INCUBO DEFLAZIONE DRAGHI TAGLIA ANCORA I TASSI D’INTERESSE

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Da Il Fatto Quotidiano del 08/11/2013 Stefano Feltri attualità

IL COSTO DEL DENARO NELL’EUROZONA SCENDE DALLO 0,5 ALLO 0,25 PER CENTO PER SPINGERE L’ECONOMIA E AIUTARE LE BANCHE: CON I PREZZI PIATTI SI RISCHIA LA FINE DEL GIAPPONE.

Deflazione. Il taglio del costo del denaro dello 0,25 per cento annunciato ieri dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, conferma che la zona euro teme di essere entrata in una nuova fase della crisi, l’ennesima. La ripresa dell’economia reale non arriva, i prezzi sono piatti, le imprese non investono perché la domanda è debole e le banche quindi sono restie a finanziare chi ha debiti elevati, come l’Italia, finisce per essere schiacciato da un macigno che soltanto l’inflazione potrebbe erodere (se salgono i prezzi, scende il valore reale della somma da rimborsare).
“CI ATTENDE UN PERIODO prolungato di bassa inflazione che sarà seguito da un graduale movimento dei tassi verso il 2 per cento. Quindi la nostra politica monetaria rimarrà accomodante fino a quando sarà necessario”, ha spiegato a Francoforte Mario Draghi, annunciando un taglio del tasso di interesse di riferimento (e anche di quello per le operazioni al margine, dall’1 allo 0,75 per cento) che i mercati non speravano di vedere così presto. I membri del Consiglio direttivo della Bce, cioè i sei del consiglio esecutivo più i 17 governatori delle Banche centrali nazionali dell’Eurozona, non erano tutti d’accordo: alcuni partecipanti volevano aspettare dicembre, quando la Bce presenterà le proprie stime sull’inflazione. Di solito sono i tedeschi quelli più cauti, la Bundesbank è sempre restia a dire che è il momento di spingere l’economia, non hanno mai esorcizzato l’ombra di Weimar, quando la combinazione tra inflazione e austerità precipitò la Repubblica verso il nazismo. Ma Draghi ha portato in consiglio i numeri presentati martedì dalla Commissione europea: la crescita dei prezzi dell’Eurozona è passata dal +1,1 di settembre al +0,7 di ottobre, un tracollo che a Francoforte non si aspettavano e che ha consigliato di agire subito, senza aspettare dicembre. Il mandato della Bce le impone di perseguire la stabilità dei prezzi, cioè tenere l’inflazione attorno al 2 per cento, un dato troppo basso è un problema come un eccesso. E quindi ecco il taglio, l’ultimo risaliva a maggio. È la quinta volta, da quando si è insediato nel novembre 2011, che Draghi riduce il costo del denaro.

“Non siamo il Giappone”, risponde Draghi a un giornalista giapponese che invita a un paragone tra le difficoltàdell’Eurozona e i lunghi decenni di stagnazione nipponica, con prezzi in costante calo, bassi investimenti e aumento del debito pubblico. L’analisi di Draghi è questa: nel 2008 tutti avevano accumulato troppo debito, le imprese, le famiglie, gli Stati, le banche. Il processo di “deleveraging”, cioè di riduzione del debito, è inevitabile, per quanto doloroso. Ma i fondamentali della zona euro sono buoni: il deficit complessivo dei Paesi della moneta unica era il 3,1 nel 2013 e sarà il 2,5 nel 2014 (anche se il debito sale, dal 95,5 per cento del Pil nel 2013 al 95,9 nel 2014). Basta che i governi facciano le riforme strutturali e la crescita arriverà “galoppante”. Il taglio dei tassi darà un po’ di spinta: le famiglie avranno mutui più leggeri (quelle col tasso variabile), le imprese pagheranno meno il credito e chi esporta ottiene subito un vantaggio di prezzo (il cambio col dollaro crolla dopo l’annuncio del taglio), mentre le banche guadagnano un po’ di aria per affrontare con più tranquillità mesi difficili.

LA BCE È IMPEGNATA anche in un lungo processo che, tra un anno, la porterà a diventare il supervisore unico delle principali banche europee, con la possibilità di liquidare quelli insolventi. Ci sarà prima un’analisi dei bilanci, per far emergere i crediti inesigibili che devono diventare perdite invece che restare a gonfiare gli attivi, poi stress test più severi di quelli (fallimentari) condotti dall’ormai dimenticata Eba, l’autorità bancaria europea, e dopo le ricapitalizzazioni e forse qualche fallimento controllato, le banche saranno pronte per sostenere la ripresa nel 2015. Almeno questo è il piano, pieno di insidie. Draghi si gioca la reputazione, perché tutta l’Unione bancaria si regge sulla credibilità della sua Bce. Ma mentre si preoccupa delle banche, per evitare futuri disastri, non può trascurare la crisi attuale.

Se il rischio deflazione rimarrà elevato, Draghi ha già detto di essere pronto a portare a zero il costo del denaro, “c’è ancora spazio”. Ed è pronto a usare anche altre leve, una volta esaurita quella del tasso principale. Per esempio può imporre un tasso negativo, cioè far pagare, alle banche che depositano liquidità presso la Bce, oggi a zero, così da costringerle a immettere soldi nel sistema invece che tenerli immobilizzati a Francoforte.

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aderente al ms5 Biella al comitato dell'Acqua pubblica

Pubblicato il novembre 8, 2013, in attualità, Uncategorized con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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