Archivio mensile:settembre 2013

“Screditare Buscetta per colpire i magistrati”LA CONFESSIONE DI SERGIO DE GREGORIO, NEL 1995 SULLA NAVE VERACRUZ PER “B ECCA R E ” IL PENTITO IN CROCIERA E “SA LVA R E ” ANDREOTTI E BERLUSCONI

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Fatto Quotidiano del 28/09/2013 di Sandro Ruotolo attualità
Speravo di incontrare Sergio De Gregorio. Lo conosco dagli anni Settanta, giovanissi micronistia Napoli. Avevamounami- co in comune, il grande inviato Giuseppe Marrazzo. Poi ci siamo persi di vista, storie diverse. Ma è dal 1995 che avevo un domanda da fargli, da quando l’ex senatore comprato da Silvio Berlusconi, inviato del settimanale Oggi, intervistò e pubblicò le fotografie di Tommaso Buscetta in crociera nel Mediterraneo. “Da chi hai avuto la soffiata?”. Ho sempre pensato che fossero stati i servizi segreti e oggi Sergio De Gregorio lo ammette candidamente: “La ebbi probabilmenteda qualcuno dei servizi di sicurezza dello Stato che non era d’accordo con quel- l’operazione”. 1995. Stava per cominciare il processo Andreotti ed era partita la campagna di delegittimazione dei collaboratori di giustizia. Tommaso Buscetta è il pentito più importante di Cosa Nostra. Dopo la morte di Giovanni Fal- cone aveva fatto il nome di Giulio Andreottie, rileggendoGli Intoccabili di Peter Gomez e Marco Travaglio, mi torna in mente che il 15 luglio 1995 la Procura di Pa- lermo aveva interrogato don Ma- sino per un’inchiesta minore, che prende il nome da una banca pa- lermitana, la Cram. Qualcuno teme che Buscetta racconti qualco- sa anche sul conto di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. “Così in tempo reale scatta quella che i pm del processo Dell’Utri definiranno “la trappola”. Subito dopo l’audizione davanti ai pm siciliani, don Masino parte con la famiglia per una crociera nel Mediterraneo. Viaggia in incognito, con nome e documenti di copertura forniti dalle autorità americane sulla motonave Veracruz. Durante la crociera, viene avvicinato da Sergio De Gregorio. L’ex senatore, all’epoca giornalsta, anticipa al telefono in un’intervista al Corriere della Sera di aver incontrato per il settimanale Oggi Tommaso Buscetta e i Buscetta vengono precipitosa- mente prelevati dai Nocs in alto mare e messi in sicurezza. OGGI quando sul terrazzo di casa sua chiedo a Sergio De Gre- gorio perché il suo contatto dei servizi segreti lo avvisò, circoscrive “la trappola” a un eventuale dissenso negli apparati sul- le modalità di quella vacanza: “Non fu una grande idea mandare i Buscetta su una nave da crociera che faceva scalo a Ca- tania, con 700 passeggeri che potevano essere oggetti di un atten- tato di qualcuno che avesse av- visato i compari di mafia cata- nesi”. E aggiunge: “Guardi, io scoprii che a bordo della nave c’erano dei signori di Marano (paese del napoletano, ndr) che facevano parte della famiglia Si- mioli, che erano stati accusati proprio da Buscetta nell’ambito delle indagini sul clan Nuvoletta”. Non è solo Sergio De Gregorio sulla Veracruz. Porta sua mo- glie e due amici. È più facile così “familizzare”conla famigliaBu- scetta. Sorridendo De Gregorio mi dice di essere riuscito a far cantare don Masino: “O Sarracino eGuapparia”. Al processo Dell’U tri, De Gregorio ricorda, invece, che Buscetta parla delle origini mafiose, del patrimonio di Ber- lusconi e dei rapporti di Dell’Utri con Cosa Nostra. Si scaglia con- tro l’impegno politico del Cavaliere: “Le pare possibile che uno Stato moderno siaffidia unper- sonaggio le cui fortune proven- gono dal riciclaggio della mafia?”. Su Oggi non c’è traccia dei riferimenti a Berlusconi e Dell’U- tri. Nell’intervista che realizzo per Servizio Pubblico l’ex senatore nega che ci fosse uno scontro dentro i servizi segreti tra quelli che volevano difendere Buscetta ei“filoandreottiani”oi“filober – lusconiani”. Racconta che qual- cuno lo avvisò. Chi? “Un anoni- mo. Giuro, ricevetti una telefona- ta anonimadi unsignore chemi disse: guarda che su quella nave c’è Buscetta. Se ci sali a bordo lo trovi. Male che vada, pensai, mi faccio una vacanza”. Ma chi c’era sulla nave a proteggere don Ma- sino? “I servizisegreti israeliani”. Come? “Il Mossad doveva garan- tire la tranquillità della famiglia Buscetta”. E lei come fece a elu- dere la sorveglianza di uno dei più potenti apparati di sicurezza del mondo? “Iofui inseguito da- gli agenti israeliani che ebbero il sentore, tra 700 persone tenute d’occhio, che io stessi realizzando foto e intervista perché stavo sempre con Buscetta. I rullini del- la macchina fotografica li na- scondevo smontando i soffitti delle cabine. Scattai centinaia di foto. Chiamai la redazione del mio giornale e in previsione dello scalo a Rodi feceropartire un fo- tografo al quale consegnai i rul- lini. Due giorni prima di appro- dare a Catania rilasciai l’intervi – sta alCorriere dellaSera. Arrivaro- no i Nocs congli elicotteri e Nic- colò Pollari, che poi, negli anni successivi, ho stimato come ami- co, mi confessò che era stato lui a doversi prendere la responsabi- lità di coordinare quel blitz man- dando le motovedette della Guardia di finanza fuori dalle ac- que territoriali italiane per scor- tare Buscetta e portarlo via”. Non so se quel servizio giornalistico contribuìo menoallacampagna di delegittimazione dei pentiti. Ricordo che quando vidi quelle fotografie pubblicate pensai subito che avrebbero potuto met- tere a repentaglio la vita di Buscetta e dei suoi familiari, anche se erano un po’ mascherati. De Gregorio non si sente responsabile: “Io feci lo scoop, ero un cac- ciatore di scoop”. Qualche tempo dopo, penso che fosse nel 1996, io e Michele Santoro incontrammo a Roma Tommaso Buscetta. Gli chiedemmo come avesse reagito a quell’intervista pubblicata su Oggi. “Il giornalista si presentò come amico. Gli chiesi di aspettare di pubblicarla. Che l’avrei in- contrato un’altra volta”

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COORDINAMENTO (SANTA)DE CHE? LA PITONESSA “CONVOCA” UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE PER IL 4 OTTOBRE PER IL BANANA E LE COLOMBE S’INCAZZANO

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Fonte Dagospia del 27/09/2013 readazione attualità

Banana’s di piazza (e non più di governo?): Daniela Santanchè firma la convocazione della manifestazione “Siamo tutti decaduti” per il prossimo 4 ottobre a Piazza Farnese – Si terrà in concomitanza con la Giunta che dichiarerà decaduto Berlusconi – Ma che titolo ha la Pitonessa per convocare manifestazioni?…

Caccia alla “stampella” Conta al Senato senza Pdl

20130723_51068_fuochi1Da Il Fatto Quotidiano del 28/09/2013. Paola Zanca attualità
IL PD MINACCIA: “LA MAGGIORANZA SI TROVA”. IPOTESI ESECUTIVO DI MINORANZA MA C’È ANCHE CHI RICORDA CHE MONTI HA RETTO GLI AFFARI CORRENTI PER 5 MESI.

Lo spauracchio, nemmeno troppo velato, lo agita un autorevole esponente dei senatori democratici. Dice che una maggioranza, Pdl o no, si deve trovare. E si troverà. Non solo perché il Porcellum passerà solo a dicembre il vaglio della Corte Costituzionale, ma perchè se si torna a votare con la legge firmata da Calderoli, ci si ritrova al punto di partenza: senza vincitori (o peggio ancora con i grillini in testa), condannati alle larghe intese. Così, la caccia al senatore è già aperta. Non deve necessariamente votare la fiducia all’esecutivo di scopo. Può anche semplicemente fare in modo che nasca “un governo di minoranza” . Se ne era discusso a lungo, già ai tempi dell’esploratore Bersani. Poi, Napolitano disse che, di soluzioni rattoppate, non era aria. Ma adesso sono passati sei mesi, tante cose sono cambiate e ci si può persino accontentare.

ACCORDI PREVENTIVI non sono ancora stati siglati, ma basta questa minaccia a mettere il Pdl di fronte alle sue responsabilità: con o senza di voi, si va avanti comunque. Non si tratterebbe, almeno questo è il messaggio che fanno filtrare i più vicini al premier, di un Letta-bis: l’attuale primo ministro non ha intenzione di intestarsi nessun prosieguo. Piuttosto, un esecutivo nato di nuovo sotto l’egida di Giorgio Napolitano, pronto a verificare l’esistenza di nuove “maggioranze”. I numeri con cui costruire la nuova intesa contano già alcune prese di posizione pubbliche. C’è Paolo Naccarato, con la pattuglia di 10 senatori di Gal (Giulio Tremonti, a dire il vero, si tira fuori) che non ha intenzione di seguire i vecchi amici pidiellini e annuncia “tradimenti” illustri (al momento, al Senato, non hanno firmato le dimissioni in bianco Carlo Giovanardi e Gaetano Quagliariello). Ci sono i 4 ex senatori grillini, che tutti danno già per acquisiti, ci sono altrettanti dissidenti M5S che di fronte a un governo finalizzato a cambiare la legge elettorali sarebbero pronti a fare il grande salto. Non hanno gradito che il capogruppo uscente Nicola Morra abbia liquidato come un “bluff” le dimissioni dei Pdl. Scrive Luis Orellana: “Sarà vero o no. È poco importante. È importante invece proporre una soluzione seria e responsabile al Paese e capire chi ci sta”. Ci starebbero i senatori di Sel (sono 7): ieri è stato lo stesso Nichi Vendola a invocare un esecutivo per “cancellare il Porcellum e avviare l’Italia verso la ripresa”. La Lega invece è secca: “Se la scorsa volta ci siamo astenuti, stavolta voteremo contro”, spiega il capogruppo a palazzo Madama Massimo Bitonci. Sa anche lui che le elezioni subito non sono realistiche. Ma sostiene che si può tirare avanti fino a febbraio anche “a Camere sciolte”.

SEMBREREBBE una follia, invece, non è detto che non stia in piedi. Tra le ipotesi che lo stesso entourage lettiano non esclude, c’è quella di una “lunga gestione degli affari correnti”. Tradotto, significa che lunedì o martedì Letta esce sfiduciato dal Parlamento. Napolitano avvia le consultazioni e perde un discreto tempo alla ricerca di nuove soluzioni. Alla fine però, il Quirinale si trova costretto a sciogliere le Camere e a indire nuove elezioni al massimo entro 70 giorni. Il Parlamento può comunque legiferare e addirittura si cita un caso scuola in cui il Presidente potrebbe autorizzare il governo ad emanare un decreto in maniera elettorale. Fantascienza, pura teoria. Eppure c’è chi fa notare che la lunga gestione degli affari correnti ha un precedente molto ravvicinato. Di mezzo ci sono state le elezioni, ma Mario Monti ha sbrigato l’ordinaria amministrazione dal 9 dicembre al 28 aprile: quasi cinque mesi.

.L’Avvocatura Stato-mafia (Marco Travaglio).(Bella Napoli non è indagabile, intercettabile, ascoltabile)

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Fattp Quotidiano del 28/0/2013 del 29/09/2013 attualità
Tenetevi forte perché questa è strepitosa: il presidente della Repubblica non solo non è indagabile, intercettabile, ascoltabile, nemmeno se uccide la moglie o parla con uno che ha ucciso la moglie; non solo non può essere nominato in Parlamento, come disposto dagli appositi Boldrini e Grasso; ma non può neppure testimoniare la verità in un processo, nemmeno se conosce elementi utili a far luce su un delitto. E, già che ci siamo, non può testimoniare nessuno che abbia parlato con Lui anche solo una volta o abbia avuto contatti anche sporadici con Lui, essendo irradiato per contagio dal Suo scudo stellare. A sostenere questa tesi allucinante e allucinogena non è uno squilibrato, un ubriaco o un tossico, ma nientepopodimenoché l’Avvocatura dello Stato: un’istituzione pagata da noi cittadini che rappresenta il governo e la Regione Sicilia come parti civili nel processo dinanzi alla Corte d’assise di Palermo sulla trattativa Stato-mafia. L’altroieri la Procura di Palermo ha ribadito la necessità di sentire come teste Giorgio Napolitano a proposito di quel che gli scrisse il 18 giugno 2012 il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, in una lettera fatta pubblicare dallo stesso capo dello Stato: “Lei sa di ciò che ho scritto anche di recente… episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi di cui ho detto anche ad altri – quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi…”. Siccome D’Ambrosio è morto d’infarto un mese dopo, l’unico depositario vivente (“lei sa”) e sicuro (“ho detto anche ad altri”, ma non si sa chi siano) di quelle terribili confidenze sugli “indicibili accordi” fra Stato e mafia mentre D’Ambrosio nel 1989-’93 lavorava all’Alto commissariato Antimafia e poi al ministero della Giustizia, è Napolitano. Il quale avrebbe dovuto precipitarsi dai pm per dire tutto ciò che sa ancor prima di esserne convocato. Ma, siccome non l’ha fatto, avrebbe dovuto pregare il governo di incaricare l’Avvocatura dello Stato (che rappresenta gli italiani, non lui) di dire subito sì alla sua audizione. Invece il suo vice al Csm, l’ineffabile Vietti, continua a lanciare messaggi obliqui contro chi vuole ascoltarlo. E l’avvocato dello Stato (cioè nostro) Giuseppe Dell’Aira tenta di sostenere che il capo dello Stato, in virtù dei suoi presunti “compiti di coordinamento politico e operativo” non di sa di cosa (né dove stia scritto in Costituzione), godrebbe di “assoluta riservatezza sia per le attività pubbliche che per quelle informali” (ma la Costituzione lo copre solo nell’esercizio delle sue funzioni). Fin qui l’avvocato pubblico riprende l’incredibile sentenza della Consulta che ordinò la distruzione delle telefonate Napolitano-Mancino. Poi però, con un bel salto logico, arriva a sostenere che il Presidente non deve testimoniare sulla lettera di D’Ambrosio (totalmente estranea ai colloqui), e non devono farlo neppure i Pg di Cassazione Esposito e Ciani, né l’ex procuratore antimafia Grasso, né il segretario del Quirinale Marra, in quanto testi “riferiti alla funzione presidenziale”. Eppure i pm non vogliono sentirli sulle telefonate Napolitano-Mancino, ma su quelle Mancino-D’Ambrosio e sulla lettera che Marra inviò al Pg per raccomandare la richiesta di Mancino di convocare Grasso per deviare altrove l’indagine di Palermo. Il quale Grasso – con buona pace del disinformatore Massimo Bordin – fu convocato da Ciani per ordine del Colle, ma respinse quella proposta indecente perché non aveva né potere né motivo per accoglierla. Secondo l’avvocato dello Stato però è vietato financo trascrivere le telefonate D’Ambrosio-Mancino, peraltro già trascritte, perché pure D’Ambrosio sarebbe circonfuso per irradiazione dall’immunità napolitana. Nenti sacciu, nenti vitti, nenti dissi. Massima solidarietà all’Avvocatura della Mafia che, a questo punto, sarà a corto di argomenti.

L’INCENDIO SIRIANO DIVAMPA, ANCHE SE NON SI VEDE

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Fonte lavocedellevoci.it 25 settembre, 2013 Giulietto Chiesa attualità
Si è spento l’incendio siriano?La risposta è no. Per molti motivi che, sommati, dovrebbero indurci a tenere la guardia alta. Riassumiamo ciò che è accaduto in questo convulso mese di settembre, dopo il presunto bombardamento chimico della periferia di Damasco del 21 agosto. Scrivo “presunto”, non perché esso non c’è stato. Esso si è verificato, ma ci sono mille e 400 ragioni circa per dubitare delle sue dimensioni (tanti quanti sono i morti dichiarati dal governo USA e mai verificati da alcuno); della sua localizzazione (incredibilmente in un sobborgo di Damasco, a circa 15 minuti d’auto dal centro, secondo la testimonianza di Gian Micalessin, inviato a Damasco del Giornale); delle sue reali dimensioni; dei suoi autori.Non intendo tornare su quest’ultimo aspetto del problema, se non per ricordare che in primavera la signora Carla Del Ponte, ex procuratore generale del Tribunale Penale Internazionale, ben connessa con l’Amministrazione USA, rivelò pubblicamente, nella sua veste di operatore ONU, che qualcuno aveva fornito armi chimiche ai ribelli. Non venne detto chi aveva fornito quelle armi, né a chi fossero state date esattamente, vista la galassia di formazioni banditesche che compongono o coabitano all’interno del cosiddetto Free Sirian Army. Ma da quel momento furono evidenti e chiare due cose: che si stava preparando una grande “false flag operation” (operazione sotto falsa bandiera) che sarebbe stata utile per una improvvisa escalation della guerra. E che questa notizia era stata fatta trapelare da qualcuno – probabilmente da settori dell’Amministrazione americana – che intendeva ostacolare l’operazione.L’altro aspetto che a me sembra chiaro è che – come bene ha scritto Robert Fisk – non è stato Bashar el-Assad a usare armi chimiche, poiché se avesse avuto queste intenzioni le avrebbe messe in atto contro uno dei centri occupati dai ribelli, a nord. E quando era in difficoltà militari, non quando era all’offensiva. Invece, molto stranamente, il bombardamento è stato fatto su Damasco. Cosa più incongruente di questa era impossibile immaginare. Come ricordò Micalessin, in diretta su Radio 24-Il sole 24 ore, citando un comandante militare governativo sul luogo, se il vento avesse improvvisamente cambiato direzione, la stessa capitale sarebbe stata gassata. Attribuire a Bashar un tale autolesionismo è acrobazia logica alla quale possono credere solo Giovanna Botteri e tutti i maggiori commentatori italiani, che – come al solito senza né verificare, né ragionare – si sono affrettati a sposare la tesi del “dittatore assassino”, colpevole senza alcun dubbio e riserva di avere gasificato i suoi sudditi. Un fantastico coro di servi, già tutti pronti ad applaudire il volo dei missili Tomahawk americani.Avevamo e abbiamo (ci sono numerosi documenti e testimonianze a confermarlo, naturalmente sul web e non nel mainstream) ogni buona ragione per condividere l’opinione che Vladimir Putin ha espresso lo scorso 19 settembre: «È stata una provocazione, certamente una provocazione malvagia e ingegnosa». La Russia ha sicuramente informazioni molto precise e addizionali: gli esecutori hanno fatto uso di una tecnologia “primitiva”, consistente – ha aggiunto Putin – di vecchie armi dei tempi sovietici che non sono più neppure in dotazione dell’esercito regolare siriano. Notizie analoghe erano emerse da giornali britannici fin dallo scorso gennaio e Megachip le aveva riprese nel pieno della polemica settembrina.Putin reagiva duramente al rapporto, fintamente salomonico, degl’ispettori dell’ONU, affermando che la Russia aveva forti argomenti per ritenere che i responsabili dell’attacco chimico fossero i ribelli antigovernativi. E qui veniamo ai giorni nostri e ai prevedibili sviluppi. La mossa di Putin per fermare l’operazione militare è equivalsa, scacchisticamente parlando, a una mossa del cavallo: accusate Assad di usare armi chimiche? Bene, io l’ho convinto a consegnarle tutte. Dopo il no del parlamento britannico, e il grido di Papa Francesco (“attenti che corriamo il rischio della terza guerra mondiale”), questo ha costretto Obama a fermare la macchina.Passando dagli scacchi al calcio, il punteggio del match Putin-Obama è stato 10 a 0. Ma era solo il primo tempo. E, ai bordi del campo americano non c’è solo il trainer Obama. C’è l’Iran e c’è, per esempio, Netanyhau. Il presidente Rohanivede la frenata di Washington e dichiara che l’Iran non intende fare la bomba atomica, che lui vorrebbe incontrare Obama, e manda gli auguri agli ebrei per una loro festa religiosa. Netanyhau replica che Rohani è un lupo travestito da agnello. Tutto piuttosto chiaro. Israele continua la propria guerra “sottotraccia”. Protetto, in questo, dal silenzio dei media occidentali. Bombardò la Siria nel gennaio di quest’anno, colpendo un convoglio che avrebbe trasportato missili SA-17 terra-aria di fabbricazione russa; bombardò di nuovo in maggio, per due giorni, colpendo rifornimenti militari in provenienza dall’Iran (missili terra-terra Fateh 110); bombardò ancora il 5 luglio colpendo un deposito di razzi a Latakia. Un comportamento, come si vede, molto pacifico e rispettoso delle regole internazionali. Se la Siria avesse fatto un centesimo di atti analoghi avreste sentito non solo le grida di tutti i giornali occidentali, ma il rombo dei bombardieri della NATO.Che succede ora? Che l’attacco aereo-missilistico americano-israeliano-inglese-francese-turco è rimandato a data da destinarsi, in attesa che si smorzino i dissensi in Europa, e che la voce di Papa Francesco sia dimenticata. Ma la guerra è in via d’intensificazione. Il ponte aereo che rifornisce i mercenari è in pieno rilancio. Riprende cioè la tattica precedente: mettere in ginocchio la società siriana, la sua economia, le sue possibilità di difesa. Si vuole provocare il collasso economico e sociale interno, con l’obiettivo di costringere Bashar alla fuga, o di far scoppiare un colpo di stato, o di ucciderlo.Le cifre parlano di un vero e proprio tracollo economico di Damasco. In due anni di guerra alimentata dall’esterno (non è una guerra civile, ma una vera e propria aggressione) la disoccupazione è quintuplicata. In un paese di 20 milioni di abitanti i disoccupati sono oltre 2,5 milioni. Il resto lavora quando può. La sterlina siriana è crollata a un sesto del suo valore pre-guerra. Si calcola che le distruzioni di edifici pubblici, ospedali, infrastrutture superino i 15 miliardi di dollari. Il prodotto interno lordo del paese è circa un terzo di quello che era due anni fa: fabbriche distrutte a centinaia, un’agricoltura rasa a zero, i pozzi petroliferi fuori uso e molti in mano ai ribelli, le riserve di valute estere passate da 18 miliardi di dollari a 4 miliardi. Mancano medicinali quasi dovunque. Unici paesi che forzano il blocco dei rifornimenti sono la Cina, l’Iran e la Russia, ma i percorsi sono tutti sotto minaccia.In queste condizioni la sopravvivenza del regime è oltremodo precaria. È quasi miracoloso che Bashar Assad sia ancora vivo, se si tiene conto che gli jihadisti, insieme ai servizi segreti dei nemici esterni, mettono bombe perfino nella capitale e sicuramente hanno squadre di commando pronte a colpire al minimo varco lasciato aperto. È scontato che i suoi movimenti, le sue comunicazioni, la sua catena di comando, sono tutti sotto permanente controllo da parte dei satelliti americani. Se resiste è perché continua a mantenere non solo l’appoggio della minoranza alauita, ma perché ha ancora un vasto consenso popolare, sia dei cristiani delle varie confessioni, sia di una parte della maggioritaria popolazione sunnita. Ma chiunque capisce che, con il peggiorare delle condizioni di vita della gente, il consenso finirà per essere eroso.E in questo contesto che avverrà la lunga e impossibile trattativa sugli arsenali chimici della Siria. Impossibile perché non li si potrà smantellare, né trasferire in breve tempo. Entrambe le cose si possono fare in pace, non in guerra. Si negozierà a lungo, senza risultati. Ma non ci sarà tregua.Resta l’evidenza dei fatti: la strategia del logoramento “lento”, che era stata formulata in precedenza, è stata abbandonata da Obama all’inizio dell’estate. Qualcuno ha deciso l’accelerazione verso l’escalation. Perché? Con ogni evidenza Washington, Riyadh, il Qatar, hanno fretta. Cosa li preoccupa e li stringe da vicino?Forse un imminente aggravarsi della crisi finanziaria internazionale, che suggerisce di “bruciare i libri mastri” in un grande falò il più presto possibile?Impossibile sapere con precisione. Salvo una cosa: Israele ha già tracciato la sua “linea rossa” nei confronti dell’Iran. Le aperture di Rohani non la sposteranno. Tutti gli altri seguono, compreso Obama.Dunque, se le cose stanno così, e visto che ora non si può bombardare Damasco perché il mondo sarebbe contrario, allora aspettiamoci grandi novità sul piano militare, sul terreno dove Obama non vuole mettere piede. O, forse, da qualche altra parte, in Europa per esempio. Giulietto ChiesaFonte: http://megachip.globalist.itLink: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=86984&typeb=0&L%27incendio-siriano-divampa-anche-se-non-si-vede CLICCA PER ACCEDERE AL SITO DE LA VOCE DELLE VOCI: http://www.lavocedellevoci.it – See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2013/09/25/lincendio-siriano-divampa-anche-se-non-si-vede/#sthash.pqN9HvRj.dpuf

Equitalia indagata per usura. Codacons dà il via alla class action

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Il Codacons ha annunciato di costituirsi parte civile nel procedimento che vede alla sbarra Equitalia per usura
articolotre Redazione– -27 settembre 2013- A seguito delle perquisizioni attuate presso le sedi di Equitalia a Roma, Tivoli, Latina, Napoli e Venezia, con l’ipotesi di corruzione, la Procura della Capitale ha deciso di porre nuovamente l’agenzia di riscossione nel mirino dei propri inquirenti.

Tutto è nato dalla scelta di Codacons, l’agenzia dei consumatori, di costituirsi parte civile nel procedimento per usura aperto dalla Procura nei confronti di Equitalia. Il fine è quello di valutare e rappresentare un’azione legale di massa, una class action dunque, da parte dei contribuenti italiani.

“Da anni”, ha spiegato il Codacons, “denunciamo interessi altissimi sui debiti e balzelli vari, che fanno lievitare gli importi richiesti da Equitalia attraverso le cartelle esattoriali. Spesso, a fronte di un debito non pagato di pochi euro, come ad esempio l’importo di una multa stradale, i cittadini si vedono richiedere centinaia di euro, con ricarichi astronomici rispetto alla somma dovuta inizialmente.”
“Finalmente”, ha proseguito l’associazione, “la magistratura ha deciso di fare chiarezza sui tassi applicati dall’ente incaricato della riscossione dei tributi”.

“Ci auguriamo che l`inchiesta della magistratura evidenzi la piena correttezza dell’operato di Equitalia”, ha dunque concluso. “Ma se così non fosse, avvieremo una costituzione di massa da parte dei cittadini, per consentire loro di chiedere il giusto risarcimento danni.”

Aiuto, lo arrestano E le Olgettine ancora a libro paga

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Fatto Quotidiano 27/09/2013 di Gianno Barbaceto attualità

I FEDELISSIMI PAVENTANO DA GIORNI LE MANETTE, IL CAIMANO
SCALCIA: “LA SINISTRA SARÀ CONTENTA, ANDRÒ IN GALERA

Le Olgettine sono state il suo scudo protettivo, ma ora sono il pericolo più grosso. Silvio Berlusconi nel proces- so Ruby è stato difeso a spada tratta dalle ragazze delle notti di Arcore (prima dell’avvento di Francesca Pascale e Dudù). Ora però queste si stanno trasformando nella trappola che potrebbe addirittura portare al suo arresto: almeno secondo quello che scrivono i suoi giornali, che da giorni lanciano l’al – larme, rimbalzando le preoccu- pazioni che attribuiscono direttamente al capo. “È convinto che la Procura di Milano abbia già nel cassetto un mandato di arresto per il processo Ruby”, scrive il Giornale domenica 22 settembre. Gli fa eco il Foglio, che mercoledì 25 scrive del “non lontano spettro d’un provvedimento restrittivo che, sussurrano i suoi avvocati, po- trebbe arrivare dalla Procura di Milano, e ancor prima che la Giunta per le elezioni sia chiamata a votare la sua espulsione dal Senato”. Bis del Foglio il giorno successivo, con un titolo in prima pagina: “Aria di arre- sto per Berlusconi”. A sentire direttamente l’avvocato Niccolò Ghedini, le cose non stanno così: “Intanto noi non sussurriamo: parlo per me, per il mio collega Piero Longo e per il professor Franco Coppi. Per il resto non so: sa, di avvo- cati il presidente ne ha tanti…”. Certo, la Procura di Milano si è molto occupatadi Berlusconie sta continuando a occuparsene. Le vicende ancora aperte si chiamano Ruby 3, ma anche Mediatrade. Questo è il nome che è stato dato al processo sulla compravendita a prezzi gonfiati dei diritti tv che prosegue, per gli anni successivi al 2003, il processo Mediaset, nel quale è già arrivata la prima condanna definitiva per frode fiscale. PROCESSO noiosetto, quello Mediatrade, da cui Berlusconi è uscito prosciolto già in udienza preliminare. Ora sono arrivati, dopo sette anni di paziente at- tesa, i documenti provenienti da Hong Kong, le carte della ro- gatoria che l’ex senatore Sergio De Gregorio dice di aver a lungo bloccato, per fare un favore al capo, che ci avrebbe messo del suo incontrando l’ambasciatore cinese a Roma. Quando le mi- gliaia di pagine di quei documenti saranno lette e analizzate, potranno al massimo portare a riconsiderare la posizione di Berlusconi, che – in astratto – potrebbe rientrare come imputato nel processo. Ma da qui a un arresto la strada è lunga. Anche fosse poi provato che l’ex presidente del Consi- glio si è dato da fare, insieme a De Gregorio, per bloccare la ro- gatoria e inquinare le indagini, sarebbe difficile convincere un giudice che esistono oggi esigenze di custodia cautelare per una vicenda che si è svolta nel 2006-2007. In ogni caso, Mila- no sta procedendo per il reato di frode fiscale. Per eventuali cor- ruzioni o interventi illegittimi sulle indagini all’estero sarebbe competente la procura di Ro- ma. Più delicato il capitolo Ruby. Il processo di primo grado si è concluso con la condanna a sette anni per Berlusconi, rite- nuto colpevole di concussione e prostituzione minorile. Ma insieme alla condanna, le tre giu- dici hanno chiesto alla procura di procedere (ecco il Ruby 3) a carico di una lunga serie di te- stimoni che avrebbero detto il falso. Tra questi, molte ragazze (Eleonora e Concetta De Vivo, Marysthell Polanco, Raissa Skorkina, Roberta Bonasia, Mi- chelle Coincecao, Barbara Fag- gioli, Lisney Barizonte, Joana Visan, Cinzia Molena, Marian- na Ferrara, Manuela Ferrara, Miriam Loddo, Joana Armin- ghioali, Francesca Cipriani). Sono venute in aula a dire sotto giuramento che le feste di Ar- core erano solo cene eleganti. Ma hanno anche ammesso di aver ricevuto regali, auto, case e una paghetta di 2.500 euro al mese che continuano a incassa- re ancora adesso. UN IMPUTATO che pagai testi- moni viene di norma messo a sua volta sotto indagine: ecco dunque dove potrebbe scattare una nuova imputazione per Berlusconi. E, in astratto, addi- rittura un provvedimento di cu- stodia cautelare: per il rischio d’inquinamento delle prove (e che cosa inquina più di un im- putato che spinge i testimoni a mentire?); e per il pericolo di reiterazione del reato (i paga- menti alle ragazze continuano). Da qui nascono le preoccupa- zioni di Berlusconi. “Mi arreste- ranno, la sinistra vuole che vada in galera”, riportava ieri il Corriere della Sera. In realtà il Pd sembra più preoccupato per la tenuta del governo. Quanto ai magistrati, il procuratore di Mi- lano Edmondo Bruti Liberati ha più volte dimostrato di conside- rare la custodia cautelare in carcere come l’ultima delle strade da percorrere, dopo che siano esaurite tutte le alternative. Nel caso che ha coinvolto il diretto- re del Giornale Alessandro Sallusti, che avrebbe dovuto essere arrestato ed entrare in cella do- po un’ennesima condanna per diffamazione, Bruti non ha esi- tato a mettersi contro gran parte dei suoi sostituti e l’intera sezio- ne della procura che si occupa di esecuzione della pena: ha impo-
sto una nuova interpretazione delle norme, con gli arresti do- miciliari anche per chi (come Sallusti) non li aveva richiesti. Difficile che questa linea della procura di Milano sia ribaltata per un imputato-condannato rilevante e politicamente deli- cato come Berlusconi. Ma quel- lo che a lui serve, in queste set- timane,è tenerealtoil livellodi adrenalina nel dibattito politi- co, per tentare di non essere escluso dal Senato. Perché arre- stato forse no, ma, una volta perso lo scudo parlamentare, potrà essere interrogato, perquisito, intercettato… Troppo rischioso, per chi già oggi è coinvolto in molte indagini e domani chissà. E se poi qualche Olgettina dovesse tradire?

L’editoriale di Marco travaglio – Servizio pubblico del 26/09/2013.

Pentito De Gregorio: è l’incubo notturno di Berlusconi

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Da Il Fatto Quotidiano del 27/09/2013.Antonio Massari Attualità

L’EX SENATORE HA GIÀ AMMESSO DI AVER GESTITO LA COMPRAVENDITA DI PARLAMENTARI PER FAR CADERE PRODI.

È da settimane che Silvio Berlusconi agita il fantasma del suo arresto. Un fantasma che viaggia in coppia con un altro spettro: la decadenza dal ruolo parlamentare che ricopre. Senza immunità, infatti, queste fantomatiche manette potrebbero scattare più facilmente. Alle voci ha già risposto esattamente un mese fa, il procuratore capo di Napoli Giovanni Colangelo parlando di “notizie prive di qualsiasi fondamento”: “Non c’è alcuna misura di custodia cautelare nei cassetti e – per rispetto della legge – non potrebbe esserci”. Lasciando le voci di arresto al loro rango, quello delle ipotesi, restano i fatti della cronaca giudiziaria che, da soli, giustificano l’idea di un autunno caldo per il Cavaliere, nelle aule giudiziarie napoletane.

La prima data da tenere a memoria è quella del 23 ottobre, giorno d’udienza per il procedimento sulla compravendita dei senatori che, nel 2007, portarono alla caduta del governo Prodi. Berlusconi è accusato – i pm sono Vincenzo Piscitelli, Henry John Woodcock, Alessandro Milita e Fabrizio Vanorio – di corruzione, in concorso con Valter Lavitola, per aver pagato 3 milioni di euro a Sergio De Gregorio, leader di “Italiani nel mondo”, che aveva il compito di traghettare i transfughi del centrosinistra nelle file del-l’opposizione per far cadere il governo Prodi. E De Gregorio – da quando ha ammesso le sue responsabilità, chiedendo il patteggiamento – è diventato il principale accusatore di Berlusconi anche per altre vicende giudiziarie, a partire dalla questione rogatorie con Hong Kong nel procedimento Mediaset. Pochi giorni fa è stato lo stesso Valter Lavitola a insinuare nuovi dubbi, dichiarando che Berlusconi rischia – a suo dire – un’incriminazione per corruzione internazionale, per le vicende panamensi legate a Finmeccanica, nelle quali il Cavaliere potrebbe essere indagato addirittura per associazione per delinquere, proprio con Lavitola.

Lavitola mette al centro della sua ipotesi la costruzione di un ospedale per bambini, a Panama, legato alla chiusura di un appalto per la costruzione di una metropolitana. L’unico fatto certo è che negli atti d’indagine, il nome di Berlusconi, viene fuori più volte, ma anche in questo caso non v’è traccia di iscrizioni nel registro degli indagati. C’è poi un terzo filone d’inchiesta che lambisce il Cavaliere e, anche in questo caso, il suo vecchio amico Valter Lavitola. E anche questa preoccupa il fondatore di Forza Italia che però non risulta indagato, esattamente come Lavitola, ma vede accusato il direttore del settimanale di famiglia, Panorama, per rivelazione del segreto d’ufficio è corruzione.

UN’INCHIESTA che, come le altre due, è condotta dai Vincenzo Piscitelli ed Henry John Woodcock. La storia risale al-l’estate di due anni fa, quando Panorama, diretto da Giorgio Mulè, pubblicò uno scoop sensazionale: la Procura di Napoli intendeva arrestare Valter Lavitola e Gianpi Tarantini. Ma secondo l’accusa non si trattò di una normale fuga di notizie, perché l’atto non era stato ancora firmato dalla gip, Amalia Primavera e, dalla ricostruzione degli investigatori, si scopre che fu un cancelliere, compiendo un reato, a estrarre il documento dal computer dell’ufficio.

Fin qui, la cronaca giudiziaria, ma ad agitare gli incubi del Cavaliere c’è una serie di quesiti dettati dal buon senso: quella pubblicazione, al di là del suo aspetto giornalistico, può aver agevolato la fuga e la conseguente latitanza di Lavitola? Il faccendiere era infatti già al-l’estero quando lo scoop fu pubblicato, e all’estero rimase per parecchi mesi successivi. E ancora: il direttore e il giornalista, prima di pubblicare lo scoop, avvisarono il loro editore oppure no?

IN ALTRE parole, Berlusconi sapeva, prima della pubblicazione, della richiesta di arresto per il suo vecchio amico Lavitola? Sono domande dettate dalla logica, delle quali Berlusconi conosce la risposta, così come conosce la verità sui suoi rapporti con Valter Lavitola, Sergio De Gregorio e Gianpi Tarantini. Dei tre, l’unico ad avergli voltato le spalle è De Gregorio. E il caldo autunno napoletano s’inaugura il 23 ottobre, con l’udienza sulla compravendita dei senatori, che potrebbe aprire un nuovo processo per Berlusconi. Il patteggiamento richiesto da De Gregorio è un primo, importante risultato ottenuto dall’accusa. Ma nell’attesa, Berlusconi già agita lo spettro dell’arresto.

È la stampa, Eminenza (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 27/09/2013. Marco Travaglio attualità

Se non fosse che rischia di diventare uno stalker, con tutte quelle telefonate in giro, bisognerebbe difendere papa Francesco dallo stalking dei grandi giornalisti. Da quando ha risposto a Scalfari con un bignamino del vecchio catechismo, che il destinatario da buon neofita ha scambiato per una rivelazione rivoluzionaria, non solo il Papa, ma qualunque sottana di cardinale, arcivescovo, vescovo, monsignore, prete di città e parroco di campagna viene inseguita da molesti direttori di giornaloni, preferibilmente atei o indifferenti al tema, che s’improvvisano grandi esperti in teologia, mariologia, liturgia, escatologia nella speranza di vedersi recapitare dal postino, se non una lettera, almeno un telegramma o un pizzino. L’altroieri erano tutti riuniti con le mani giunte al tempio di Adriano a Roma, su invito del cardinal Ravasi, insigne biblista, trombato eccellente all’ultimo conclave ma popolarissimo su twitter. Formazione: Roberto Napoletano del Sòla 24 Ore, Mario Calabresi de La Stampa, Ferruccio de Bortoli del Corriere , Emilio Carelli di Sky, Virman Cusenza del Messaggero e, per Repubblica , Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari (la Santissima Duità, secondo il nuovo modello vaticano con Papa ed ex Papa). Ravasi, sempre molto cool, ha spiegato che Gesù era un twittatore perfetto: scandiva frasi di 140 caratteri o anche meno ed era anche un ottimo sceneggiatore (solo che le fiction le chiamava parabole). Ma il cardinale Scalfari, abituato ad abbattere ogni domenica i lettori con encicliche di mezzo milione di caratteri spazi esclusi, non raccoglie. E ricorda quando faceva “gli esercizi spirituali”, probabilmente nel casinò di cui era croupier da giovane. Poi aggiunge: “Devo molto ai gesuiti, ma sono innamorato dei francescani”. Specie dopo aver venduto la sua quota di Repubblica-Espresso a De Benedetti per una novantina di miliardi di lire. L’arcivescovo Calabresi – informa il Corriere – “non crede nelle verità assolute dell’informazione e invita a rispettare competenze ed esperienze”, anche perché “Fides e Ratio convivono nella persona e si bilanciano nella centralità della coscienza”. Sua Eminenza de Bortoli, dal canto suo, “si interroga sulla libertà”, e ne ha ben donde con gli editori che si ritrova. Poi rivela che “essere buoni giornalisti significa non pensare mai di essere depositari della verità”: il che spiega, fra l’altro, la presenza sul Corriere di Piero Ostellino. Per monsignor Mauro – riferisce ancora il Corriere – “il giornale, questa cattedrale di carta, resiste perché aiuta la ricerca di senso: oggi le notizie sono delle commodity, ma il giornale è un’altra cosa, non un semplice contenitore: deve far capire quello che è accaduto”. Ma attenzione, è il momento del teologo Napoletano, che non delude mai le attese: non si sa bene cosa c’entri, ma afferma che “lo spreco sovente non è denunciato dai comunicatori nella giusta maniera e ci si accanisce contro questioni marginali”. Insomma, ci vorrebbe un giornale, ad averlo. Fermo restando che – salmodia il Napoletano – “la ragione allarga il suo orizzonte con la fede, perché la fede ti sorprende, ha lo sguardo sull’abisso”. C’è dunque un che di religioso, di mistico, nell’abisso dei conti del suo giornale. Il caltagirologo Cusenza è tacitiano: “Francesco ci obbliga a una semplificazione del linguaggio: anche il giornalista deve andare alle ‘periferie’ culturali”, sperando che non si spinga anche nelle periferie di Roma e non veda gli obbrobri dei palazzinari editori. In compenso “anche le inchieste sullo Ior vanno a favore della Chiesa e incentivano l’azione di rinnovamento” (perché beninteso il Vaticano, senza le inchieste, non avrebbe saputo nulla di quanto accadeva allo Ior). Secondo Repubblica , è stato “un dibattito vivace”, e figuriamoci come sarebbe venuto se fosse stato noioso. Non è dato sapere se gli illustri porporati a mezzo stampa abbiano sciolto l’ultimo mistero doloroso: perché, negli ultimi cinque anni, i giornali hanno perso un milione di lettori. Una prece.

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