Mi ricordo mutande verdi (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 06/12/2013. Marco Travaglio attualità
Fra le spese istituzionali per 25.410,66 euro che lo sgovernatore leghista piemontese Roberto Cota s’è fatto rimborsare in due anni e mezzo dalla Regione, c’è un paio di boxer di color padano verde-kiwi, modello “Chappytrunk”, taglia L, costo 40 euro, acquistati il 6 agosto 2011 a Boston dove lo statista novarese era in missione istituzionale per “corso di formazione e visita al Mit”. Pareva brutto, vista anche la calura, indossare dei normali pantaloni, consumandoli a spese proprie. Molto meglio i pratici mutandoni padani, anch’essi istituzionali. Per la Procura, che ha chiuso le indagini a carico del Cota e di 42 consiglieri regionali in vista del processo, questo si chiama peculato. Per l’erede di Cattaneo (che Dio lo perdoni), “è solo fango dei feticisti della penna” che la Procura dovrebbe ignorare e anzi – chissà perché – “sostenermi”. Sì, ma le mutande verdi? “Colpa della mia segretaria: le ha inserite per errore in nota spese”. La malcapitata si chiama Michela Carossa ed è figlia del capogruppo leghista: i valori della famiglia. Resta da capire perché, se non voleva il rimborso, lo statista padano le abbia passato il relativo scontrino. Ma quella di scaricare tutto sulla signorina dell’ufficio accanto è un vecchio refrain dei politici: il Cha cha cha della segretaria di arboriana memoria. La penultima è quella di Bersani. Ma chi non ricorda Enza Tomaselli, segretaria tuttofare di Craxi? O Barbara Ceolin e Nadia Bolgan, quelle di De Michelis, che – confidò la prima ai pm – “aveva una segreteria di 50 persone, quasi tutte donne incontrate di passaggio e senz’alcuna preparazione professionale: eran lì solo perché gli piacevano, ciascuna pensava di esser la favorita del-l’harem”. Però si resero utilissime nella stesura del suo opus magnum “Dove andiamo a ballare stasera”, guida alle discoteche d’Italia. Poi la mitica Eliana Pensieroso, segretaria del banchiere Pacini Battaglia, addetta alla fascettatura delle mazzette il cui fruscio fu captato dalle cimici ipersensibili degli inquirenti. Ma il precedente più illustre risale al 1986. Un giorno il professor Luigi Firpo, glorioso storico torinese, si imbatté in Silvio Berlusconi che, intervistato da una delle sue tv, sfoggiava cultura declamando brani scelti dalla sua prefazione all’Utopia di Tommaso Moro. “Ma quel testo è il mio!”, balzò sulla sedia Firpo. Si procurò la preziosa edizione numerata by Silvio Berlusconi Editore e scoprì che l’erudito palazzinaro aveva copiato interi brani della sua introduzione a Thomas More e la sua traduzione integrale dal latino, limitandosi a metterci la firma. Allora prese carta e penna, gli intimò di ritirare subito tutte le copie dal mercato e annunciò querela per plagio. Pochi giorni dopo lo chiamò un Cavaliere piagnucolante: “La prego, non mi rovini con uno scandalo, è stata tutta colpa della mia segretaria”. Cioè tentò di far credere che la segretaria potesse aver copiato prefazione e traduzione dell’Utopia a sua insaputa, anzi contro la sua volontà. Firpo capì subito con che razza di cazzaro stava parlando e decise di prendersene gioco, seguitando a minacciare di mettere in piazza lo scandalo e rifiutando le scuse e le offerte di riparazione che il pover’ometto, ormai ridotto a stalker, gli faceva in telefonate quotidiane, accompagnate da regali sempre più costosi. A Natale un corriere da Segrate scaricò in casa Firpo un gigantesco bouquet di orchidee e un pacco dono con una valigetta in coccodrillo con le cifre ‘LF’ in oro. Sul biglietto era scritto: “Natale 1986. Molti cordiali auguri ed a presto… Spero! Per carità, non mi rovini!!! Silvio Berlusconi”. Firpo, vecchio burlone, rispedì tutto al mittente con un biglietto beffardo: “Gentile dottore, la ringrazio della sua generosità, ma sono un vecchio professore abituato alla sua borsa sdrucita. Quanto ai fiori, la prego anche a nome di mia moglie Laura di non inviarcene più: per noi, i fiori tagliati sono organi sessuali recisi”. “Da quel giorno – ricorda Laura – non lo sentimmo mai più”. Ma ora c’è Cota il mutandiere, e ho detto tutto.

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