In tenda al ministero M5S, non c’è il conto per restituire la diaria

assegno-restituito
Da Il Fatto Quotidiano del 18/12/2013. Paola Zanca attualità

I 5 STELLE DA SACCOMANNI CON DUE MILIONI E MEZZO DI EURO MA MANCA IL DECRETO ATTUATIVO DEL FONDO PER LE IMPRESE.

Renzi chi?! Per noi Renzi non esiste!”. Via XX Settembre, Roma, marciapiede davanti al ministero dell’Economia e delle Finanze. Una quarantina di parlamentari Cinque Stelle srotola un assegno da 2 milioni 563 mila euro. Sono i soldi risparmiati dall’indennità e dalla diaria negli ultimi quattro mesi. E guai a domandare se è la loro risposta alle avances del rottamatore. Sono qui da mezzogiorno, comprensibilmente orgogliosi del loro salvadanaio di politici low cost. Peccato non lo possano rompere: ad agosto, hanno fatto approvare un emendamento al decreto del Fare, che prevedeva l’istituzione di un fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. Ma il decreto attuativo che doveva essere emanato entro il 19 novembre non è mai arrivato e loro non sanno dove versare i soldi. Se non fosse vero, sembrerebbe uno straordinario spot pubblicitario.

VOLEVANO SFRUTTARLO al massimo, piazzandosi davanti a palazzo Chigi. Poi, hanno preferito partire un po’ più cauti: gazebo montato davanti al Mef, volantini e fac-simile dell’assegno e una squadra di parlamentari schierata al semaforo di fronte al ministero. Un cinquantenne abbassa il finestrino di un mercedes nero. Non aspetta nemmeno che gli spieghino che stanno facendo, ha già visto le bandiere. Prende l’assegno e schizza via: “Grazie, io sono un grillino nato”. Fiat Punto, a bordo due vigili urbani. Un senatore bussa: “Guardate qua! È la prima volta che dei parlamentari restituiscono i soldi!”. Loro abbozzano: “Speriamo che qualcosa cambi”. Ragazza in motorino: “Tieni qui, sono i soldi che vogliamo dare alle imprese, l’avevamo promesso in campagna elettorale!”. Funziona, non c’è che dire. Un deputato prova a smorzare l’autocelebrazione: “Tra un po’ sotto l’assegno ci chiedono l’autografo della Taverna o di Di Battista…”. A un certo punto, arriva la notizia: “Saccomanni firma!”. Ma è un equivoco da social network: il messaggio di un senatore era una preghiera, non una constatazione. Il neo capogruppo alla Camera Federico D’Incà e il suo vice Giuseppe Brescia, però, ottengono un incontro: al tavolo siedono il capo di gabinetto di Saccomanni, Daniele Cabras, e il viceministro Luigi Casero. Comincia Cabras: “Ho parlato con il ministro e anche con il presidente Letta, che mi ha chiamato per altri motivi. Abbiamo convenuto che la vostra richiesta è giusta e condivisibile. È vero, il termine per l’attuazione del decreto è scaduto. Ne abbiamo tanti altri in ritardo, ma questo si doveva fare, perché non sfugge a nessuno la portata politica e sociale del vostro gesto in questa fase della vita del Paese. Mentre vi aspettavamo, però, abbiamo trovato una soluzione immediata: potete versare i soldi su un conto del Mef, su un capitolo già istituito indicando la causale: a quel punto il Mef sarà obbligato a versare tutto l’incasso a favore delle piccole e medie imprese”. D’Incà e Brescia insistono: “Vi ringraziamo per questa novità, ma noi vorremmo questo fondo. Abbiamo qui la bozza del decreto e una penna, basta una firma”. Non si fidano. Telecamera accesa per lo streaming, richieste di identificazione (“Si può presentare con nome e cognome?”), telefonino piazzato davanti alla bocca per registrare. Una sorta di interrogatorio. Il viceministro e il capo di gabinetto sgranano gli occhi: “Il ministro è all’estero. Nonsipuòfarepercausediforza maggiore”. Loro: “Possiamo aspettare”. Cabras: “Quindi continuate il presidio?”. “Sì, aspettiamo che il ministro torni, venerdì”. La prima notte è cominciata. Semaforo rosso. Un tassista si affaccia: “Più tardi passa pure Renzi, no?”.

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