Addio a Madiba, il Presidente della Pace

porcellum_vignetta_di_bertelliarticolotre Gea Ceccarelli-del 6/12/2013 attualità
“Se vado in paradiso la prima cosa che farò sarà cercare la sede dell’Anc”. Scherzava così, lui, sulla sua morte. E chissà che, quella sede, non l’abbia già trovata.
Il suo vero nome era Rolihlahla, “Attaccabrighe”.
Nessuno l’ha mai conosciuto con quell’appellativo, è vero. Quello era il nome che gli era stato dato nel lontano 18 luglio 1918 dalla famiglia reale dei Thembu, un’etnia Xhosa del Sudafrica. E solo lì, ormai, potevano ancora conoscerlo così.
Per gli altri, era Nelson. Il nome che gli affibbiò un’insegnante del collegio britannico in cui Mandela venne mandato a studiare. Forse un richiamo all’ammiraglio Nelson, ma ha poca importanza. Erano gli anni Trenta, ed erano anni difficili per il paese sudafricano. Vedersi mutar il nome era il minimo; le persone nere venivano per lo più segregate, deportate, costrette a leggi umilianti e denigranti. Si apriva la strada a quello che poi divenne l’apartheid, la politica razzista che i bianchi effettuarono in Sudafrica.
Questo clima di ingiustizia che sarebbe poi sfociato in tutta la sua forza nel dopoguerra, non raccoglieva il benestare di tutto il popolo. Nelson Mandela era tra coloro che si dichiaravano apertamente contro le differenze razziali, le segregazioni, gli abusi. Credeva nella libertà, fin da giovanissimo. A costo di perdere tutto, si pose in prima linea alla lotta all’apartheid. Maturando, maturava con lui l’esigenza di ibellione re di giustizia sociale. Venne cacciato dall’università per aver organizzato una manifestazione studentesca e, poco dopo, una volta tornato al suo villaggio natale, scoprì che gli era stato organizzato un matrimonio alle spalle: era persino già stata pagata la dote, mancava solo la celebrazione del rito. Mandela fuggì appena prima delle nozze, per rifugiarsi a Johannesburg. Proprio lì trovò lavoro come guardiano alle Miniere della Corona, dove si scontrò con la miseria che imperversava e opprimeva i suoi compagni lavoratori. Quest’esperienza lo sconvolse tanto da convincerlo a entrare in politica.
Era il 1944 e Mandela, assieme ai suoi connazionali Walter Sisulu e Oliver Tambo, fondò la Lega Giovanile dell’Anc, di cui Madiba divenne rapidamente presidente. Frattanto, terminò i suoi studi in legge e aprì il primo studio legale per neri, lanciando un tanto chiaro quanto eclatante \segnale ai bianchi che, sempre di più, tentavano di distruggere il popolo sudafricano.
Furono questi i semi che Mandela coltivò. La necessità di un Sudafrica libero lo convinse a condurre una campagna non violenta di disobbedienza civile: organizzava manifestazioni e scioperi, invitava sia neri che bianchi a non sottostare alle leggi discriminatorie. Fu un periodo, questo, critico. Le tensioni aumentarono, ogni giorno di più, finchè il governo non perse la pazienza e diede il via alla più dura e credua repressione. Una figura come Madiba, sempre in primo piano, divenne facilmente obiettivo della polizia sudafricana che lo arrestò una prima volta nel 1952. Ci vollero sei anni prima che una giuria lo giudicasse innocente.
In quei sei anni, la situazione peggirò ulteriormente. L’Anc venne messa al bando e le repressioni divennero insostenibili. Le leggi di segregazione erano uno stupro all’umanità, così che la lotta armata parve essere veramente l’ultima e unica possibilità. Mandela divenne un fuorilegge, un inserruzionalista, un ribelle. Tornò in prigione nel 1962, per alto tradimento. Anni di carcere, durante i quali gli si mosse l’accusa anche di sabotaggio. Al riguardo dichiarò, al processo: “Ho nutrito l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutte le persone vivono insieme in armonia. Questo è un ideale per cui vivo e che spero di realizzare. Ma se è necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire”. Parole vane: nel ’64 venne condannato all’ergastolo a Robben Island, un inferno in terra.
Qui rimase per 27 anni. Era un carcere durissimo, in cui i neri venivano continuamente vessati e sottoposti a maltrattamenti e denigrazioni. Costretti a indossare vestiti umilianti, a effettuare lavori forzati in un clima di austerità e in condizioni disumane, chiusi in celle assolutamente inadatte ad ospitare qualsiasi essere umano e in totale isolamento: i prigionieri potevano inviare una lettera o riceverla una volta ogni sei mesi.
Se gli altri carcerati accettavano passivamente le punizioni e le dure condizioni di vita, così non fu per Madiba. Fu proprio in quell’isolotto sperduto nell’oceano Atlantico che portò avanti numerose lotte per l’uguaglianza, vincendole. In tutto il mondo, le sue gesta ebbero un’eco fortissima, si stava configurando, a propria insaputa, come un eroe mondiale. Era riuscito, infatti, dalla prigione, a offrire consapevolezza: aveva ridato dignità a un popolo, aveva ancora lottato per un mondo più giusto e aveva vinto.
La condanna internazionale divenne sempre più pressante. Alla fine, il governo cedette e, l’11 febbraio del 1990, Mandela venne liberato. Ad attenderlo fuori dalla prigione, una folla immensa che, di fronte all’immagine di quell’eroe, esultò e lo accolse con indescrivibile gioia, nella sua sorpresa. In quello stesso anno, l’Anc interruppe la lotta armata. Un nuovo inizio era possibile e il merito era di Madiba, il quale trovò la sua arma più feroce nel perdono.
Oltre a unirsi al governo per negoziare sul futuro del Sudafrica post-apartheid, Mandela si riconciliò anche con il presidente del Paese, F.W. De Klerk. Nel 1993, proprio assieme a lui, ricevette il Premio Nobel per la Pace. L’anno seguente venne eletto Presidente e organizzò, inaspettatamente, un ricevimento per le vedove dei politici che lo avevano arrestato e imprigionato e invitò ad un pranzo persino il magistrato che richiedeva la sua impiccagione.
Questo era Mandela; rimase in carica soltanto per un mandato, come da lui espressamente richiesto, e, nel 1999, abbandonò la scena politica. Non per questo la sua figura si eclissò, anzi: Madiba è rimasto sempre un eroe, nella concezione comune dei popoli, simbolo di una libertà e di una dignità senza precedenti; la figura di un uomo che è stato in grado di condurre avanti le proprie idee e le proprie speranze anche di fronte alla più grande miseria e disperazione, in nome di un’uguaglianza, in nome di un popolo. Con lui, il 5 dicembre del 2013, all’età di 95 anni, a Johannesburg, dopo una lunga malattia, non se n’è andato soltanto un Presidente e un uomo immenso, ma anche e soprattutto un pezzo di storia, un pezzo di libertà, la chiave di volta della pace.

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aderente al ms5 Biella al comitato dell'Acqua pubblica

Pubblicato il dicembre 7, 2013, in attualità, Uncategorized con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Commenti disabilitati su Addio a Madiba, il Presidente della Pace.

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