LE PRIORITÀ DI LETTA: NUOVI STADI E CEMENTO. IMU, UN ALTRO BLUFF

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Da Il Fatto Quotidiano del 21/11/2013. Marco Palombi attualità

EMENDAMENTI GOVERNATIVI ALLA LEGGE DI STABILITÀ: MENO BUROCRAZIA E AIUTI FISCALI AI COSTRUTTORI VIA LA SECONDA RATA PER LA PRIMA CASA, PAGANO LE BANCHE.

Quali sono gli interventi infrastrutturali più urgenti oggi in Italia? Lavorare sul dissesto idrogeologico? Ferrovie? Nuove strade? Macché. A stare all’ultima iniziativa legislativa del governo, la risposta è: nuovi stadi e impianti sportivi in generale. È quanto si evince da una bozza di emendamento del governo al disdegno di lege di Stabilità circolata ieri pomeriggio in Senato (al momento di andare in stampa non è ancora stato formalizzato), che non solo rifinanzia il cosiddetto fondo salva-stadi per 45 milioni di euro, ma concede a questo tipo di progetto canali di approvazione preferenziali e rapidissimi. A questo punto non ci si sorprenderà nel sapere che l’emendamento contiene anche il relativo regalo ai costruttori sotto forma di permessi di edificare, insieme agli stadi, nuovi edifici di ogni ordine e grado.

IL TESTO, INFATTI, prevede non solo la costruzione o la ristrutturazione di “uno o più impianti sportivi”, ma pure di “insediamenti edilizi o interventi urbanistici, entrambi di qualunque ambito o destinazione, anche non contigui agli impianti sportivi”. Vale a dire palazzi, ristoranti, negozi pure a chilometri di distanza dal sito interessato. E il criterio con cui si autorizza una cosa del genere? Semplice: “Il raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario”. In parole povere, con la massiccia cementificazione del territorio si paga lo stadio.

Non si tratta, peraltro, di un problema circoscritto: è noto il caso della As Roma – che vuole costruire il “nuovo Olimpico” sull’ex Ippodromo di Tor di Valle – ma molte altre società sono interessate a questo lucroso affare tanto in Serie A che tra i cadetti (ben 11 squadre di B hanno già aderito a un progetto sul tema della loro Lega). Solo che il punto debole di questo tipo di progetto, solitamente, è più la complessa procedura autorizzativa che non la compatibilità economica. No problem, ci pensa il governo Letta inventandone una che ricorda le ricostruzioni post-terremoto. Funziona così: la società X presenta uno studio di fattibilità al comune interessato, il quale ha 90 giorni di tempo per dichiararne “l’interesse pubblico”. Se va bene, X può presentare il progetto vero e proprio e la Giunta comunale ha 120 giorni per il via libera: se poi la faccenda comporta “varianti urbanistiche o valutazioni di impatto ambientale” serve il sì definitivo della regione entro 60 giorni. Va bene, si dirà, ma se qualche Soprintendenza si mette di mezzo? Niente paura: se qualche ufficio preposto “alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico, della salute o della pubblica incolumità” dà parere contrario, arriva nientemeno che Palazzo Chigi, il quale adotta o fa adottare entro 90 giorni massimo “i provvedimenti necessari”.

NON SI PENSI, però, che l’esecutivo Letta pensa solo ai costruttori: non si dimentica nemmeno delle banche. Stamattina è il gran giorno in cui il Consiglio dei ministri si occuperà della rivalutazione delle quote di Bankitalia: ora valgono simbolicamente 156 mila euro e sono in gran parte in mano a banche private (da Unicredit e Intesa in giù), il governo vuole portare la cifra a circa sette miliardi guadagnando così la relativa tassazione da plusvalenza, vale a dire poco meno di un miliardo e mezzo di euro una tantum. E gli istituti di credito che ci guadagnano? Un cospicuo rafforzamento delle loro traballanti basi patrimoniali. L’operazione andrà vistata da Bruxelles, ma presenta comunque più di un problema: intanto perché una legge imporrebbe allo Stato di ricomprarsi le quote (e così, quando lo farà, dovrà pagare di più) e poi perché su quelle quote si paga una sorta di dividendo, oggi molto basso ma destinato ad aumentare con la rivalutazione.

Sempre oggi, infine, pare che Letta riuscirà ad abolire la seconda rata dell’Imu per il 2013, anche se – a stare alle solite bozze – con coperture assai ballerine. Il costo dell’operazione sarebbe 2,4 miliardi: il Tesoro, però, vorrebbe far pagare la tassa almeno su terreni e fabbricati agricoli portando il conto totale a due miliardi. Problema: i ministri politici hanno detto di no. L’unica misura certa, al momento, è l’aumento degli anticipi Ires e Irap per banche e assicurazioni fino alla strabiliante percentuale del 120 per cento (un miliardo e mezzo di ultragettito), ma nel mirino c’è pure il cosiddetto risparmio gestito, cioè quello che i clienti affidano alle società finanziarie: si pensa a maggiori anticipi per quasi mezzo miliardo di euro. C’è un dubbio, però: Bruxelles accetterà coperture esclusivamente contabili?

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aderente al ms5 Biella al comitato dell'Acqua pubblica

Pubblicato il novembre 21, 2013, in attualità, Uncategorized con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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