Banche atomiche. Gli istituti (anche italiani) che finanziano gli armamenti nucleari

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articolotre G.C.-del 19/10/2013 attualità
E’ trascorsa poco più di una settimana da quando è stato assegnato il prestigioso premio Nobel per la Pace all’Opac, l’organizzazione che si impegna a favore dell’eliminazione delle armi chimiche nel mondo. Un momento significativo, in cui tutti hanno avuto occasione di riflettere sul tema della quiete e della convivenza tra i popoli e culture. Un valore, quello della pace, sempre sulla bocca di tutti, ma difficilmente perseguito come obiettivo, nonostante le tante promesse espresse.

I colpevoli della mancata pace, però, non sono soltanto criminali e governi che conducono politiche insane. Le mani macchiate di sangue, infatti, le hanno anche i finanziatori, che ogni giorno investono soldi -i nostri- nella fomentazione della violenza e della distruzione. Nello specifico, si parla delle banche, quelle in cui ogni giorno versiamo i nostri risparmi, ignari di quello che diventeranno e in che tasche finiranno.

Il documento “Don’t Bank on the bomb”, diffuso nei giorni scorsi a livello mondiale nell’ambito della campagna contro il nucleare dell’Ican, lo mette nero su bianco e, altrettanto chiaramente, fa i nomi di quanti, incuranti delle richieste e degli appelli per il disarmo, continuano nella loro attività a sostegno non solo dell’import/export di materiale bellico, ma anche dell’industria di armamenti nucleari.

L’Ican -che raccoglie oltre 300 organizzazioni pacifiste non governative di 80 paesi del mondo-, grazie al contributo dell’istituto di ricerca economico Profundo, ha infatti contato 298 istituzioni finanziarie pubbliche e private colpevoli di aver investito la bellezza di 314 miliardi di dollari a favore di 27 compagnie ed industrie internazionali coinvolte nel settore delle armi nucleari. Si parla soltanto di quei paesi in cui le banche o gli istituti di credito prendono il posto di agenzie governative, utilizzando i soldi in esse depositati dai clienti per contribuire alla realizzazione o alla rimessa a nuovo di bombe atomiche.

Non sorprende, ovviamente, l’impressionante partecipazione degli Stati Uniti nell’allarmante quadro. La maggior parte delle banche “filonucleari” ha infatti sede nel paese a Stelle e Strisce; si parla di 165 istituti su 298 citati, più della metà. Le prime dieci nella lista nera, inoltre, sono tutte site negli Usa: la State Street (20,4 miliardi di dollari), la Capital Group of Companies (19,5 milardi), la Blackrock (19,3 miliardi), la Vanguard Group (13,7 miliardi), la Bank of America (12,2 miliardi), la JP Morgan Chase (11,9 miliardi), la Evercore Partners (8,6 miliardi), la Citi (8,2 miliardi), Goldman Sachs (6,6 miliardi) e laFidelity Investments (6,2 miliardi). Una situazione incresciosa, peggiorata dalla presenza delle “vicine” banche canadesi (9): calcolandole assieme, si scopre che il Nord America ha versato alle aziende di devestazione 223 miliardi di dollari negli ultimi 4 anni.

Dalla denuncia non si salva neanche l’Europa, con 65 banche coinvolte, per un movimento di oltre 73 miliardi. Nel Vecchio Continente le più impegnate nel supporto agli armamenti -e quindi alla proliferazione di armi di distruzione di massa- sono la francese BNP Paribas, la quale è in rapporti con 20 diverse ditte internazionali, e la tedesca Deutsche Bank, che offre i propri servizi e soldi per dieci aziende produttrici di sistemi nucleari. A seguire si contano la Royal Bank of Scotland (oltre 5,6 miliardi di dollari), HSBC (4 miliardi), Barclays (3,4 miliardi), i gruppi francesi Crédit Agricole (4,5 miliardi), AXA (3,6 miliardi) e Société Générale (3,3 miliardi), la svizzera UBS (3,3 miliardi) e la tedesca Commerzbank (2,4 miliardi). Inutile dire che la maggior parte di questi istituti sono coinvolti anche nell’esportazione di armi, non solo atomiche, e in special modo italiane.

D’altronde, l’Italia non è innocente. Nel rapporto dell’Ican, infatti, svettano anche due istituti nostrani: l’Unicredit e Intesa Sanpaolo. Sparita, rispetto il precedente rapporto, la Finmeccanica, che aveva annunciato, successivamente la pubblcazione, di non essere “coinvolta nella produzione di armi nucleari”. Ricerche degli autori avevano confermato la dichiarazione, scoprendo che, in effetti, i contratti con le ditte di produzione di bombe atomiche stilati dal colosso militare del nostro paese erano scaduti tutti nel 2012. Assieme a Finmeccanica sono svaniti gli altri undici istituti di credito citati, lasciando solo, appunto, Intesa Sanpaolo e Unicredit.

La prima è finita nella lista per aver prestato e finanziato 819 milioni a Bechtel, Boeing, EADS, Fluor, Honeywell International, Northrop Grumman e Thales. Operazioni proseguite per anni, finché, nel dicembre del 2011, l’allora presidente Bazoli non emise un’importante direttiva, nella quale veniva esplicitato “il divieto di porre in essere ogni tipo di attività bancaria connessa alla produzione e al commercio di armi controverse e/o bandite da trattati internazionali e in particolare le armi nucleari, biologiche e chimiche, le bombe a grappolo e a frammentazione, le armi contenenti uranio impoverito e le mine antipersona”.

UniCredit, invece, ha effettuato prestiti a Eads, Honeywell International, Northrop Grumman, Thales e ThyssenKrupp per un valore di 1,43 miliardi di dollari. Questo nonostante una sua dichiarazione di posizione, in cui la direzione della banca affermava di astenersi da finanziamenti atti alla produzione, manutenzione o commercio di “armi controverse o non convenzionali quali le armi nucleari, biologiche e chimiche di distruzione di massa, bombe a grappolo, mine e uranio 238″. Lacune nella policy e mancanza di chiarezza hanno però permesso all’istituto di proseguire nelle operazioni.

Unica consolazione per il Bel Paese, la presenza della Banca Etica, citata nella lista dei “buoni”, essendo tra quelle che perseguono una linea politica in grado di contrastare e prevenire qualsivoglia coinvolgimento nella realizzazioni di armi di distruzione di massa.

Armi, queste, che nonostante la propria chiarissima pericolosità, non sono ancora state bandite dal diritto internazionale, sebbene da anni le organizzazioni pacifiste richiedano segnali chiari in questo senso e prese di posizione non più ambigue. Appelli caduti nel vuoto: le minacce di guerre nucleari continuano a registrarsi, allarmando popoli e nazioni, paventando distruzione e morte. E tutto grazie ai soldi che noi clienti, ma soprattutto cittadini e umani, versiamo, incuranti, nei depositi delle “solite note” banche.

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aderente al ms5 Biella al comitato dell'Acqua pubblica

Pubblicato il ottobre 20, 2013, in attualità, Uncategorized con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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