano pronto a difendere e a rivendicare tutto l’indifendibile.“Le leggi ad personam nascono dai processi ad personam contro B”, era uno dei refrain. E se la Consulta le bocciava era perché “è dominata dalla sinistra: 11 a 4!”. Dati inventati, numeri a caso, statistiche e sondaggi di pura fantasia, come quando sparò che “il presidente Berlusconi ha un gradimento attorno al 70%” (14 maggio 2002). Infatti B. l’aveva appena messo a capo della “task force del governo contro gli aumenti dei prezzi” dopo l’arrivo dell’euro. “Il Presidente Berlusconi non è intervenuto, non sta intervenendo e non interverrà nella vicenda Rai”, giurava Polentina mentre B. occupava militarmente Viale Mazzini e ne cacciava Biagi, Santoro e Luttazzi. “È una bolla di sapone, finirà nel nulla”, salmodiava a ogni sexy-scandalo del Cavaliere di Hardcore. E le tre strappone fotografate da Oggi sulle ginocchia dell’anziano latrin lover a Villa Certosa? “Delegate della federazione giovanile Pdl a una riunione politica alla presenza dei fidanzati”. A volte, credendosi il capo del Minculpop, chiamava i giornali per bloccare notizie vere (tipo quando Scajola disse che Marco Biagi appena ucciso dalle Br era“un rompicoglioni”) o protestare per commenti sgraditi (ne sa qualcosa De Bortoli per gli editoriali di Sartori sul conflitto d’interessi, e persino per le vignette di Giannelli).

B. dava dei “pazzi, antropologicamente diversi dal resto della razza umana” a tutti i magistrati? “Solo battute in libertà, al limite del paradosso”, spiegava Paolino. Il Cavaliere rivelava di avere strappato a Helsinki l’autorità europea del cibo “rispolverando le mie arti di playboy con la presidente finlandese Halonen”? “Una carineria detta in clima festoso”, chiosava il portacazzate. Prodi vinceva d’un soffio le elezioni del 2006? “Abbiamo il Senato con oltre il 50% e 350 mila voti di differenza”, vaneggiava il viceballista. Quando Previti finì a Rebibbia per ben tre giorni (su 7 anni e mezzo di condanna), anche lui partecipò al pellegrinaggio di italoforzuti nella cella del nuovo Pellico. E quando B. presentò una memoria piena di balle in tribunale per farsi assolvere al processo Mills, emise una nota che non ammetteva repliche: “Le annotazioni del presidente B. imporrebbero, di per sé sole, la piena totale assoluzione”. Basta chiedere all’imputato: scusi, lei è colpevole o innocente? Innocente. Ah, beh, allora è assolto con tante scuse. Mai un plissè , un dubbio, un cedimento, un crampo alla lingua. Fino all’altro giorno, quando il suo ufficio a Palazzo Grazioli è stato sbaraccato senza avvertirlo e le sue cose, ammassate negli scatoloni, sono finite nel cortile. A quel punto non ci ha visto più, o meglio ha visto passare davanti ai suoi occhi gli ultimi vent’anni della sua vita, ed è emersa un’insanabile “divergenza politica”. Con chi? Con se stesso. Ma lui l’ha superata con agile balzo traslocando lingua e bagagli alla corte di Alfano e degli altri “diversamente berlusconiani”. Nel ruolo di “stratega”. Cioè di diversamente leccante.

Comuni e bilanci, i mille trucchi per arrivare agli esami della Corte dei Conti

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Un decreto di Monti del 2012 dà la possibilità ai Comuni in dissesto di sottoporre i piani di risanamento ai giudici contabili. Ed è partita la corsa a rendere presentabili i conti. Napoli ci infila la vendita delle Terme di Agnano, che però è in ballo da dieci anni
Fatto Quotidiano del 13 aprile di Fiorina Capozzi 2014 attualità
Ma come si fa a vendere le Terme di Agnano? Sono dieci anni che il Comune di Napoli vuole piazzarle a dei privati e intanto ci ha investito 12 milioni di euro. E vogliamo parlare della dismissione degli alloggi popolari partenopei? Degli introiti eventualmente realizzati, solo il 25% può essere usato per ripianare il deficit del capoluogo campano. Il resto è vincolato ad opere di edilizia popolare. Eppure nel piano di riequilibrio del Comune di Napoli entrambe le proprietà dell’ente sono indicate come future fonti di incasso per rimettere in sesto i conti.

Ma c’è chi si è spinto oltre scegliendo una soluzione ancora più semplice: indicare nel piano i potenziali incassi dagli immobili in vendita scrivendoli tra i crediti già vantati e ha chiuso cosi il gioco del piano di riequilibrio finanziario. Almeno virtualmente. E’ il caso del comune beneventano di Cerreto Sannita, dove i magistrati della Corte dei Conti, incaricati di esprimere un giudizio sui piani di risanamento degli enti in crisi finanziaria, contestano 2,3 milioni di euro di incassi datati 2011 da cessioni del mattone per una “errata appostazione in parte corrente degli introiti delle vendite di beni immobili”. In pratica il Comune ha iscritto in bilancio “residui attivi da alienazione e da concessioni cimiteriali” inesistenti perché non ha realmente venduto né immobili né loculi.

E se in Campania la situazione è drammatica, non si può dire che si tratti di una Regione isolata nel disperato tentativo di far quadrare i conti davanti ai magistrati contabili. In Toscana, ad esempio, Porto Azzurro ha deciso di mettere in vendita la controllata Alarcon srl stimando di poter incassare dalla cessione un centinaio di milioni. Una valorizzazione che, però, non è suffragata da un’analisi di bilancio e che quindi è stata messa in dubbio dalla Corte dei Conti che ne ha bocciato il piano di riequilibrio. Reggio Calabria, invece, ipotizza “ulteriori riduzioni” di spese del personale. “Senza cifre”, come rileva la magistratura contabile nelle motivazioni di rigetto del piano.

E queste sono solo alcune delle astuzie contabili che i Comuni e le Province in difficoltà finanziaria hanno tirato fuori dal cilindro per superare l’esame dei bilanci da parte della magistratura contabile, che attualmente è al lavoro su un centinaio di piani di riequilibrio di amministrazioni locali arrivate ormai alla canna del gas. Dalle pronunce delle sezioni regionali della Corte presieduta da Raffaele Squitieri che sono in corso di pubblicazione da inizio 2014, emerge infatti un quadro delle autonomie locali con bilanci imprecisi, spesso da rifare e amministratori non sempre all’altezza del compito affidatogli dal legislatore. Ci sono contenziosi e debiti fuori bilancio, residui attivi indicati fittiziamente, scarsa chiarezza su controllate e partecipate, sponsorizzazioni con introiti incerti. Insomma, la fantasia degli amministratori locali non ha limite. Con l’aggravante che, in pendenza di giudizio della Corte, i creditori degli enti sono pure costretti a fare buon viso a cattivo gioco, visto che la procedura di riequilibrio blocca gli atti esecutivi, cioè i pignoramenti. E le responsabilità degli amministratori locali non emergono con chiarezza.

Per gli enti in difficoltà, del resto, è difficilissimo riportare i conti in pareggio senza toccare le spese fisse. Il decreto Monti 174/2012, che ha istituito il fondo rotativo, ha tentato di trovare la quadra dando la possibilità ai Comuni e alle Province di strutturare un piano di riequilibrio da sottoporre al vaglio della Corte dei Conti. In caso di bocciatura, Monti aveva previsto la segnalazione al Prefetto e alla Conferenza permanente per il coordinamento degli enti, dando al consiglio 20 giorni di tempo per deliberare il dissesto. La procedura proseguiva poi con la nomina di un commissario chiamato a stilare un piano per rimettere in sesto le finanze pubbliche attraverso aumento della tassazione locale, riduzione all’osso dei servizi, blocco delle assunzioni e taglia della pianta organica nei tetti previsti dalla legge. Ipotesi quest’ultima rimasta solo sulla carta, come dimostra il fatto che un comune come Napoli non solo non ha bloccato le assunzioni, ma ha aumentato il numero dei dirigenti.

L’intero meccanismo messo in piedi da Monti si è però incagliato in corso d’opera con l’intervento dell’esecutivo Renzi che nel Salva-Roma, il decreto per mettere in sicurezza i conti della capitale, ha introdotto anche un più generale salva-comuni: in caso di bocciatura del piano di riequilibrio da parte della Corte, secondo il primo decreto legge dell’era Renzi (il numero 16/2014), non c’è più la segnalazione al Prefetto e l’ente può fare ricorso entro 30 giorni alle sezioni riunite dei magistrati contabili. Non solo: in baso di bocciatura in appello, il Comune può ripresentare entro 120 giorni il bilancio ai magistrati contabili. A patto però che ci sia un miglioramento nella situazione complessiva. Anche di un solo euro. Ed ecco che il gioco salva-comuni è ripartito. Non a caso nell’audizione dello scorso 21 marzo alla Camera del presidente Squitieri si legge “la formulazione dell’ipotesi normativa, che fa riferimento ad un ‘miglioramento’, andrebbe qualificata in termini più significativi, altrimenti potrebbe ritenersi sussistente anche per modeste variazioni nelle poste contabili”.

La vicenda ha insomma del paradossale anche perché per la prima volta nella storia della Corte dei Conti, i magistrati (poco meno di 400 in tutta Italia) sono chiamati ad un controllo prospettico: finora infatti il loro lavoro si fermava all’analisi del passato, oggi invece devono anche valutare l’efficacia dei piani di riequilibrio pluriennale degli enti, muovendo rilievi sulle azioni pensate dai Comuni per ripianare il deficit.

Non tutti del resto sono fortunati come Firenze o Torino. La città di Renzi e quella del presidente dell’Anci, Piero Fassino, anche consigliere della Cassa Depositi e Prestiti, sono infatti riusciti in extremis a migliorare i conti grazie alle cessioni immobiliari: Firenze ha venduto il teatro comunale per 26 milioni incassati alla fine del 2013, Torino ha ceduto invece un ex complesso scolastico e una vecchia caserma dei vigili del fuoco. E in più la Provincia piemontese ha venduto un complesso immobiliare. A comprare la Cassa Depositi e Prestiti nell’ambito di una maxi-operazione da 725 milioni per l’ acquisto di immobili demaniali e di alcune città concluso alla fine dell’anno scorso.

D’altro canto va detto che gli immobili di pregio di interesse della Cdp (alla ricerca di un rendimento del 7%) sono pochi e quindi è difficile che tanti altri Comuni in difficoltà possano salvarsi cedendo il mattone che hanno in pancia, in un mercato immobiliare in piena crisi con transazioni e prezzi in discesa. L’unica strada percorribile per gli enti in crisi finanziaria, al momento resta quindi quella dei tagli. Ai cittadini prima di tutto e poi forse anche ai dipendenti. E naturalmente c’è l’opzione dell’aumento al massimo consentito delle tasse locali per mantenere in piedi una struttura amministrativa decotta che, troppo spesso, è legata a doppio filo con la politica e le sue pratiche di spartizione di posti di lavoro pubblici.

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