Gerardo D’Ambrosio, il giudice daltonico (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 31/03/2014. Marco Travaglio attualità
ADDIO ALL’EX PROCURATORE.

Con Gerardo D’Ambrosio, morto ieri a 83 anni, non se n’è andato soltanto l’ex procuratore di Milano, l’ex coordinatore di Mani Pulite, il giudice istruttore di piazza Fontana e del caso Calabresi-Pinelli. Se n’è andato un gigante della magistratura che, come tutti i (pochi) giganti italiani di questi anni, sarà più rimpianto da morto di quanto non sia stato apprezzato da vivo.
NAPOLETANO di Santa Maria a Vico, classe 1930, magistrato dal ’57, a Milano dai primi 60, fece parlare di sé per la prima volta nel 1974 quando, con l’amico Emilio Alessandrini (poi ucciso da Prima linea), riaprì le indagini sulla strage alla Banca dell’Agricoltura ribaltando i depistaggi della pista anarchica e puntando sui neofascisti e sugli apparati dello Stato (pista che solo 40 anni dopo avrebbe trovato conferma in una sentenza definitiva).

Per questo, e per la sua appartenenza a Magistratura democratica, venne bollato come “comunista”. Ma ben presto cambiò colore: bastò che scagionasse Pino Rauti, leader di Ordine nuovo, dalle accuse sulla strage e il commissario Luigi Calabresi (assassinato da un commando di Lotta continua) per la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura, per essere tacciato di “fascismo”. Nell’81 passò alla Procura generale, dove seguì diversi processi di terrorismo, ma anche quelli sugli scandali Petroli e Ambrosiano. Nel ’91 andò in Procura come aggiunto e nel ’92, dopo un trapianto cardiaco (“Ho nel petto il cuore di un ventenne”), fu chiamato dal procuratore Francesco Saverio Borrelli a coordinare le indagini di Di Pietro e degli altri membri del pool Mani Pulite su Tangentopoli. Fu allora che prima i ladroni della “Milano da bere” e poi i berluscones gli riappiccicarono addosso l’etichetta di “toga rossa” (e pazienza se il vertice milanese del Pds fu raso al suolo dalle indagini). In realtà D’Ambrosio, uomo certamente di sinistra (“più anarchica che comunista”, diceva lui), fu sempre un cane sciolto e un magistrato libero e indipendente. Il Pool era un cocktail di personalità e culture diverse: dai conservatori Davigo e Di Pietro ai progressisti Colombo, Greco e Ielo.
E PROPRIO il vecchio “Gerry”, con la sua bonaria saggezza, riuscì a tenere compatti i suoi uomini, vigilando, smussando gli spigoli, parando i missili scagliati dai palazzi della politica e gestendo rapporti con la stampa. Non sempre era d’accordo con gli altri, e non ne faceva mistero: per esempio quando si dissociò nel ’93 dalla proposta del Pool per un condono ai colpevoli che confessassero tutto e si ritirassero dalla vita pubblica; e nel ’94 dal comunicato letto dai suoi pm contro il decreto Biondi che aboliva il carcere per i tangentari . Il che non significa che fosse in soggezione dinanzi ai politici, anzi. Quando Craxi, ai funerali del socialista indagato e suicida Moroni, accusò i pm di aver “creato un clima infame”, rispose per le rime: “Il clima infame l’hanno creato loro. Noi scopriamo e perseguiamo i reati. Poi c’e ancora qualcuno che si vergogna e si suicida”. E nel ’95, quando il ministro Mancuso sguinzagliò l’ennesima ispezione contro Mani Pulite, ironizzò: “Sempre meglio di una schioppettata nella schiena: di fronte a magistrati come Mancuso, uno cerca di consolarsi pensando che prima o poi vanno in pensione; poi invece, da pensionati, li fanno ministri”. Nel ’99 subentrò a Borrelli come capo, negli anni del centrosinistra che – d’amore e d’accordo con B. &
C. – stava smantellando quel poco che restava della legalità in Italia, e sparò a zero sulle controriforme dell’inciucio, dalla Bicamerale in giù. Nel 2002 andò in pensione a 72 anni in tandem con Borrelli, pochi mesi prima che il governo
B. alzasse l’età pensionabile delle toghe a 75 (legge contra personam post-datata). Nel 2006 accettò di candidarsi al Senato coi Ds e anche lì diede prova di indipendenza, contestando e votando No all’immondo indulto che liberava 30 mila delinquenti. Nel 2008 fu rieletto nel Pd e continuò a fare il battitore libero, sempre più isolato e amareggiato.
NEL 2012 il consiglio comunale del suo paese natale gli negò la cittadinanza onoraria perchè – spiegò il sindaco Alfonso Piscitelli (Pdl) “D’Ambrosio non ha volato troppo alto, non è stato al di sopra delle parti”. Nel 2013 non fu ricandidato, ma avrebbe rifiutato: “Io – disse al Corriere – ho presentato 9 disegni di legge: non ne è stato discusso nemmeno uno”. Per forza: proponeva un filtro ai ricorsi dilatorii e infondati in Appello e in Cassazione, la riforma della prescrizione e così via. Norme che la farebbero funzionare davvero, la Giustizia. Infatti “non è stata solo la maggioranza schiacciante di destra a frenare i miei progetti: un processo penale lento, facile preda della prescrizione, fa comodo a molti. Soprattutto ai colletti bianchi”. Di tutti i colori. E D’Ambrosio è sempre stato daltonico.

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Pubblicato il marzo 31, 2014, in attualità, Uncategorized con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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