Il derby Ferrara-Riina (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 23/01/2014. Marco Travaglio attualità
Giuliano Ferrara è preoccupato. Anzi, furibondo. L’ira funesta di Totò Riina contro Nino Di Matteo che continua a indagare sulle trattative e gli altri retroscena delle stragi del 1992-’93, è pari all’ira funesta di Ferrara contro Riina. O meglio: contro il suo compagno di ora d’aria, il boss pugliese Alberto Lorusso, che l’ha fatto parlare. O meglio: contro chi l’ha mandato a parlare con Riina. O meglio: contro il pm Nino Di Matteo che li ha intercettati. Anzi, diciamola tutta: Ferrara è furibondo per quel che dice Riina. Nel giornalismo all’italiana, i fatti vanno aboliti per non disturbare le opinioni. E, se Riina dice che vuole morto Di Matteo (“mi fa impazzire”) e subito (“facciamolo in fretta… se mi riesce sarà la cosa più grossa di tutte”), come possono tutti i Ferrara d’Italia gabellare Di Matteo per un acchiappafantasmi? Se Riina dice “io l’appunto glielo lasciai” (il papello agli uomini dello Stato) e “la cosa si fermò, 3 o 4 mesi” (la sospensione delle stragi dopo via D’Amelio), come fanno tutti i Ferrara d’Italia a negare la trattativa? E se Riina ricorda che B. “è andato a prendere lo stalliere e se l’è messo dentro” (Mangano nella villa di Arcore) e afferma che i Graviano “avevano Berlusconi” in pugno, come fanno tutti i Ferrara d’Italia a liquidare i rapporti fra B. e Cosa Nostra come fandonie di toghe rosse e pentiti comunisti? E se Riina dice “Napolitano non deve testimoniare” per non legittimare Di Matteo (“questo disonorato si porta pure il presidente della Repubblica”) e dà ragione ai corazzieri (“fanno bene… ci danno una mazzata… ci vuole una mazzata nelle corna… a questo pm di Palermo”), come fanno tutti i Ferrara d’Italia a sostenere la stessa cosa?

Dunque, non potendo mangiarsi i nastri di Riina né farli bruciare dalla Consulta, bisogna neutralizzarli. E Ferrara ce la mette tutta, pronto persino a rinnegare la religione del cinismo ammettendo l’esistenza del “doppio Stato” e financo invocando una “commissione parlamentare d’inchiesta”, pur di svilire le intercettazioni come “una spaventosa messa in scena” architettata da “qualche settore d’apparato dello Stato italiano” per “mostrificare il presidente della Repubblica, calunniare Berlusconi e monumentalizzare Di Matteo e il suo traballante processo”. A dire di Ferrara, Lorusso è un “agente provocatore” infilato da fantomatici “apparati” amici di Di Matteo accanto a Riina per farlo “parlare in modo consono agli intendimenti dei pupari”. Altri intanto insistono su una versione che all’inizio pareva probabile, ma che la lettura delle carte rende implausibile: quella di Riina che lancia messaggi farlocchi “sapendo di essere intercettato”. Purtroppo per i depistatori e i minimalisti – a prescindere dalla veridicità delle frasi di Riina che vanno vagliate una per una dai pm – sono smentite dai fatti sia la tesi ferrariana di Riina che mente a comando imbeccato dall’agente provocatore, sia quella di Riina che mente a nuora perché suocera intenda.

Gli agenti provocatori non sono previsti dal nostro ordinamento, ma dove lo sono (come negli Usa) lavorano per lo Stato che li usa per indurre un sospettato a commettere reati. Qui Lorusso non induce Riina a commettere alcun reato: semplicemente lo stuzzica a parlare della storia della mafia, che mostra di conoscere molto, forse troppo bene. Si può sospettare finché si vuole sul perché il Dap e la Dna abbiano scelto proprio un boss pericoloso come lui, espertissimo nel far filtrare fuori dal carcere ordini criminali in codice, per accompagnare Riina nell’ora d’aria; ma, anche se Lorusso fosse una cimice umana per far cantare Riina, resterebbero comunque le parole di Riina, che vanno prese terribilmente sul serio. Inoltre, se Lorusso fosse un agente dello Stato, o addirittura della Procura di Palermo (peraltro ignara della sua designazione), a giugno sarebbe corso a informare i suoi referenti appena Riina gli disse che Di Matteo andava ammazzato: invece se ne guardò bene.

Se sappiamo che Riina vuole morto Di Matteo, è solo grazie alle intercettazioni disposte dalla Procura di Palermo su Riina, indipendentemente dalla presenza di Lorusso (decisa da altri), dopo che a giugno il boss confidò a un agente penitenziario che nella trattativa con lo Stato “io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me”. Un altro dato di fatto, poi, smentisce l’ipotesi di Riina che delira perché sa di essere intercettato. Le ore di socialità i due mafiosi detenuti nel carcere milanese di Opera le trascorrevano in parte in una saletta dotata di tavoli per le carte e di un biliardino, in parte nel cortiletto esterno dove poi la Dia ha piazzato un sofisticato sistema di ascolto. Nella saletta, sospettando la presenza di microspie, Riina e Lorusso non hanno mai parlato che del tempo e del calcio; nel cortile, invece, hanno discusso a ruota libera di mafia e politica, evidentemente ignari delle intercettazioni, per cinque mesi fino a metà novembre; poi, dopo i primi articoli di stampa sul mandato di Riina a uccidere Di Matteo, hanno detto ancora qualcosa per un paio di giorni, quando già sospettavano di essere ascoltati; infine il 18 novembre hanno smesso di uscire e, quando sono tornati in cortile, hanno parlato solo di sport e del tempo che fa. Il che fa pensare che la gran parte delle conversazioni non fossero destinate all’ascolto di nessun altro. È comprensibile che questo dia fastidio a Ferrara e ai suoi mandanti nemmeno troppo occulti, ma le cose stanno così. Restano un paio di interrogativi. Se Riina sa cose che noi non sappiamo e teme che Di Matteo le scopra, anche Ferrara sa cose che noi non sappiamo e teme che Di Matteo le scopra o che Riina le dica? E le cose che sa Riina sono le stesse che sa Ferrara? E chi arriverà primo a raccontarle?

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Pubblicato il gennaio 23, 2014, in attualità, Uncategorized con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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