Chi è senza manganello…(Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 08/12/2013. Marco Travaglio attualità

L’abbiamo sempre scritto, e lo ribadiamo anche a Grillo come a tutti: nelle democrazie vere sono i giornalisti a dover criticare (quando lo meritano) i leader politici, e non viceversa. Anche quando i giornalisti meritano una critica – il che accade spesso, soprattutto in Italia – i leader politici dovrebbero astenersi dall’attaccarli pubblicamente. Meglio farebbero a rispondere nel merito alle critiche e, se si sentono diffamati, a querelarli con ampia facoltà di prova. Se il blog di Grillo voleva rilanciare la sacrosanta battaglia dei 5Stelle contro i finanziamenti pubblici ai giornali (di partito e non), poteva farlo senza personalizzarla contro una singola giornalista, Maria Novella Oppo, dandole della “mantenuta da 40 anni” e minacciando di costringerla a “trovarsi un lavoro”. E se voleva smentire le sue offensive falsità sui parlamentari di M5S (“dimostrano di non saper fare e di non aver fatto niente per il popolo italiano… piccoli fan divenuti per miracolo parlamentari e tenuti al guinzaglio”) poteva elencare le attività fin qui svolte dagli eletti pentastellati. Dunque Maria Novella ha la nostra piena solidarietà per l’attacco del blog e, soprattutto, per la consueta gragnuola di volgari insulti che ne è seguita sul web. Invece non c’è nulla di scandaloso, o di illecito, o di fascista, o di squadrista nell’invito agl’internauti a “segnalare” gli articoli diffamatori che escono ogni giorno sulla stampa nazionale per una nuova rubrica “Giornalista del giorno”. Se nascesse una rassegna stampa ragionata, con smentite incorporate, di ciò che di falso riescono (e sono già riusciti) a vomitare i giornali e le tv di regime contro 150 e più parlamentari eletti dal popolo (con voti veri, non con premi di maggioranza porcellosi e incostituzionali) che non rubano, non mafiano, non scalano banche, non scassinano la Costituzione anzi la difendono, ne potrebbe venir fuori un’ottima tesi di laurea sullo stato dell’informazione in Italia. Uno scatenamento di bugie, calunnie, diffamazioni e invenzioni che non ha eguali in Europa e che si può spiegare soltanto con il maremoto che l’irruzione di quel movimento postideologico e antisistema ha provocato nelle acque stagnanti del bipolarismo all’italiana, o meglio nella sua proiezione giornalistica. Dove per decenni si sono fronteggiate una stampa di destra e una di sinistra, entrambe embedded che scambiano per “libera informazione” le loro guerricciole combattute per conto terzi. Per la stampa di sinistra, la destra ha sempre torto perché è di destra. Per la stampa di destra, la sinistra ha sempre torto perchè è di sinistra. Gli scandali della sinistra escono solo sulla stampa di destra, che considera gli scandali della destra come Chanel n. 5. E così i conflitti d’interessi, le censure, gli abusi di potere. Cossiga meritava l’impeachment per la sinistra e i suoi giornali perché considerato di destra: ma, se oggi Napolitano fa cose simili a Cossiga, la sinistra e i suoi giornali lo difendono a spada tratta perché viene dalla sinistra. Per gli house organ del Pd, Formigoni era un corrotto e Alfano un incapace finché stavano con Berlusconi: ora che si sono messi in proprio (così almeno si crede) per sostenere il governo Napoletta diventano le reincarnazioni di Quintino Sella e Camillo Cavour. Specularmente, Alfano e Formigoni erano prima due perseguitati da difendere e ora sono due mascalzoni da attaccare. Poi, certo, c’è la stampa cosiddetta “indipendente”: quella che sta sempre dalla parte del governo, di qualunque colore esso sia, e passa il suo tempo a bastonare le opposizioni. In questa parodia di dialettica democratica, che in realtà è la prosecuzione della partitocrazia con altri mezzi, chi non s’intruppa né di qua né di là e mantiene posizioni critiche nei confronti di chiunque lo meriti, o viene intruppato a destra e a sinistra a seconda delle circostanze; oppure prende botte da tutte le parti perché non si riesce a irreggimentarlo.

La prova su strada di questo riflesso condizionato è arrivata per l’ennesima volta l’altroieri, con le reazioni smodate all’attacco del blog di Grillo alla Oppo: solidarietà pelose di indignati speciali, tanto smemorati quanto spudorati. Chissà dov’era Enrico Letta quando i suoi amici Ds chiedevano la cacciata dall’Unità di un giornalista (uno a caso) e ottenevano quella dei direttori Colombo e Padellaro che avevano avuto il torto di resuscitare quel giornale: la stessa Unità dove lavora la Oppo (con la differenza che Grillo dal-l’Unità non può fortunatamente cacciare nessuno, così come da nessun altro giornale: i vertici Ds sì). Chissà dov’erano Letta jr. e la Boldrini quando l’attuale viceministro De Luca (Pd) insultò e minacciò un giornalista (il solito) in un incontro elettorale alla presenza di Bersani, augurandosi di “incontrarlo di notte al buio” (venendo poi condannato in tribunale per diffamazione: notizia censurata dal 100 per cento della libera stampa). E chissà dove pascolavano i vertici dell’Ordine e della Federazione della stampa quando Cicchitto, in piena Camera (non su un blog), additava quel giornalista (sempre lo stesso) come “terrorista” e “mandante morale” dell’attentato a Berlusconi col lancio di un souvenir in faccia. E chissà dove cinguettava Francesco Merlo (che ora su Repubblica paragona Grillo ai killer di Walter Tobagi, di Pippo Fava e di Giancarlo Siani) un mesetto fa, quando il neostatista Alfano chiese al padron Silvio la cacciata di Sallusti dal Giornale perché si era permesso di attaccarlo. La verità è che tutti questi indignati a scoppio ritardato insulterebbero Grillo anche se non avesse mai minacciato un solo giornalista. Infatti lo insultavano anche prima che lo facesse, da quando iniziò a disturbare il loro piccolo mondo antico. Non ce l’hanno con i suoi tanti errori ed eccessi. Ce l’hanno con l’unico suo merito.

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