Archivio mensile:aprile 2014

TV PUBBLICA 150 milioni in meno nel 2014

pppFatto Quotidiano del 19/04/2014 Redazione attualità
PREVISTO, CANCELLATO e poi previsto il salasso per la Rai. Matteo Renzi lo annuncia con una certa severità: “C’è una voce importante sulla Rai. La Rai è chiamata a concorrere al risanamento con un contributo di 150 milioni di euro, viene autorizzata a vendere Raiway e a riorganizzare le sedi regio- nali. Non è nella disponibilità della Rai de- cidere se partecipare o no, perché 150 mi- lioni li mette, ma può decidere come”. Fi- nisce così il dialogo – che voleva essere co- struttivo, ma certamente è stato teso – tra il direttore generale Luigi Gubitosi e Carlo Cottarelli, il signor spending review, che dieci giorni fa aveva illustrato il sacrificio di viale Mazzini. Renzi ha parlato di tagli strut- turali e, probabilmente, la riduzione del 10 per cento circa dei trasferimenti dal Tesoro a viale Mazzini del canone di abbonamento (oltre 1,7 miliardi l’anno), sarà confermata anche nel 2015. Il presidente del Consiglio per agevolare Gubitosi gli suggerisce di chiudere qualche sede regionale e gli dà il permesso a cedere una quota di Raiway, la controllata di viale Mazzini che gestisce i siti di trasmissioni, antenne e piloni. Raiway, secondo un recente studio di Mediobanca, vale circa 600 milioni di euro. Ma con il direttore ge- nerale lontano da Roma, le prime voci che provengono dalla televisione pubblica sono molto critiche. L’associazione dei dirigenti (Adrai), che saranno sottoposti a un inevi- tabile taglio degli stipendi, fa sapere che un modo per risparmia esiste, ma non è quello che ha individuato Renzi. Protesta anche il sindacato dei giornalisti (Usigrai): “Il taglio di 150 milioni di euro perla Rai rischia di avere un impatto pesante per l’azienda e l’occupazione anche dell’indotto audiovisivo. Si tratta di un taglio netto lineare, di dubbia legittimità perché lede il principio di indipendenza economica dei Servizi pubblici dai governi, e fuori da qualunque discussione sullo sviluppo e il futuro”.

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I trucchi contabili per rendere gli indicatori economici più belli

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Fatto Quotidiano del | 20 aprile 2014 di Loretta Napoleoni attualità
Se bastasse un trucco contabile per far ripartire l’economia allora non avremmo più bisogno di politici ma di un governo di contabili. L’utilizzo di nuove modalità di contabilità per rendere gli indicatori economici più ‘belli’ di quanto in realtà essi siano non migliora il reddito della popolazione, né fa crescere l’occupazione, piuttosto si tratta di strumenti utilizzati per la propaganda politica.

Ragioniamoci sopra. Mario Draghi sta considerando la possibilità di introdurre tassi d’interesse negativi per le banche che depositano soldi nella Banca centrale europea perché l’inflazione in Europa continua a scendere ed è ben al di sotto del 2 per cento. Si tratta di una decisione eccezionale, per combattere un male pericolosissimo: la deflazione. Eppure il costo della vita oggi è ben più alto di 10 anni fa. Come mai? E’ semplice basta cambiare il paniere dei beni rappresentativi dell’inflazione, ad esempio un televisore a colori oggi costa meno di 10 anni fa, lo stesso vale per gli smartphone e così via.

Sebbene tutti ormai si siano convinti che il problema sia la bassa inflazione, in realtà più che all’indice dei prezzi bisogna guardare al potere d’acquisto della moneta, l’euro. Ed in effetti questo è basso, un tempo con un milione e mezzo ci viveva un’intera famiglia, oggi con 750 euro non si riesce neppure a sbarcare il lunario. Ci vuole l’aiuto dei genitori o dei nonni per arrivare alla fine del mese.

Ma affermare che il potere d’acquisto dei salari è sceso equivale ad un suicidio economico, meglio usare terminologie come la deflazione e per farlo basta cambiare il paniere dell’inflazione. E’ vero il mondo cambia e dobbiamo adeguarci, quindi questo paniere non può rimanere statico, ma alcune voci devono rimanere perché la spesa per mandare un bambino all’asilo nido, ad esempio, esiste ancora per le famiglie ed i costi sono aumentati e lo stesso vale per le vacanze, l’assicurazione dell’automobile ed anche i prodotti alimentari organici. L’economia è complessa e non sempre è possibile con un calcolo che produce un numero, ad esempio il Pil, definire un fenomeno quale la ricchezza ed il benessere di una nazione.

E’ bene che il lettore ed il cittadino attento capiscano che spesso, troppo spesso, la macchina politica trova il modo di cambiare le carte contabili in tavola e farci credere che tutto procede per il meglio. E’ sicuramente questo il caso dell’ESA, European System of Accounts che come un prestigiatore con la bacchetta magica aumenterà il Pil europeo di più di 2 punti percentuali e naturalmente anche quello italiano.

Ma mettere a confronto i valori di prima e dopo l’introduzione dell’ESA equivale a comparare due entità profondamente diverse. Pochi però ne sono al corrente. Negli Stati Uniti questo giochetto ha creato l’illusione che l’economia fosse tornata a crescere al ritmo degli anni pre-crisi del credito. Matteo Renzi conta di sfruttarne l’introduzione per far credere agli italiani che il suo metodo ha funzionato, che le sue riforme hanno rimesso in moto l’economia. Ma non sarà così.

Fortunatamente, nel lungo periodo gli effetti speciali dei cambiamenti contabili scemano perché anno dopo anno i numeri tornano a raccontano la verità. Così la straordinaria crescita degli USA non ha prodotto l’abbandono del Quantitative Easy, si stampano sempre 65 miliardi di dollari al mese e la Fed non ha intenzione di smettere di farlo nel breve periodo, anzi, Yellen ha ribadito che il motivo è proprio la lenta ripresa. Anche al 3,5 per cento questa è troppo bassa per riportare l’America ai livelli dei primi anni 2000. Discorso analogo vale per la Banca centrale europea, se le cose vanno così bene allora perché c’è bisogno di introdurre tassi d’interesse negativi?

Generalmente è più difficile truccare gli indicatori monetari che quelli economici, persino il tasso di disoccupazione può essere manipolato, basta cambiare le modalità per poter entrare a far parte dell’esercito dei disoccupati, quindi è sempre bene mettere a confronto i valori del Pil, quelli del debito pubblico con i tassi d’interesse e la politica monetaria, se questa è espansiva allora sicuramente la crescita non è reputata sufficiente ed il politico di turno ci sta raccontando l’ennesima frottola.

L’invasione degli ultracazzulli (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 20/04/2014. Marco Travaglio attualità
Spiace che non abbia avuto il meritato risalto l’unica vera novità del prossimo concertone del Primo Maggio: la presenza sul palco, accanto a musicisti, cantanti, rocker e rapper, di Aldo Cazzullo da Alba (Cuneo), il simpatico e rubicondo inviato ed editorialista del Corriere della sera, nonché scrittore e soprattutto patriota. Noi segnaliamo la notizia perché ultimamente ci è parso di notare attorno a lui un fenomeno fantascientifico, inspiegabile con gli strumenti della ricerca umana: la moltiplicazione dei Cazzulli, tanti piccoli e medi e grandi Cazzulli che spuntano dappertutto e sciamano in ogni dove, infilandosi dove meno te li aspetti. Una sera, per dire, un tg mostrava un filmato di Renzi a passeggio per Firenze, e al suo fianco si materializzava tosto un Cazzullo che, con piglio sicuro e gesti decisi, fendeva la folla e sfollava la gente per aprire la strada al Sindaco facendogli scudo col suo corpo. Un’altra volta, a un solenne ricevimento al Quirinale per celebrare le celebrazioni delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, accanto a Sua Maestà Giorgio I-II troneggiava un Cazzullo addobbato a festa da ministro della Real Casa, ben più credibile di Falcone Lucifero.

Frattanto, in svariati salotti televisivi, altri Cazzulli sfusi con sorriso d’ordinanza promuovevano libri sull’ottimismo obbligatorio e contro il disfattismo dilagante, da Viva l’Italia a L’Italia s’è ridesta a Basta piangere, senza peraltro spiegare cosa ci sarebbe da ridere. Il fenomeno ricorda un film cult del 1956, L’invasione degli ultracorpi, dove la città americana di Santa Mira è invasa da una miriade di replicanti che escono da enormi baccelli e si sostituiscono agli abitanti, eliminandoli nel sonno e copiandoli alla perfezione. Qualcosa di simile temiamo stia accadendo in Italia con l’invasione degli ultracazzulli, anche se il baccellone-madre non è ancora affiorato dal nascondiglio. Forse è il caso di fare qualcosa, anche perché il fenomeno potrebbe innescare, per emulazione o per competizione, un’analoga invasione degli ultrasevergnini, altre creature moleste dedite, al patriottismo forzato e alla ripresa a tutti i costi, capaci di scorgere a ogni ora del giorno e della notte – malgrado la frangetta sugli occhi – misteriose “luci in fondo al tunnel” invisibili agli umani.

Che cosa esattamente farà l’ultracazzullo sul palco del Primo Maggio è ancora un mistero: gli organizzatori affermano che rallegrerà il folto pubblico con la gaia storia di “una partigiana che fu ferita in battaglia e, per non essere di peso, si suicidò, ma poi i nazifascisti trovarono il suo corpo e per spregio la impiccarono due volte”. Non si esclude però la lettura di brani scelti dalle opere di Re Giorgio e di sonetti in rime baciate di Matteo Renzi. E poi via, alla conquista del pianeta. Con la bella stagione, un cazzullino sfilerà tutto piumato e impettito con la fanfara dei bersaglieri alla parata del 2 Giugno. Un clone s’infilerà fra le gambe di Miss Italia e di lì lancerà un messaggio di speranza alle donne. Un altro aldino riuscirà a telefonare a papa Francesco prima che papa Francesco telefoni a lui e farà capolino alle sue spalle durante l’Angelus domenicale pavesato di tricolore per portare al mondo un po’ di sano ottimismo. Un replicante formato mignon darà il calcio d’inizio della finale di Coppa Italia all’Olimpico di Roma, poi s’imbarcherà con la Nazionale alla volta del Brasile per i mondiali di calcio, nom de plume Cazzullao, per raccomandare all’umanità intera di sorridere sempre. Un ennesimo doppione atterrerà dal baccellone a Sanremo per il prossimo Festival della canzone, dove travestito da Cavour interpreterà La bela gigogin in onore del Risorgimento su mandato di Re Giorgio.

Nessun traguardo gli sarà precluso, a parte uno. Quando un cazzullino si affaccerà tutto sorridente in via Solferino 14, alla portineria del Corriere della sera, chiedendo di salire in direzione, un robusto e malmostoso usciere lo metterà alla porta: “No, guardi, signore, non compriamo niente. E qui non c’è niente da ridere”.

De Bortolitano (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 19/04/2014. Marco Travaglio attaulità
Come ha quasi sempre dimostrato nei fatti, e soprattutto nell’attuale durissimo braccio di ferro con alcuni suoi scombiccherati editori (vedi penultima puntata di Report), Ferruccio De Bortoli è un giornalista di prim’ordine, onesto e signorile. Spesso non siamo d’accordo con lui (e viceversa), ma questo è il bello del pluralismo. Perciò, nel leggere sul Corriere la sua corrispondenza epistolare di amorosi sensi col presidente Giorgio Napolitano, abbiamo provato un surplus di stupore. Cosa spinge il direttore di un giornale a inviare lettere d’amore al capo dello Stato e per giunta a pubblicarle con risposta? In quale altro paese potrebbe mai accadere, a parte qualche repubblica caucasica o la Corea del Nord?

L’occasione è il primo anniversario della rielezione di Re Giorgio, di cui De Bortoli rivendica la primogenitura per averlo implorato di restare al Quirinale e di non abbandonarci fra le procelle della crisi. Segue la solita leggenda metropolitana dell’“impasse eccezionale” dei partiti che non riuscivano a eleggere il suo successore e poi alzarono bandiera bianca, salendo in pellegrinaggio al Divino Amore acciocché egli “vincesse la sua più volte ribadita contrarietà” e accettasse la riconferma. Obtorto Colle, si capisce (naturalmente non è vero niente: Napolitano, dopo aver tentato invano di far eleggere al suo posto un suo clone, tipo Amato, o Cassese, o Marini, per sponsorizzare le larghe intese imposte da Arcore e da Francoforte, e dinanzi al pericolo che il suo successore fosse quel brigatista rosso di Rodotà, si imbullonò alla poltrona). De Bortoli si duole col presidente dei “piccoli interessi meschini” che ancora sventuratamente ostacolano le mirabolanti “riforme” da lui così sacrosantamente caldeggiate, ma anche della propaganda condotta dalle forze anti-euro “con argomenti falsi e tesi ingannevoli”, mentre il povero monarca rimane solo a incarnare il Bene degli “europeisti convinti”. Il finale è da manuale: “Caro Presidente, so che questi mesi del suo secondo settennato sono stati i più faticosi e ingrati. Chissà, forse si è persino pentito di aver ceduto alle insistenti pressioni per una sua rielezione”, e “molte polemiche l’hanno coinvolta, soprattutto sul tema delle prerogative che la Costituzione assegna al suo ruolo”, financo da “alcuni costituzionalisti” birichini. “Io personalmente sono convinto che lei non debba rimproverarsi di nulla”, e ci mancherebbe. Però, purtroppo, “il Corriere ha pubblicato articoli da lei poco graditi” (oddio, e quando? E come ha osato? Il Venerdì Santo comunque è il giorno buono per la penitenza, la contrizione e la flagellazione). Ergo, urge “una sua riflessione chiarificatrice”. Al confronto, l’intervista di Fabio Fazio di sabato scorso, con domande tipo “Qual è la prima volta che ha conosciuto l’Europa?” e “Come vede l’Europa?”, era un assalto all’arma bianca. Punto sul vivo dall’impertinente direttore del Corriere che gli chiede di recensire il primo anno del suo secondo settennato, Giorgio Sequel Napolitano prende carta, penna e calamaio e verga una strepitosa replica, intitolata “Ho pagato un prezzo alla faziosità, ma il bilancio è positivo”. Quindi tutto bene: lo dice lui. Solite frottole sulla “paralisi istituzionale” di un anno fa e sulla “concentrica pressione” che lui, seppur recalcitrante, fu costretto a soddisfare. Un bacione a Ferruccio “per il caloroso apprezzamento circa la mia decisione di un anno fa e più in generale circa il mio operato”. Tanto dolore per “fatti, atteggiamenti, intrighi che hanno concorso a gettare discredito – ben al di là di ogni legittima critica e riserva – sulla mia persona e sull’istituzione che rappresento” (i confini di legittimità li decide lui), insomma “è stato duro, faticoso e ingrato”, ma il “bilancio” è “positivo”. Lo dice lui: come sono stato bravo. E pazienza se ha riportato al governo un pregiudicato, se quel governo è naufragato in nove mesi, se nessuno degli obiettivi che si era dato un anno fa è stato centrato. Quanto al suo crollo nei sondaggi, non dipende dal fatto che metà degli italiani non ne può più di questo sistema e del suo imbalsamatore, ma dallo “spirito di fazione” che gli ha fatto “pagare un prezzo nei consensi”, ma ci vuol altro per fargli “dubitare della giustezza della strada seguita”. Quindi ha ragione lui e, se lo dice lui, dobbiamo crederci. Siccome poi ha fallito in tutto, “confido che stiano per realizzarsi condizioni di maggior sicurezza, nel cambiamento, per il nostro sistema politico-costituzionale, che mi consentano di prevedere un distacco comprensibile e costruttivo dalle responsabilità”. Su questa frase in sanscrito, gli esegeti si cimenteranno nei mesi a venire. Di primo acchito, par di capire che stia pensando di andarsene anzitempo. Ma quando? Per ora lui si limita a confidare che stiano per realizzarsi condizioni che gli consentano di prevederlo. Altri sei anni, e ci siamo.

Crozza nel paese delle meraviglie – Puntata 18/04/2014 Crozza-Berlusconi

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VIDEO CROZZA

Eni cerca alternative al gas di Putin. Ma l’indipendenza dalla Russia resta lontana

L’uscente Paolo Scaroni voleva spingere sull’estrazione dello shale gas. Ma l’Europa fa resistenza a causa dei rischi per l’ambiente. E dall’Africa arrivano cattive notizie: in questa fase nessun Paese può sostituire le forniture di Mosca. Il nuovo ad Claudio Descalzi e il presidente Emma Marcegaglia dovranno studiare un “piano C”
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Fatto Quotiudiano di Orlando Cecini | 19 aprile 2014 attualità
Paolo Scaroni, amministratore delegato uscente di Eni, è di ritorno da Kiev. Si è incontrato con Yuri Prodan, il neo ministro dell’energia dell’Ucraina, che gli ha chiesto la disponibilità dell’Italia a investire maggiormente sull’onshore. Ma l’ex ad del Cane a sei zampe ha tenuto a ribadire la tesi che sostiene da tempo: bisogna spingere l’acceleratore sullo shale gas. Una strada che, come Scaroni ha detto in una recente intervista al Financial Times, l’intera Europa dovrebbe percorrere per affrancarsi da Mosca. Oltre il 30% dell’approvvigionamento Ue, infatti, arriva dalla Russia, ma ci sono Paesi come l’Austria e la Slovacchia la cui dipendenza rasenta il 50 per cento. Troppo, almeno a parole. Perché in realtà nulla si è fatto, finora, per sganciarsi dal gas di Putin. E’ vero, come sostiene Scaroni, che il gas di scisto potrebbe essere una strada alternativa (Obama insegna). Tuttavia l’Europa ha più volte sottolineato i rischi ambientali legati alla sua estrazione. Per l’Italia e per l’Eni sarebbe opportuno almeno studiare un piano C. Invece la storia degli ultimi due anni sembra renderci sempre più dipendenti da un ipotetico shale gas e da un concreto e invasivo rapporto con Mosca. Basta dare uno sguardo d’insieme all’influenza italiana in Africa e nel Maghreb.

Dopo la guerra in Libia e la morte del dittatore Mohammad Gheddafi i contraccolpi del terremoto geopolitico si sono fatti sentire in tutta l’area. Soprattutto in Algeria e nel Mali. Il locale ministro delle miniere Amadou Sy Baby il 18 dicembre 2012 ha firmato un decreto con cui si è ripreso il blocco petrolifero numero 4 che nel 2006 era stato dato in concessione all’Eni e alla Sipex, società controllata dall’algerina Sonatrach. Era l’ultimo di proprietà degli italiani nel bacino Taoudeni, finito per un periodo sotto il controllo dei ribelli Tuareg dell’Mnla (Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad) e dei militanti islamici di Ansar Dine. Quel giacimento è stato poi assegnato ai francesi di Total, che l’avrebbero perso se Francois Hollande non avesse deciso di portare i Legionari e il resto d’Europa a far la guerra nel Paese. Lo scontro, dimenticato dai media, prosegue. Non sappiamo come andrà a finire, ma sicuramente è escluso un ritorno dell’Italia.
Per quanto riguarda la Libia, il sud del Paese resta ancora fuori dal controllo delle deboli autorità locali, mentre dalla parte orientale, la Cirenaica, dove si trova l’80% delle riserve petrolifere, arrivano segnali di crescente disgregazione. E l’attentato al console italiano di Benghazi di un anno fa non è certo un segnale di distensione. La presenza italiana in Algeria, infine, ha subito diversi contraccolpi. Qui non sono state sparate pallottole. Ma pesano le inchieste giudiziarie. Non tanto quelle aperte dalla procura di Milano, ma quella che ad Algeri nel novembre del 2012 ha portato alle dimissioni del presidente della società petrolifera di Stato Mohamed Meziane e alla denuncia di 15 dirigenti accusati di corruzione e malversazione. La vicenda ha visto coinvolti due vicepresidenti della Sonatrach, Benamar Zennasni e Belkacem Boumedienne, e l’ex direttore della banca Cpa (credito popolare algerino) Hachemi Meghaoui. Col risultato che i nuovi vertici e funzionari, secondo indiscrezioni, sarebbero più filo francesi dei precedenti. Non certo una buona notizia per Eni, che recentemente ha anche ufficializzato la volontà di preparare l’uscita dalla Nigeria. Nell’Africa Sub Sahariana, poi, restano fermi gli investimenti in Angola, mentre in Mozambico, dove la presenza del Cane a sei zampe rimane comunque molto forte, sono stati avviati piani di cessione. Nel 2013 la China National Petroleum Corporation si è presa (dall’Eni) il 20% dell’area 4 per un controvalore di circa 4 miliardi di dollari e a inizio aprile è stata annunciata la vendita di un altro 15%.

Niente di nuovo: Scaroni aveva annunciato le dismissioni all’interno del piano strategico 2014-2017. Ma certo è che, scorrendo la mappa dell’Africa, non si trovano alternative adeguate al dominio russo. Bisognerebbe fare un salto di migliaia di chilometri per scoprire un investimento e un business concorrenziale al mercato di Mosca. Si tratta del progetto di Kashagan in Kazahstan. Ma qui, dopo dieci anni e circa 41 miliardi di investimenti complessivi, la produzione dovrebbe ripartire solo in queste settimane. Il condizionale è d’obbligo. I problemi tecnici raccontati dai quotidiani locali sarebbero ancora tanti. Risultato finale? L’Italia non sembra proprio in grado di osservare la politica di Putin con distacco. Figurarsi dichiarare l’autonomia energetica. Il fatto, poi, che a Scaroni succederà l’attuale direttore generale Claudio Descalzi sembra confermare l’ipotesi che al cambio della guardia non corrisponderà un cambio di strategie. A meno che la neo presidente Emma Marcegaglia non stupisca il Paese con effetti speciali.

Elezioni Piemonte, Cassazione conferma annullamento del voto. Sconfitto Cota

Sigillo definitivo contro i ricorsi del governatore leghista. Il Consiglio di Stato non ha “travalicato” i propri poteri. Alla base della decisione la condanna per firme false di una lista di appoggio al centrodestra. Bresso (Pd): “Ora dica quanto è costata alla collettività la sua difesa
Fatto Quotidiano di Andrea Giambartolomei | 17 aprile 2014 attualità
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La Cassazione mette fine alla battaglia legale di Roberto Cota. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del decaduto governatore del Piemonte contro la sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato le elezioni regionali del 2010 spingendo verso un nuovo voto. Il ricorso è stato giudicato “inammissibile” e i piemontesi potranno recarsi alla urne senza aspettare.

La decisione dei giudici è arrivata in mattinata dopo l’udienza di ieri nella quale il procuratore generale aveva chiesto la conferma delle sentenze amministrative. Secondo i magistrati il Consiglio di stato non ha “travalicato” i suoi poteri, come sostenevano gli avvocati di Cota, ma ha solo interpretato le leggi. Ieri il pg Maurizio Velardi aveva ritenuto adeguate le decisioni basate sulla condanna definitiva per le firme false dell’ex consigliere regionale dei ‘Pensionati’ Michele Giovine, in sostanziale accordo con l’avvocato Gianluigi Pellegrino, legale di Mercedes Bresso, ex presidente e sfidante di Cota. “Chissà a quale altro tribunale si appellerà ora, quelli previsti dalla giustizia italiana con oggi sono finiti”, ha commentato sarcasticamente Bresso che, insieme a Luigina Staunovo Polacco dei ‘Pensionati e invalidi’, aveva dato il via a una serie di azioni legali contro Cota e Giovine. Per il candidato presidente del Piemonte Sergio Chiamparino (Pd), la decisione è “nell’ordine delle cose”: “Me l’aspettavo”, ha affermato. Cota invece non ha ancora diffuso dichiarazioni.

La decisione del Consiglio di Stato dello scorso 17 febbraio confermava quella del Tar del Piemonte che il 10 gennaio scorso aveva annullato il voto dopo una lunga controversia giudiziaria. La sentenza dei giudici amministrativi ha dovuto tenere conto della condanna penale definitiva, arrivata a novembre, che aveva accertato la falsità delle firme a sostegno della lista di Giovine. L’annullamento dei voti per i “Pensionati per Cota” ha provocato l’invalidità dell’elezione in toto, senza ricorrere a un nuovo conteggio dei voti. Non si poteva farlo nemmeno considerando le altre liste annullate dai giudici, così come chiedeva l’ex governatore leghista secondo il quale lui avrebbe comunque vinto. “Mi auguro che Cota comunichi ai piemontesi quanto ha messo in conto alla collettività per difendersi”, ha aggiunto Bresso.

Nei giorni scorsi il leghista ha deciso di non candidarsi al Parlamento europeo alle prossime elezioni per dedicarsi al “territorio”: “Ho declinato l’offerta che mi ha fatto Matteo Salvini – ha comunicato domenica -. La candidatura alle europee non era mai stata nei miei programmi e, nonostante la richiesta di scendere in campo fatta all’unanimità dal Consiglio Nazionale della Lega piemontese, ho deciso così”. Nel frattempo ha restituito al Consiglio regionale i rimborsi ritenuti illeciti dai pm torinesi, che hanno chiesto il giudizio immediato che comincerà il 21 ottobre prossimo. Resta invece ancora da decidere come sconterà la sua condanna a due anni e otto mesi Michele Giovine: entro sabato dovrà fare istanza per l’affidamento ai servizi sociali. Nel frattempo il candidato di Forza Italia Gilberto Pichetto Fratin ha stretto un’alleanza con la lista dei “Pensionati”.

BOTTE DI FERRO Marcello, i trucchi e la rete libanese per salvarsi ancora

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Fatto Quotidiano del 17(04/2014 di Sandra Amurri attualità
Solo dopo quattro giorni di detenzione nella foresteria della Caserma di Polizia di Bei- rut, Marcello Dell’Utri per “ragioni umanitarie” è stato trasferito nell’ospedale privato convenzionato con lo Stato Al Hayatche in libanese vuol dire vita. Sulla base del referto del cardiologo il procuratore gene- rale hadecretato incompatibili conla detenzionele suecondi- zioni di salute che necessitano di monitoraggio continuo. Nell’ospedale, dove Dell’Utri è piantonato, lo ha incontrato il collegaFrancesco Viviano( Re – p u b b l i ca ) che quando ha tentato di fotografarlo è stato fermato dalla polizia (insieme a Giusep- pe Guastella del Co r r i e re ). “Era molto affaticato – ha raccontato Francesco Viviano – indossava una tuta marrone, aveva la bar- ba lunga e le manette ai polsi”. Quali sviluppi potrebbe avere la vicenda? Per capirlo è bene sapere chi è e quanto conta l’uomo che secondo il gemello dell’ex senatore gliavrebbe ga- rantito protezione. Il suo nome è SaadHariri, figliodell’ex Pri- mo ministro libanese Rafiq as- sassinato, leader di “Movimen – to Futuro”, anche lui è stato premier negli anni in cui lo fu Berlusconi. Hariri, che vive tra Parigi e l’Arabia Saudita, se- condo Forbesè il 522° uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 1,4 miliardi di dollari, presidente della Commissione Esecutiva di Oger Telecom che gestisce le telecomunicazioni in Africa, della Omnia Holdings, siede nel cda della Oger In- ternational Entreprise de Tra- vaux Internationaux. Hariri, come ci conferma uno dei rap- presentanti del suo movimento a Roma, a fine marzo, proprio mentre Dell’Utri preparava la sua fuga in Libano, si è recato in visita privata nella capitale. Ma su chi ha incontrato all’hotel Parco dei Principi bocche cu- cite. Nel governo libanese Ha- riri ha i suoi uomini: il Primo Ministro Tamam Salam e il Ministro della Giustizia, Nuhad Al Masch Nuc, depu- tato del suo stesso partito, proprio quelli ai quali spetterà dire l’ultima parola sulla richiesta di estradizione di Del- l’Utri dopo quella del Procu- ratore generale Samir Hammoud, che, come tutti i magistrati più alti in carica, è una nomina politica e risponde al Ministro della Giustizia. Anche la scelta di Dell’Utri di farsi difendere da Nasser Al Khalil, musulmano sunnita come Saad Hariri, non suona casuale. Se la richiesta di estradizione, come sancito dall’accordo bila- terale tra Italia e Libano del 1975, non dovesse arrivare en- tro 30 giorni, quindi entro il 12 maggio (Dell’Utri è stato arre- stato il 12 aprile) ,scadrebbe la custodia cautelare provvisoria della durata di un mese e di conseguenza anche l’estradi – zione non potrebbe più essere richiesta. INTANTO dal Libano arriva la richiesta che tutti gli atti a corredo per l’estradizione, migliaia di pagine della storia proces- suale,siano tradottiin arabo.Il ministero della Giustizia italiana risponde di non aver ricevuto alcuna richiesta in tal senso, che il trattato Italia-Libano pre- vede invece la traduzione in francese e assicura che tutto perverrà, ben prima del termi- ne di scadenza. E aggiunge che se la Cassazione confermerà la sentenza di Appello, il Ministe- ro sarà pronto ad inoltrare im- mediatamente la domanda di estradizione a fini esecutivi. Ma tutto sigioca sul filodel rasoio. L’udienza è stata fissata per ve- nerdì 12 maggio ma la sentenza potrebbe slittare a lunedì 12, quando scadrebbe l’arresto provvisorio. E anche fosse di condanna e venisse emessa in tempo, i difensori potrebbero appellarsi alfatto cheil reatodi “concorso esterno in associa- zione mafiosa” in Libano non esiste, o potrebbero invocare l’art.17del trattatocheesclude l’estradizione per i reati politici. Insomma, i giochi sono aperti e le carte infinite. Il tempo e la di- sponibilità che sarebbe stata ga- rantita da Saad Hariri, giocano a favore del braccio destro di Berlusconi che potrebbe torna- re ad essere un libero cittadino in Libanodove avrebbegià po- tuto aver messo al sicuro ciò che gli servirebbe per vivere serena- mente il tempo che verrà, in uno dei tanti conti cifrati di quello che, nonostante non faccia parte della black-list è, di fatto, un paradiso fiscale.

Diversamente antimafia (Marco Travaglio).

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Fatto Quotidiano del 18/04/2014 Marco Travaglio attualità
I casi sono due: o il professor Giovanni Fiandaca, giurista di chiara fame candidato del Pd alle Europee, è molto furbo, oppure è molto ingenuo. Martedì, giorno in cui la Cassazione doveva decidere se confermare o annullare la condanna di Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Fiandaca pubblicava un articolo contro il concorso esterno sul Foglio di Ferrara&Berlusconi, da sempre colluso con Dell’Utri. E nel giugno 2013, vigilia della decisione della Corte d’assise di Palermo sulla richiesta degli imputati di spostare a Roma il processo sulla trattativa Stato-mafia, pubblicò sempre sul suo Foglio preferito un saggio intitolato “Il processo sulla trattativa è una boiata pazzesca”, previo pagamento del copyright al suo maestro, il ragionier Ugo Fantozzi.

La tesi, naturalmente, era che il processo dovesse traslocare a Roma, infatti i giudici decisero che restasse a Palermo. Non appena partì, Fiandaca scrisse in fretta e furia un “saggio” con lo storico Salvatore Lupo in cui si rimangiava anni di negazionismo: dopo aver sempre definito la trattativa “cosiddetta” e “presunta”, ammise che “la trattativa c’è stata”, ma la assolse in quanto “insindacabile penalmente” e “giuridicamente legittima”, ispirata dallo “stato di necessità” e “a fin di bene”. Quel bene che costò la vita a 16 persone e la salute a una quarantina nelle stragi di via D’Amelio, via dei Georgofili e via Palestro. Effetti collaterali. E soprattutto nessun reato e nessun colpevole. Il fatto che Fiandaca scriva i suoi manuali di diritto a quattro mani con l’avvocato Enzo Musco, difensore del generale Mori, è solo una coincidenza. Del resto il Pd ha un’attrazione fatale per gli avvocati della trattativa: ha appena portato alla Camera e al governo Umberto Del Basso de Caro, difensore di Nicola Mancino (e a sua volta inquisito per Rimborsopoli). E poi – turibola Claudia Fusani sull’Unità, la pravdina del Pd – “Fiandaca ha avuto il coraggio e il merito di criticare il processo sulla trattativa”. In effetti c’è voluto un bel coraggio, anche perché non l’aveva criticato nessuno, a parte tutti i giornaloni, i tg, i partiti e il Quirinale. Ora, per quelle critiche, Fiandaca paga un prezzo altissimo: una poltrona ben pagata al Parlamento europeo (l’ennesima, dopo quelle di membro del Csm, consulente governativo e membro di commissioni ministeriali) e una raffica di interviste-soffietto sui quotidiani di destra, centro e sinistra. Non sappiamo come abbia accolto la notizia Riina, dopo aver condannato a morte i pm che – privi del coraggio di Fiandaca – hanno istruito il processo sulla trattativa e, come direbbe Andreotti, se la sono cercata (Fiandaca però giura di “voler bene a Ingroia” ed essere “vicino a Di Matteo”). Possiamo invece immaginare la soddisfazione di Napolitano, che ha fatto di tutto per screditarli e punirli. Già, perché quei pm sono i nemici pubblici sia del capo dello Stato sia del capo della mafia, in perfetta coerenza logica con la trattativa Stato-mafia. Ora però, nel momento stesso in cui Fiandaca sbarcherà a Bruxelles e Strasburgo, tutto si risolverà: l’eurogiurista, vincendo la naturale ritrosia per le cadreghe, ha accettato la candidatura non solo per l’“incoraggiamento del vicesegretario Guerini e del ministro Orlando” (che è già una bella soddisfazione), ma soprattutto “per dire basta al populismo giudiziario”, a “vent’anni d’intoccabilità dei magistrati” (è quel che dice anche Berlusconi) e all’“antimafia gridata”. Lui la preferisce sussurrata. E “affrontata su basi legislative innovative”, a partire da una legge sul concorso esterno, troppo “vago”, “divisivo” e “polemògeno” (divide i politici mafiosi da quelli onesti e, processando i primi, si creano polemiche; ma niente paura: la nuova legge li farebbe saltare tutti, compreso quello a Dell’Utri). Ora regalerà all’Italia e all’Europa “un’antimafia concreta, fondata sui fatti”. Perché “a me non interessa sapere se la trattativa ci sia stata o meno: non sono giustificazionista”. Vero: lui è fregazionista.

Servizio Pubblico del 17 Aprile 2014 L’Editoriale di Marco Travaglio : “Berlusconi: un (a)tipico detenuto”

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MARCO TRAVAGLIO

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