Caso Scarantino. Le responsabilità della magistratura

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articolotre G.C.- -23 settembre 2013-attualità Pedina in mano alle istituzioni, folle disperato o furbo depistatore?
Probabilmente la verità su Vincenzo Scarantino non si saprà mai. Quel che è certo è che il ritrovamento dell’intervista rilasciata nel ’95 a Studio Aperto, in cui il pentito raccontava di aver mentito in tutto e per tutto in merito alla Strage di Via D’Amelio, ha riaperto una voragine di dubbi e misteri riguardo l’eccidio.

Uomo chiave, per anni, del processo su una delle stragi più cruente degli ultimi anni, Scarantino, in realtà, altri non era che un criminale di basso lignaggio, appartenente al massimo, se mai lo fu, alla manovalanza di Cosa Nostra. Non certo “l’uomo d’onore riservato” che s’era definito durante un interrogatorio coi pm, nel lontano 1994. Tantomeno, figurò mai tra gli esecutori della strage di via D’Amelio, un evento troppo grosso per poter essere ideato da un balordo di periferia, dedito per lo più a piccoli furti e allo spaccio. Le sue stesse frequentazioni con trans e omosessuali avrebbe dovuto far comprendere alla magistratura, come il suo profilo da mafioso fosse, quantomeno, anomalo. Eppure, nonostante le evidenze, per quasi vent’anni, fino all’arrivo sulla scena di Gaspare Spatuzza, Scarantino rappresentò il fulcro delle indagini, una sorta di oracolo da cui tutti attingevano verità né solide né credibili, eppure incrollabili.

Protagonista del più grande depistaggio mai verificatosi, Scarantino, però, appare quasi, a conti fatti, una vittima di un sistema ben più ampio: un povero disgraziato dal passato criminale di poco conto, ma utile per sotterrare la verità su quell’attentato che uccise Borsellino. Insabbiare quanto di marcio c’era nelle istituzioni, le quali utilizzarono un capro espiatorio neanche perfetto, ma “impostato” per diventare, di fatto, il nuovo Buscetta. Da chi è ancora in fase d’accertamento, ma è impossibile non riconoscere nomi importanti, nella vicenda che lo riguarda. Primo fra tutti, Arnaldo La Barbera, l’uomo che “gestì” e “impostò” Scarantino, attraverso torture, ricatti e vessazioni, attuate assieme ai suoi collaboratori, ora indagati, Mario Bo, Salvatore La Barbera e Vincenzo Ricciardi. Impossibile, altresì, non riconoscere come questa dinamica sia conosciuta: far ricadere la colpa, tutta, su di un morto, che non può più parlare.

Eppure, La Barbera non poteva agire da solo. Pur supponendo che sia stato egli il regista del grande depistaggio, come Scarantino da anni denuncia, bisogna tenere a mente che le sue indagini, come da norma, erano coordinate dalla Procura, quella di Caltanissetta, nello specifico, il cui capo era, ai tempi, Giovanni Tinebra, affiancato dai suoi sostituti Paolo Giordano, Ilda Boccassini, Fausto Cardella e Carmelo Petralia. Possibile, dunque, che nessuno di loro ebbe mai modo di dubitare dell’attendibilità di Scarantino? Che nessuno abbia mai sollevato obiezioni, di fronte quel balordo che trascorreva il proprio tempo a cambiare le versioni della storia del furto della 126 riempita di tritolo, ritrattare, confermare, smentire, dimenticare?
Qualcuno, in realtà, c’è stato. E fu proprio colei che, per prima, ne raccolse le testimonianze, Ilda Boccassini. Ma procediamo con ordine.

Scarantino precipitò nella vicenda di via D’Amelio dopo che, nei pressi del luogo dell’esplosione, venne rinvenuto il motore di una Fiat 126, intestata a Maria D’Aguanno, rubata e denunciata il 10 luglio del ’92 da Pietrina Valenti. Non solo. Sul luogo della strage, infatti, venne anche rinvenuta anche la targa di un’altra Fiat 126, intestata ad Anna Maria Sferrazza. Anche in questo caso venne sporta denuncia per furto, stavolta il 20 luglio: la vettura, che si trovava presso la carrozzeria di Giuseppe Onofrio, era stata privata di documenti e, appunto, targa.

Per far luce sulla questione, gli inquirenti intercettarono le utenze telefoniche della signora Valenti e di suo marito, Simone Furnari. Da esse si scoprì come i fratelli della donna, Luciano e Roberto Valenti, e Simone Candura, fossero colpevoli di un episodio di violenza carnale. Gli ispettori, dunque, convocarono quest’ultimo in merito allo stupro e, fin da subito, riconobbero in lui un’agitazione che li portò a ritenere potesse esser coinvolto nella strage di via D’Amelio.
Tanto più che, poco tempo dopo, Candura spiegò di aver rubato lui la 126 utilizzata come autobomba, su ordine di Scarantino, criminale della Guadagna, cognato del mafioso Salvatore Profeta. Candura ebbe a confessare, anni più tardi: “La Barbera mi diceva: ‘tu devi sostenere sempre questa tesi, non ti creare problemi. Ti prometto che ti farò dare un aiuto dallo Stato, 200 milioni, ti faccio aprire un’attività, ti faccio sistemare per tutta la vita’”.

Intanto, Scarantino venne arrestato. Era il settembre del ’92: su di lui pendevano, tra le altre, le accuse di strage e furto aggravato. Nel ’93, poi, fu condannato a nove anni di carcere per detenzione di droga. Fu condotto in prigione, a Pianosa, e lì cominciò la sua trasformazione da criminaluncolo a super testimone. Sempre sotto la regia di La Barbera.

La Pianosa raccontata da Scarantino è un inferno. Qui, secondo le sue successive dichiarazioni, il non ancora pentito, veniva sottoposto a qualsiasi genere di umiliazione ed angheria, con l’unico intento di farlo collaborare, raccontare di essere stato lui a ideare la strage di via D’Amelio. Gli vengono promessi soldi, un futuro pulito in cambio di un suo finto pentimento. Quando le promesse non bastano, si passa al calpestamento della dignità: “Mi facevano urinare sangue”, “mi mettevano i vermi nel cibo”, “mi pisciavano nel pranzo”. Scarantino tentò due volte il suicidio; intanto, nel gennaio del ’94, la Procura di Caltanissetta, richiese il suo rinvio a giudizio, assieme a quello per Salvatore Profeta, Pietro Scotto e Giuseppe Orofino. Secondo i magistrati, infatti, Profeta, vice capo della famiglia di Santa Maria di Gesù, sarebbestato il coordinatore della strage di via D’Amelio, Scotto avrebbe allestito una sala d’ascolto nei pressi della casa della madre di Borsellino, permettendo così di ascoltare le comunicazioni tra il giudice e la donna e consentendo, di fatto, di sapere quando il magistrato si sarebbe recato in visita, Scarantino avrebbe fatto rubare la 126, mentre Orofino l’avrebbe custodita. Una ricostruzione che parve reggere, e che trovò conferma nelle dichiarazioni di un altro pentito in mano a La Barbera, Andriotta. Anche lui, successivamente, spiegò di essere stato sottoposto a torture per convincerlo ad accusare il criminale: “Mi fecero una perquisizione, intorno alle tre e mezza del mattino. Mi hanno fatto uscire nudo all’aria. Qualcuno mi ha messo un cappio e diceva: tu devi collaborare. Ma io non ho niente da collaborare, dicevo.”

Alla fine, nel giugno del 1994, Scarantino divenne il super pentito che tutti conoscono. Una decisione, quella di collaborare con la giustizia, che suscitò immediatamente qualche dubbio. Ma fu Tinebra, il 23 luglio dello stesso anno, a mettere a tacere le polemiche, precisando che “Scarantino non ha subito nessun tipo di violenza o di imposizione”, ma anzi, “si è autonomamente deciso a collaborare e ciò ha fatto in maniera che ci ha pienamente convinti”. Tanto da portare all’emissione di 16 nuovi ordini di custodia cautelare per la strage di via D’Amelio. Non importa che, fin nel primo verbale del pentito, si trovassero annotazioni a margine, stilate dal poliziotto incaricato della sua tutela, il quale spiegò di aver scritto sotto dettatura dello Scarantino stesso, ma che appaiono ora, alla luce di tutto, come “suggerimenti” e “indicazioni” di ciò che il pentito avrebbe dovuto dire. Questi verbali, pieni di segnalibri e appunti, furono al centro anche di un’interpellanza presentata nel ’99 dal senatore Pietro Mili, che richiedeva di attestarne l’attendibilità.

Ad agosto, invece, parlò Petralia, che evidenziò, riguardo il pentimento: “E’ una decisione che è andata maturando… di tanto in tanto tramite canali assolutamente legittimi ed istituzionali Scarantino chiedeva, per esempio, di essere interrogato dai magistrati della procura di Caltanissetta. Grazie all’uso dell’istituto del colloquio investigativo.” “Scarantino”, inoltre, “ha avuto un contatto con un ufficiale di polizia giudiziaria, Arnaldo La Barbera, ed ha potuto probabilmente maturare in modo più sereno il suo proposito di collaborare con la giustizia.”

Scarantino iniziò a fare i nomi: suggeriti, probabilmente proprio da La Barbera. Persino quello di Berlusconi, venne fatto. A raccogliere la testimonianza in cui si nominava il Cavaliere fu proprio la Boccassini. Secondo il falso pentito, infatti, Berlusconi conosceva boss del tenore di Luciano Liggio e faceva avere 50 milioni all’anno alla famiglia di Santa Maria di Gesù. Ovviamente, queste deposizioni vennero considerate fin da subito non credibili e il 20 ottobre, il magistrato, giunta alla fine del suo incarico, lasciò una nota in cui specifica come ritenesse inattendibile il collaboratore di giustizia, sia al riguardo del futuro premier, sia riguardo le ricostruzioni in merito la strage di via D’Amelio.

D’altronde, gran parte di quelle testimonianze non concordavano affatto con quelle di altri due pentiti di rango: Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera. Scarantino, infatti, li aveva citati: aveva reso noto come fossero presenti durante la riunione, indetta da Riina, in cui si sarebbe organizzato l’omicidio di Borsellino. I due pentiti, che pure s’erano già assunti le proprie responsabilità nell’ambito della strage di Capaci, negarono questo frangente e forse fu ciò, più di tutto, a far dubitare la Boccasini. O forse fu l’improvvisa ritrattazione sul furto della 126: un dietrofront inspiegabile, da colui che s’era dapprima addossato tutta la responsabilità al riguardo.

I dubbi di Ilda “la rossa”, però, caddero nel vuoto e, fino all’estate del 1995, nessuno, ufficialmente, mise più in dubbio le dichiarazioni rese da Scarantino. Anzi, il 24 maggio dello stesso anno, il pentito comparve in tribunale, durante il processo in corso a Caltanissetta. Qui dichiarò: “Mi sono pentito un mese e mezzo dopo essere stato arrestato, nel settembre ’92, ma ho cominciato a collaborare solo nel giugno ’94. Avevo paura delle minacce di Profeta, e mi vergognavo anche del fatto che avrei dovuto dire a quei magistrati che avevo ucciso un loro collega.”

“Di tutti gli omicidi che ho fatto quello di Borsellino è stato quello più brutto”, proseguì. “Non sapevo però come fare, ho pure tentato il suicidio in carcere, prima cercando di impiccarmi e poi tagliandomi le vene. Ma dopo un colloquio con mia moglie mi decisi a parlare”.
“Ero il guardaspalle di Salvatore Profeta”, raccontò ancora. “Un giorno, tra la fine di giugno e inizio luglio del ’92, lo accompagnai ad una riunione in una villa ai Chiarelli, a Palermo. Io mi fermai fuori, insieme ad altre sei persone, ma dentro si tenne una riunione”. Non specificò però i nomi dei presenti, pur aggiungendo: “Non sentivamo di cosa si discutesse dentro, ma ad un certo punto parlarono di Borsellino, di Falcone e di esplosivo”.

A luglio del ’95, però, iniziarono a diffondersi le prime voci secondo cui Scarantino volesse far marcia indietro e ritirare il tutto. Il sostituto Petralia smentì celermente, ma i familiari del pentito insistettero con il render noto come l’uomo li avesse chiamati spiegando loro di “voler tornare in cella, di voler parlare con i magistrati per ritrattare le accuse.” E’ lo stesso mese in cui il falso pentito rilasciò la nota intervista a Studio Aperto. Qui rese, per la prima volta, noto di essere stato sottoposto a torture e vessazioni. La polizia, però, intervenne e sequestrò tutte le registrazioni, distruggendole. Inspiegabilmente, l’indomani, Scarantino tornò a vestire i panni del pentito. In merito all’episodio del giorno precedente, spiegò a Petralia: “E’ stato solo un momento di sconforto, confermo la mia volontà di collaborare con la giustizia”.

Subito, la Procura nissena si adoperò per far cerchio attorno a lui. Non importavano le sue ritrattazioni, né le sue accuse a La Barbera. Dal tribunale, venne diramata una nota in cui si definiva grave “il comportamento di quanti hanno strumentalizzato un comprensibile desiderio di affetto per fini processuali che nulla hanno a che vedere con una vicenda che presenta tratti esclusivamente umani.” Una tesi sostenuta anche da uno dei pm del processo, Anna Maria Palma. “La mobilitazione, non nuova, della sua famiglia e di un intero quartiere conferma, se mai ve ne fosse bisogno, la caratura del personaggio e l’importanza delle dichiarazioni che ha reso”, dichiarò la donna.

A rompere nuovamente l’idillio, e far incombere le ombre sulla Procura, fu, successivamente, un esposto della moglie di Scarantino, Rosaria Basile, presentato ai magistrati di Palermo. In esso, la donna denunciava i maltrattamenti subito dall’uomo. “Mio marito mi disse che i pm giocano sporco”, si legge nell’esposto, “Rosalia, devi vedere come mi difendono, pur sapendo che sono tutte bugie, perchè se questo processo finisce male possono andare a difendere i processi dei minori”. In un’altra occasione, si legge ancora, il “pentito” sarebbe stato accompagnato a Palermo per individuare l’officina carrozzeria dove la 126 venne caricata con il tritolo. “Mio marito non sapeva dove la carrozzeria si trovasse e con un gesto uno dei poliziotti gliela indicò”.
Di fronte all’esposto, anziché procedere con una querela, il pm Palma si limitò a commentare come le denunce della signora, confermassero “le incredibili pressioni che la Basile riceve dalla famiglia”.

In aula, poi, Rosalia Basile, incurante delle varie smentite del marito, ritornò sull’argomento e attaccò i pubblici ministeri: “Quando chiesi di tornare a Palermo – sostiene la teste – vennero i pm Palma, Petralia e l’avv. Lucia Falzone. Volevo tornare a casa quando Enzo mi disse che era innocente. Ma non potevo uscire perche´ ero sequestrata in casa. Dopo che mio marito voleva ritrattare ci trasferirono in una villa dove pagavano quattro milioni al mese. In quella villa venne l’ispettore Luigi Pagano che disse a mio marito che poteva richiedere una bella somma se mi convinceva a rimanere, 500 milioni. La dottoressa Palma venne a trovarmi e mi disse che io al processo dovevo avvalermi della facoltà di non rispondere. Ma ho deciso di tornare a casa, l’ho fatto per la mia coscienza. Nei giorni scorsi mio marito mi ha telefonato dicendo ‘Attenta a quello che dici al processo’. Le telefonate sono state registrate, ho le bobine a casa”.

Le denunce non servirono a niente: il 27 gennaio 1996, Scarantino venne condannato a 18 anni di reclusione -ma subito scarcerato-; ergastolo, invece per Orofino, Profeta e Scotto. Quest’ultimo, però, venne scagionato poco dopo; merito di un altro “pentito”, Giovanbattista Ferrante, il quale spiegò il vero modo con cui Cosa Nostra seppe della visita di Borsellino a casa della madre, che nulla c’entrava con l’ergastolano. Anna Maria Palma bollò quelle ricostruzioni come false. Ferrante, secondo lei, “non conosce le fasi precedenti e quindi non sa del ruolo di Scotto che è stato ampiamente provato”. Nonostante questa sua convinzione, nel processo d’Appello l’uomo venne assolto.

Nel maggio del ’97, tornò a imperversare la bufera. I legali degli imputati -18- del processo bis sulla strage di via D’Amelio, sostennero come i pm Palma e Di Matteo -proprio il Nino che oggi si occupa della trattativa-, avessero
“tenuto nel cassetto confronti discordanti tra pentiti”. Secondo gli avvocati, infatti, i due pubblici ministeri avrebbero depositato con ritardo il testo dei confronti tra le dichiarazioni di Scarantino e quelle di Cancemi, Gioacchino La Barbera e Santo Di Matteo.

Per tre gradi di giudizio, insomma, la ricostruzione di Scarantino resistette, nonostante le enormi crepe che venivano individuate e abilmente ignorate dai procuratori. Per 17 anni, la sua versione venne considerata quella reale, l’unica, finchè, nel 2009, un altro pentito non s’affacciò sul panorama della strage di via D’Amelio: Gaspare Spatuzza. Le sue dichiarazioni portarono con sé un tornado. Il nuovo collaboratore smentì in tutto e per tutto Scarantino, riuscendo, al tempo stesso, a dimostrare la propria attendibilità, la stessa che l’altro non era riuscito a consolidare. Grazie a lui, il processo venne riaperto, sfociando in un ennesimo procedimento che, infine, portò alla scarcerazione degli innocenti incastrati da Scarantino. Ma, anche qui, un’altra inquietante ombra si staglia sulle istituzioni.

Spatuzza, infatti, non smentì Scarantino solo nel 2009, bensì già dal ’98. In quell’anno, il pentito parlò con Piero Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia, ed il suo aggiunto e futuro presidente del Senato Piero Grasso. A loro, oltre a illustrare i preparativi -poi rivelatisi veri- delle stragi del ’92-’93, spiegò: “Spatuzza? Gli fecero dire quello che non avrebbe dovuto dire”.
Ma ciò che più di tutto inquieta è che quella deposizione non venne mai inserita negli atti del processo Borsellino quater, in quanto, durante il colloquio, risultava assente un avvocato. Il verbale dell’interrogatorio, di 82 pagine, non venne mai firmato e le dichiarazioni di Spatuzza finirono, anche in quell’occasione, nel dimenticatoio formatosi nelle lacune della giustizia. E lì sono ancora, indizi non riconosciuti di quello che è stato il più grande depistaggio mai verificatosi in Italia, in merito una strage che, come spiegò persino Riina, non venne certamente compiuta soltanto

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aderente al ms5 Biella al comitato dell'Acqua pubblica

Pubblicato il settembre 24, 2013, in attualità, Uncategorized con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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