I danni postumi di Gelmini: cancellata la Storia dell’arte NEL PAESE DEI MONUMENTI LA MATERIA SPARISCE DAI PROGRAMMI DI MOLTE SCUOLE

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Fatto Quotidiano del Tomaso Montanari del 13/12/2013 attualità
Le colpe dei Padri ricadono sui figli, si sa. Così pagheremo per generazioni l’idea scellerata di affidare l’Istruzione (che una volta era) pubblica a un ministro come Mariastella Gelmini. Tra le eredità più pesanti di quel passaggio fatale si deve contare l’ulteriore estro- missione della Storia dell’arte dalla formazione dei cittadini italiani del futuro. NONOSTANTE la raccolta di ol- tre 15 mila firme, nonostante l’appoggio esplicito del ministro per i Beni culturali Massimo Bray, nonostante la disponibili- tà di quasi 2500 precari prontis- simi a insegnarla, la ministra Maria Chiara Carrozza non è per ora riuscita a rimediare al grave errore di chi l’ha, purtroppo, preceduta. Fortemente ridotta negli Istituti tecnici, la Storia dell’arte è stata del tutto cancellata in quelli Pro- fessionali: dove è possibile diplomarsi in Moda, Grafica e Turismo senza sapere chi sono Giotto, Leonardo o Michelan- gelo. E nei Licei artistici non si studierà più né il restauro né la catalogazione del nostro patrimonio artistico. Inoltre si chiu- dono tutte le sperimentazioni che rafforzavano l’esigua pre- senza della Storia dell’arte negli altri licei(compresi iclassici, da sempre scandalosamente a di- giuno di figurativo). Numeri alla mano, più della metà dei no- stri ragazzi crescerà in un radi- cale analfabetismo artistico. Non si tratta diuna svista,né di un caso. È stata invece una scelta consapevole, generata dal di- sprezzo per le scienze umanisti- che in generale eda una visione profondamente distorta del ruolo del patrimonio storico artistico del Paese: che non si salverà finché gli italiani non torneranno prima a saperlo leggere. Insomma, oggi non riusciamo a trovare qualche diecina di milioni per insegnare la Storia dell’arte: domani ne dovremo spendere centinaia o migliaia per riparare ai danni prodotti dall’ignoranza generale che stia- mo producendo. Perché unitaliano dovrebbees- sere felice di mantenere, con le sue sudatetasse, un patrimonio culturale che sente lontano, inaccessibile, superfluo come il lusso dei ricchi? È una domanda cruciale, e se davvero si vuol cambiare lo stato presente delle cose, è da qua che bisogna par- tire. Per la maggior parte degli italiani di oggi, il patrimonio è come un’immensa biblioteca stampata in un alfabeto ormai sconosciuto. E non si può ama- re, e dunque voler salvare, ciò che non si comprende, ciò che non si sente proprio. Per non parlare della nostra classe dirigente: la più figurativamente analfabeta dell’emisfero occi- dentale. LO STORICO dell’arte francese André Chastel scrisse che al Louvre gli italiani si riconoscevano dal fatto che sapevano come guardare un quadro:e lo sapevano perché, a differenza dei francesi,lo studiavano a scuola. Ma proprio ora che i francesi provano ad adottare il nostro modello, noi lo gettiamo alle or- tiche. E se non ci pensa la scuola, è il- lusorio pensare che lo facciano altre agenzie (potenzialmente) educative. Nei media, nei pro- grammi televisivi, nei libri per il grande pubblico non c’è posto per una Storia dell’arte che non sia il vaniloquio da ciarlatani sull’ennesima attribuzione far- locca, o sulle mostre di un even- tificiocommerciale chesirivol- ge a clienti lobotomizzati e non a cittadini in formazione perma- nente. Educare al patrimonio vuol dire far viaggiare gli italiani alla scoperta del loro Paese, indurli a dialogare con le opere nei loro contesti, e non in quelle specie di tristi giardini zoologici a pagamento che sono quasi sempre le mostre. Renderli capaci di leg- gere il palinsesto straordinario di natura, arte e storia che i Padri hanno lasciato loro come il più prezioso dei doni. Perché non dirottare la gran parte dei soldi pubblici spesi per far mostre (in gran parte inutili, anzi dannose) in borse di viaggio attraverso l’I- talia per studenti capaci e meritevoli, di ogni ordine e grado? Matutto questo non si può fare se manca quel minimo di alfabetizzazione che solo la scuola può dare. E che – paradossamente – gli insegnanti eroici della scuola dell’infanzia e della scuola primaria offrono spesso molto bene, costituendo un patrimonio di conoscenze che vie- ne poi totalmente dissipato alle superiori. NEL 1941, nell’ora più nera della storia europea,il grandestorico dell’arte Bernard Berenson sep- pe distillare pagine profondissi- me, e sconvolgentemente profe- tiche, sul destino della storia dell’arte. In quei mesi, egli intra- vide un mondo “retto da biologi ed economisti, come guardiani platonici, dai quali non verreb- be tollerata attività o vita alcuna che non collaborasse a un fine strettamente biologico ed eco- nomico”. Egli previde anche che “la fragilità della libertà e della cultura” avrebbe potuto aprire la strada a una società in cui ci sarebbe stato spazio per “ricreazione fisiologi casotto varieforme, ma di certo non per le arti umanistiche”. Meno di un secolo dopo ci stiamo arrivando: anche se la Gelmini, nemmeno un Berenson poteva preveder

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