Le 500 professioni “verdi” che nessuno prepara

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/11/2013. Thomas Mackinson attualità

Si fa presto a dire green, ma l’Italia che ha toccato il record della disoccupazione giovanile siede su 500 profili professionali che il mercato del lavoro cerca e il sistema scolastico non forma, fino al paradosso di dieci nuovi mestieri addirittura “irreperibili”. Mobilità sostenibile, rinnovabili, bioedilizia, economia del riciclo, ecotessile: molte sono le declinazioni del-l’economia verde su cui il nostro Paese sembra poter marciare come un treno. E’ un verde-prezzemolo: non c’è telegiornale o magazine senza una storiella edificante sulle magnifiche sorti della green economy, mentre i siti abbondano di start-up di successo e di giovani che – grazie ai nuovi “mestieri verdi” – si avviano a un futuro radioso di occupazione e benessere. Il tutto sullo sfondo di un ritrovato equilibrio, finalmente, nel rapporto uomo-ambiente. Una favola che ci raccontiamo o un’opportunità reale? L’occasione irripetibile di salvare il Belpaese o l’ennesima speranza tradita? A leggere certi numeri l’entusiasmo che ha contagiato tutti è giustificato. A leggerli tutti, però, si scopre anche che l’Italia fa l’Italia: siede su una miniera d’oro e non l’afferra proprio come accade con agricoltura, arte e turismo.

CHI VUOL CAPIRE davvero cosa siano i cosiddetti green jobs può leggersi le 287 pagine del nuovo rapporto annuale di Union Camere e Fondazione Symbola “Green Italy 2013”. Tutte le pagine. Quando è stato presentato, ai primi di novembre, i dati della sintesi – nel grigiore della crisi – hanno fatto notizia: in Italia sono 3 milioni i lavoratori “verdi”, 328mila le aziende (il 22%) dell’industria e dei servizi con almeno un dipendente che dal 2008 hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale e risparmiare energia. Da queste aziende arriverà nel 2013 il 38% di tutte le assunzioni programmate nell’industria e nei servizi.

Questa è la green economy italiana, cui si devono 100,8 miliardi di valore aggiunto prodotto, in termini nominali, nel 2012 pari al10,6% del totale dell’economia nazionale. Di più, quella verde, secondo il rapporto, ne è addirittura la parte propulsiva: il 42% delle imprese manifatturiere che fanno eco-investimenti esporta i propri prodotti, contro il 25,4% di quelle che non lo fanno. Evviva l’onda verde, dunque. Ma si farebbe un torto alla ricerca se non si buttasse l’occhio alle pagine che raccontano l’altra parte della verità: senza una politica specifica e coerente, l’Italia che ha infierito sul suo suolo e sull’ambiente rischia di farsi sfuggire di mano un paradigma produttivo e professionale da cui ripartire, su cui fondare un nuovo made in Italy. Ma come è fatto?

INTANTO va chiarito che i 3,3 milioni di green jobs non sono agronomi, forestali e giardinieri. Sono figure appartenenti a una griglia definita da una specifica classificazione Istat che comprende ormai 90 profili professionali specifici e altri 406 “attivabili”, cioè non strettamente green ma suscettibili di una qualche evoluzione di competenza e lavoro nell’ambito dello sviluppo sostenibile: si va dai classici come l’ingegnere energetico o il bioarchitetto fino ai più curiosi come il carpentiere sostenibile, che nell’industria del legno seleziona e lavora materiali naturali o eco-compatibili , all’eco-carrozziere che tra i lastroferratori riusa le lamiere per scopi diversi.

Classificazione alla mano, si possono estrapolare i dati sul-l’occupazione Excelsior e scoprire le 20 figure green più ricercate e quelle addirittura “introvabili” (nel grafico). E qui torna in campo l’Italia che fa l’Italia. Le figure non si trovano perché nessuno le cerca o nessuno le forma. Se si guarda alle mappe delle assunzioni con criterio geografico si scopre che lo stock occupazionale “green” abita in gran parte al Nord, mentre il centro-sud è quasi un non pervenuto nella grande rivoluzione verde: la sola Lombardia, prima in classifica con 11mila assunzioni, vale quanto Emilia, Lazio e Piemonte o come tutte le regioni del centro-sud. Un’Italia a due velocità che riflette il diverso tasso di radicamento delle imprese verdi. Per contro esistono anche le 10 figure “introvabili” e sono il frutto dell’incapacità del sistema scolastico di orientare istruzione e formazione verso le professionalità che il mercato cerca. Nel caso dei green jobs il mis-matching tra professionalità immesse sul mercato e competenze richieste è fortissimo. Del resto la scelta green, dice il rapporto 2013, andrebbe fatta prima. Ma noi abbiamo smantellato gli istituti tecnici superiori (Its), i soli che possono immettere prima i giovani su un percorso “green”. Erano nati dalla compartecipazione dei diversi attori istituzionali, imprenditoriali e della formazione proprio per misurare i fabbisogni lavorativi e formativi del territorio ed erogare i necessari percorsi di studio. Di queste scuole oggi se ne contano appena 65 in tutta Italia, nonostante il 60% dei primi 825 diplomati 2013 abbia già trovato occupazione. Ma solo 25 istituti fanno riferimento a percorsi in qualche modo collegati al mestiere del futuro.

PEGGIO all’università. Proprio in questi giorni negli atenei sono attivi i corner di orientamento di Italia Lavoro. Sono lì per spiegare a chi si iscrive dove tira il vento del lavoro in un Paese che in un anno laurea 21.677 avvocati, 43.170 dottori in economia, 33.125 in medicina e soltanto 119 chimici industriali, 11 dottori in scienze del farmaco per l’ambiente e la salute e 49 in scienze ambientali. E poco importa se per queste categorie il tasso di occupazione a un anno dal titolo oscilla tra il 57 e l’80%. Qualcuno al green preferisce ancora il rischio di restare al verde. E magari neppure lo sa.

Si fa presto a dire green, ma l’Italia che ha toccato il record della disoccupazione giovanile siede su 500 profili professionali che il mercato del lavoro cerca e il sistema scolastico non forma, fino al paradosso di dieci nuovi mestieri addirittura “irreperibili”. Mobilità sostenibile, rinnovabili, bioedilizia, economia del riciclo, ecotessile: molte sono le declinazioni del-l’economia verde su cui il nostro Paese sembra poter marciare come un treno. E’ un verde-prezzemolo: non c’è telegiornale o magazine senza una storiella edificante sulle magnifiche sorti della green economy, mentre i siti abbondano di start-up di successo e di giovani che – grazie ai nuovi “mestieri verdi” – si avviano a un futuro radioso di occupazione e benessere. Il tutto sullo sfondo di un ritrovato equilibrio, finalmente, nel rapporto uomo-ambiente. Una favola che ci raccontiamo o un’opportunità reale? L’occasione irripetibile di salvare il Belpaese o l’ennesima speranza tradita? A leggere certi numeri l’entusiasmo che ha contagiato tutti è giustificato. A leggerli tutti, però, si scopre anche che l’Italia fa l’Italia: siede su una miniera d’oro e non l’afferra proprio come accade con agricoltura, arte e turismo.

CHI VUOL CAPIRE davvero cosa siano i cosiddetti green jobs può leggersi le 287 pagine del nuovo rapporto annuale di Union Camere e Fondazione Symbola “Green Italy 2013”. Tutte le pagine. Quando è stato presentato, ai primi di novembre, i dati della sintesi – nel grigiore della crisi – hanno fatto notizia: in Italia sono 3 milioni i lavoratori “verdi”, 328mila le aziende (il 22%) dell’industria e dei servizi con almeno un dipendente che dal 2008 hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale e risparmiare energia. Da queste aziende arriverà nel 2013 il 38% di tutte le assunzioni programmate nell’industria e nei servizi.

Questa è la green economy italiana, cui si devono 100,8 miliardi di valore aggiunto prodotto, in termini nominali, nel 2012 pari al10,6% del totale dell’economia nazionale. Di più, quella verde, secondo il rapporto, ne è addirittura la parte propulsiva: il 42% delle imprese manifatturiere che fanno eco-investimenti esporta i propri prodotti, contro il 25,4% di quelle che non lo fanno. Evviva l’onda verde, dunque. Ma si farebbe un torto alla ricerca se non si buttasse l’occhio alle pagine che raccontano l’altra parte della verità: senza una politica specifica e coerente, l’Italia che ha infierito sul suo suolo e sull’ambiente rischia di farsi sfuggire di mano un paradigma produttivo e professionale da cui ripartire, su cui fondare un nuovo made in Italy. Ma come è fatto?

INTANTO va chiarito che i 3,3 milioni di green jobs non sono agronomi, forestali e giardinieri. Sono figure appartenenti a una griglia definita da una specifica classificazione Istat che comprende ormai 90 profili professionali specifici e altri 406 “attivabili”, cioè non strettamente green ma suscettibili di una qualche evoluzione di competenza e lavoro nell’ambito dello sviluppo sostenibile: si va dai classici come l’ingegnere energetico o il bioarchitetto fino ai più curiosi come il carpentiere sostenibile, che nell’industria del legno seleziona e lavora materiali naturali o eco-compatibili , all’eco-carrozziere che tra i lastroferratori riusa le lamiere per scopi diversi.

Classificazione alla mano, si possono estrapolare i dati sul-l’occupazione Excelsior e scoprire le 20 figure green più ricercate e quelle addirittura “introvabili” (nel grafico). E qui torna in campo l’Italia che fa l’Italia. Le figure non si trovano perché nessuno le cerca o nessuno le forma. Se si guarda alle mappe delle assunzioni con criterio geografico si scopre che lo stock occupazionale “green” abita in gran parte al Nord, mentre il centro-sud è quasi un non pervenuto nella grande rivoluzione verde: la sola Lombardia, prima in classifica con 11mila assunzioni, vale quanto Emilia, Lazio e Piemonte o come tutte le regioni del centro-sud. Un’Italia a due velocità che riflette il diverso tasso di radicamento delle imprese verdi. Per contro esistono anche le 10 figure “introvabili” e sono il frutto dell’incapacità del sistema scolastico di orientare istruzione e formazione verso le professionalità che il mercato cerca. Nel caso dei green jobs il mis-matching tra professionalità immesse sul mercato e competenze richieste è fortissimo. Del resto la scelta green, dice il rapporto 2013, andrebbe fatta prima. Ma noi abbiamo smantellato gli istituti tecnici superiori (Its), i soli che possono immettere prima i giovani su un percorso “green”. Erano nati dalla compartecipazione dei diversi attori istituzionali, imprenditoriali e della formazione proprio per misurare i fabbisogni lavorativi e formativi del territorio ed erogare i necessari percorsi di studio. Di queste scuole oggi se ne contano appena 65 in tutta Italia, nonostante il 60% dei primi 825 diplomati 2013 abbia già trovato occupazione. Ma solo 25 istituti fanno riferimento a percorsi in qualche modo collegati al mestiere del futuro.

PEGGIO all’università. Proprio in questi giorni negli atenei sono attivi i corner di orientamento di Italia Lavoro. Sono lì per spiegare a chi si iscrive dove tira il vento del lavoro in un Paese che in un anno laurea 21.677 avvocati, 43.170 dottori in economia, 33.125 in medicina e soltanto 119 chimici industriali, 11 dottori in scienze del farmaco per l’ambiente e la salute e 49 in scienze ambientali. E poco importa se per queste categorie il tasso di occupazione a un anno dal titolo oscilla tra il 57 e l’80%. Qualcuno al green preferisce ancora il rischio di restare al verde. E magari neppure lo sa.

Si fa presto a dire green, ma l’Italia che ha toccato il record della disoccupazione giovanile siede su 500 profili professionali che il mercato del lavoro cerca e il sistema scolastico non forma, fino al paradosso di dieci nuovi mestieri addirittura “irreperibili”. Mobilità sostenibile, rinnovabili, bioedilizia, economia del riciclo, ecotessile: molte sono le declinazioni del-l’economia verde su cui il nostro Paese sembra poter marciare come un treno. E’ un verde-prezzemolo: non c’è telegiornale o magazine senza una storiella edificante sulle magnifiche sorti della green economy, mentre i siti abbondano di start-up di successo e di giovani che – grazie ai nuovi “mestieri verdi” – si avviano a un futuro radioso di occupazione e benessere. Il tutto sullo sfondo di un ritrovato equilibrio, finalmente, nel rapporto uomo-ambiente. Una favola che ci raccontiamo o un’opportunità reale? L’occasione irripetibile di salvare il Belpaese o l’ennesima speranza tradita? A leggere certi numeri l’entusiasmo che ha contagiato tutti è giustificato. A leggerli tutti, però, si scopre anche che l’Italia fa l’Italia: siede su una miniera d’oro e non l’afferra proprio come accade con agricoltura, arte e turismo.

CHI VUOL CAPIRE davvero cosa siano i cosiddetti green jobs può leggersi le 287 pagine del nuovo rapporto annuale di Union Camere e Fondazione Symbola “Green Italy 2013”. Tutte le pagine. Quando è stato presentato, ai primi di novembre, i dati della sintesi – nel grigiore della crisi – hanno fatto notizia: in Italia sono 3 milioni i lavoratori “verdi”, 328mila le aziende (il 22%) dell’industria e dei servizi con almeno un dipendente che dal 2008 hanno investito, o lo faranno quest’anno, in tecnologie green per ridurre l’impatto ambientale e risparmiare energia. Da queste aziende arriverà nel 2013 il 38% di tutte le assunzioni programmate nell’industria e nei servizi.

Questa è la green economy italiana, cui si devono 100,8 miliardi di valore aggiunto prodotto, in termini nominali, nel 2012 pari al10,6% del totale dell’economia nazionale. Di più, quella verde, secondo il rapporto, ne è addirittura la parte propulsiva: il 42% delle imprese manifatturiere che fanno eco-investimenti esporta i propri prodotti, contro il 25,4% di quelle che non lo fanno. Evviva l’onda verde, dunque. Ma si farebbe un torto alla ricerca se non si buttasse l’occhio alle pagine che raccontano l’altra parte della verità: senza una politica specifica e coerente, l’Italia che ha infierito sul suo suolo e sull’ambiente rischia di farsi sfuggire di mano un paradigma produttivo e professionale da cui ripartire, su cui fondare un nuovo made in Italy. Ma come è fatto?

INTANTO va chiarito che i 3,3 milioni di green jobs non sono agronomi, forestali e giardinieri. Sono figure appartenenti a una griglia definita da una specifica classificazione Istat che comprende ormai 90 profili professionali specifici e altri 406 “attivabili”, cioè non strettamente green ma suscettibili di una qualche evoluzione di competenza e lavoro nell’ambito dello sviluppo sostenibile: si va dai classici come l’ingegnere energetico o il bioarchitetto fino ai più curiosi come il carpentiere sostenibile, che nell’industria del legno seleziona e lavora materiali naturali o eco-compatibili , all’eco-carrozziere che tra i lastroferratori riusa le lamiere per scopi diversi.

Classificazione alla mano, si possono estrapolare i dati sul-l’occupazione Excelsior e scoprire le 20 figure green più ricercate e quelle addirittura “introvabili” (nel grafico). E qui torna in campo l’Italia che fa l’Italia. Le figure non si trovano perché nessuno le cerca o nessuno le forma. Se si guarda alle mappe delle assunzioni con criterio geografico si scopre che lo stock occupazionale “green” abita in gran parte al Nord, mentre il centro-sud è quasi un non pervenuto nella grande rivoluzione verde: la sola Lombardia, prima in classifica con 11mila assunzioni, vale quanto Emilia, Lazio e Piemonte o come tutte le regioni del centro-sud. Un’Italia a due velocità che riflette il diverso tasso di radicamento delle imprese verdi. Per contro esistono anche le 10 figure “introvabili” e sono il frutto dell’incapacità del sistema scolastico di orientare istruzione e formazione verso le professionalità che il mercato cerca. Nel caso dei green jobs il mis-matching tra professionalità immesse sul mercato e competenze richieste è fortissimo. Del resto la scelta green, dice il rapporto 2013, andrebbe fatta prima. Ma noi abbiamo smantellato gli istituti tecnici superiori (Its), i soli che possono immettere prima i giovani su un percorso “green”. Erano nati dalla compartecipazione dei diversi attori istituzionali, imprenditoriali e della formazione proprio per misurare i fabbisogni lavorativi e formativi del territorio ed erogare i necessari percorsi di studio. Di queste scuole oggi se ne contano appena 65 in tutta Italia, nonostante il 60% dei primi 825 diplomati 2013 abbia già trovato occupazione. Ma solo 25 istituti fanno riferimento a percorsi in qualche modo collegati al mestiere del futuro.

PEGGIO all’università. Proprio in questi giorni negli atenei sono attivi i corner di orientamento di Italia Lavoro. Sono lì per spiegare a chi si iscrive dove tira il vento del lavoro in un Paese che in un anno laurea 21.677 avvocati, 43.170 dottori in economia, 33.125 in medicina e soltanto 119 chimici industriali, 11 dottori in scienze del farmaco per l’ambiente e la salute e 49 in scienze ambientali. E poco importa se per queste categorie il tasso di occupazione a un anno dal titolo oscilla tra il 57 e l’80%. Qualcuno al green preferisce ancora il rischio di restare al verde. E magari neppure lo sa.

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aderente al ms5 Biella al comitato dell'Acqua pubblica

Pubblicato il novembre 29, 2013, in attualità, Uncategorized con tag , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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