L’ARRIVO DI RENZI NON BASTA: I PARTITI SALVANO I RIMBORSI

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Da Il Fatto Quotidiano del 12/12/2013. Marco Palombi attualità
LA FINOCCHIARO (PD) ANNUNCIA L’ENNESIMO RINVIO AL 2014 DELLA LEGGE CHE DOVREBBE CANCELLARE IL FINANZIAMENTO PUBBLICO ALLA POLITICA.
La commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama è un po’ come la “Orient”, la nave di La linea d’ombra di Conrad: uno ci sale, comincia il viaggio e poi si ritrova perso in una bonaccia senza fine. La nuova legge elettorale, per dire, è in mare da tempo e in porto non l’aspettano neanche più, la riforma del finanziamento pubblico ai partiti nemmeno si sa dove sia. Il capitano della nave, che poi sarebbe Anna Finocchiaro, serena certifica sul diario di bordo ogni rinvio, ogni slittamento, ogni ritardo. Solo che ieri la faccenda s’è fatta più complicata e imbarazzante.

IL BUON Enrico Letta, tra le molte promesse riversate sui parlamentari per farsi dare la fiducia, ha messo anche quella dell’abolizione del finanziamento pubblico alla politica entro il 2013, questione peraltro resa spinosa dall’eccezione di costituzionalità sul tema sollevata dalla Corte dei Conti a fine novembre (tutte le leggi da vent’anni in qua hanno violato il referendum del 1993, sostengono le toghe): “Troppo tempo è passato – ha scandito il premier – Confermo la volontà di concludere il processo per abolire il finanziamento ai partiti entro l’anno con tutti gli strumenti a disposizione”. Chiaro, conciso, determinato. Peccato che il Senato non abbia iniziato nemmeno l’esame del ddl in commissione e si sia ormai a dicembre inoltrato. Molto opportunamente, dunque, l’Ansa ha interpellato Finocchiaro. Sorpresa: niente abolizione entro l’anno. “Non credo che si riuscirà ad approvarla in Aula nel 2013”, ha messo a verbale il capitano della “Orient”. E sì che la legge che abolisce – nel 2017 – il finanziamento pubblico ai partiti sostituendolo con le contribuzioni volontarie venne approvata dal Consiglio dei ministri il 31 maggio scorso.

LA CAMERA, che ha esaminato per prima il ddl, l’ha tenuto tra le sue amorevoli braccia per quasi cinque mesi, licenziandolo il 16 ottobre. Due giorni dopo, cioè quasi due mesi fa, il testo arrivava nella commissione Affari costituzionali del Senato e, da allora, stazionava placido in quella sede: Palazzo Madama, infatti, non ha iniziato nemmeno l’esame preliminare. “Mercoledì prossimo ci sarà la relazione del senatore Pizzetti in commissione”, promette Finocchiaro: “Faremo di tutto” per un’approvazione rapida, “ma non credo che si arriverà al sì definitivo entro l’anno”. Ma perché questo ritardo? “Siamo stati impegnati in una sessione di bilancio molto lunga” e comunque prima di Natale “bisognerà approvare la legge di stabilità in terza lettura”. Insomma, se ne riparla a gennaio inoltrato per il Senato e se ci saranno modifiche, come probabile, si tornerà di nuovo alla Camera.

E QUI si torna alle promesse di Letta. Quando il premier dice che userà “tutti gli strumenti a disposizione”, infatti, si riferisce al possibile varo di un decreto che mandi immediatamente in vigore la legge. Minaccia un po’ spuntata visto che l’ha già utilizzata più volte, la prima addirittura prima ancora di approvare il ddl. Era il 25 maggio, 202 giorni fa: “Se dopo l’estate il Parlamento non avrà approvato un testo, per sbloccarlo siamo pronti a intervenire con decreto”. La via dell’intervento di forza, comunque, presenta diversa problemi. Il primo è, per così dire, procedurale: non sono chiari i requisiti di “necessità e urgenza” necessari per firmare un decreto secondo la Costituzione. Il secondo è di ordine politico: un intervento così invasivo sul lavoro del Parlamento – e su un tema così delicato – metterebbe la vita del governo a forte rischio. Ugo Sposetti, ormai quasi solitario cantore del finanziamento pubblico nel Pd, lo ha ripetuto ancora ieri: “L’ho detto tante volte: questo ddl è un errore e lisciando il pelo al populismo non si va da nessuna parte. Se poi il presidente del Consiglio pensa si possa fare un decreto , rispondo che non vedo l’urgenza”. Anche gli stessi renziani – che pure appoggiano il testo – sostengono di non vedere di buon occhio un decreto. Il problema è che un ritardo ulteriore nell’approvazione della nuova legge avrebbe anche effetti finanziari: la riforma, infatti, arriva all’abolizione definitiva del finanziamento pubblico decurtando progressivamente per il prossimo triennio l’attuale fondo da 91 milioni l’anno. Nel 2014, in buona sostanza, i partiti dovrebbero ricevere il 40 per cento in meno di quest’anno: in soldi fa 54,6 milioni di euro nelle solite due rate. Se però, la legge non sarà approvata subito, almeno la prima rata rischia di essere piena: 46 milioni nei primi mesi dell’anno prossimo invece dei previsti 27,3 milioni. Tradotto: l’eventuale slittamento di qualche mese della legge consentirà ai partiti di intascare 18 milioni e mezzo più del dovuto, al lordo però della quota del Movimento 5 Stelle, che ha deciso di non ricevere comunque fondi pubblici. Insomma, l’arrivo di Renzi non sembra aver modificato di molto la situazione. Beppe Grillo ieri l’ha incalzato: “Rinunci ai finanziamenti pubblici. È sufficiente una firma. La lettera l’ho preparata io”. La risposta del sindaco è arrivata su Twitter: “Caro Beppe, ti rispondo nei prossimi giorni con una sorpresina

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