Il pilastro della società (Marco Travaglio).

ilfatto_20131106
Da Il Fatto Quotidiano del 20/12/2013 Marco Travaglio attualità
Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.
Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

Chi vuol sapere perché Napolitano fa così, tracimando quasi ogni giorno dagli argini delle sue funzioni costituzionali, deve vedere I pilastri della società di Henrik Ibsen, diretto e interpretato da Gabriele Lavia con un cast di attrici e attori uno più bravo dell’altro. Fino a domani è al teatro Argentina di Roma, poi girerà l’Italia. Ne vale la pena. Il dramma più complesso e meno rappresentato di Ibsen racconta la storia di un piccolo paese della Norvegia di fine 800, che vive attorno al suo console Bernick, il quale a sua volta vive in funzione del suo paese. Tutti lo venerano come marito fedele, padre esemplare, imprenditore onesto e politico integerrimo. Invece via via si scopre che dietro quell’angelica maschera di perbenismo e moralismo si nasconde un omuncolo che ha avuto una figlia da un’attricetta, ma ha convinto un altro ad accollarsene la colpa; è innamorato della cognata, ma ne ha sposato la sorella che non ama; maltratta suo figlio a frustate; la sua impresa fa affari d’oro grazie alla corruzione e all’attività politica, che gli serve per ingrassare il suo potere e il suo conto in banca. Ma, ogni volta che il suo passato inconfessabile viene a galla, trova il modo e gli argomenti per occultarlo e giustificarlo, agli occhi degli altri e di se stesso. Perché lui ha fatto sempre tutto a fin di bene: è il pilastro della società, dal suo buon nome dipendono le sorti di tutta la comunità, di “centinaia di famiglie che finirebbero sul lastrico”, dunque la verità non deve mai uscire perché sarebbe destabilizzante. È pronto a tutto, anche a uccidere, pur di soffocarla. In fondo, dice autoassolvendosi, “la politica è corrotta perché la società è corrotta”, “dietro l’anima di ogni uomo c’è una macchia che è meglio nascondere”, perché “se si venisse a sapere la verità tutta la mia esistenza andrebbe in pezzi, e con essa tutta la città”. Molti in sala, superficialmente, pensano a Berlusconi. Ma sbagliano. B. è un grande bandito che bada solo a se stesso. Il console Bernick invece è un uomo senza qualità talmente compenetrato nel ruolo del pilastro e marmorizzato nel portare a spasso il suo monumento, da risultare perfino in buona fede. Pensa di essere la sola garanzia vivente del progresso della sua comunità, e se questo coincide con i suoi interessi è solo una fortunata combinazione. Nessuno della sua corte, a parte il capro espiatorio del suo peccato originale, osa mai dirgli che l’unica medicina per liberare la società è la verità. Anzi gli inetti, le beghine, i traffichini, i leccaculo che lo circondano lo confermano nella sua grandiosa ipocrisia di sepolcro imbiancato: per salvare la società bisogna difendere tutto l’edificio, anche le pantegane che si aggirano nelle fogne. Per questo il console Bernick è, mutatis mutandis, Napolitano, convinto anche lui di essere – a 88 anni – l’unico italiano in grado di salvare l’Italia. Non che abbia scheletri nell’armadio. Però si è caricato sulle spalle tutti quelli della Repubblica. Che, se emergessero, la screditerebbero irrimediabilmente. La trattativa Stato-mafia non l’ha fatta lui. Ma, se un politico coinvolto (Mancino) gli chiede protezione, lui gliel’accorda, a costo di abusare del suo potere, di trascinare il consigliere D’Ambrosio in un gorgo senza uscita, di stravolgere il ruolo di figure arbitrali come il Pg della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, la Consulta. E quando un capomafia ordina di uccidere il pm che ha avuto l’ardire di scoperchiare la trattativa e poi le manovre per occultarla viene minacciato dal capo della mafia, il capo dello Stato tace per un mese, poi balbetta generiche solidarietà “ai magistrati” per “le minacce brutali della criminalità mafiosa”. Come se quel pm non avesse un nome e un cognome, Nino Di Matteo, e come se l’ordine di assassinarlo fosse una “minaccia”. Ma chiamare le persone e le cose con il loro nome sarebbe il primo passo per dire la verità. E la verità, in un paese dove il potere è così intrecciato con il crimine, non è soltanto rivoluzionaria: è anche eversiva.

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Pubblicato il dicembre 20, 2013, in attualità, Uncategorized con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Commenti disabilitati su Il pilastro della società (Marco Travaglio)..

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