L’ultima trincea dell’Economia “Basta che non si superi il deficit al 3%”

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Da La Repubblica del 23/09/2013 ROBERTO MANIA attualità

Il piano del Tesoro: privatizzazioni e cessione di immobili.

ROMA— C’è un confine che Fabrizio Saccomanni, ministro pro tempore dell’Economia, tecnico prestato alla politica, non ha alcuna intenzione di valicare: quello del 3 per cento nel rapporto tra il deficit e il Pil. Era la condizione che aveva posto al Capo dello Stato e al presidente Enrico Letta per accettare l’incarico, proprio alla vigilia dell’uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo. È la condizione che pone ancora oggi per restare alla guida della politica economica nel governo delle larghe intese, della coabitazione forzata e «innaturale», come ha detto il suo vice ministro Stefano Fassina, tra il Pd e il Pdl. L’Iva, l’Imu, il cuneo fiscale, le privatizzazioni vengono tutti dopo. Su questi capitoli è possibile fare un compromesso, sul “3 per cento” no. E comunque, in quel caso, non ci sarà l’ex direttore della Banca d’Italia al dicastero di Via XX settembre.
Il 3 per cento è l’ossessione di Fabrizio Saccomanni, perché dal rispetto di quel vincolo dipende la sua personale credibilità in Europa ma anche gran parte dell’affidabilità dello Stato italiano quando ogni anno deve andare a cercare sui mercati i sottoscrittori dei 400 miliardi di titoli pubblici tricolori. L’Agenda Saccomanni, dunque, è prima di tutto il rispetto del 3 per cento. Da lì derivano le altre scelte possibili: riduzione della pressione fiscale in particolare quella a carico delle imprese e del lavoro dipendente (il famigerato cuneo fiscale e contributivo) per abbassare i costi produttivi, sostenere il potere d’acquisto, alimentare la domanda e far sì che la ripresa, per quanto debole, generi anche un po’ di nuova occupazione. E poi dismissione di parte del patrimonio immobiliare pubblico e cessione di quote delle società partecipate, per abbattere gli oltre 2.000 miliardi di debito pubblico, che vuol dire 1.400 euro a testa per ciascun italiano. Un’agenda lib-lab che ha in premessa il rispetto delle politiche di austerity che l’Europa impone (e che noi abbiamo accettato di rispettare) ai paesi non virtuosi. Nell’Agenda non c’è né l’abolizione dell’Imu su praticamente tutte le prime abitazioni (che Saccomanni ha subìto obtorto collo), né l’incremento dell’Iva, già deciso con una legge approvata dal governo Monti, ma individuata sotto forma di clausola di garanzia dall’ultimo governo Berlusconi.
Il fatto che il 2013 sia destinato a chiudersi con uno sforamento di quel limite, visto che il deficit viaggia intorno al 3,15 per cento, è diventato in Via XX settembre già un’emergenza. Tanto che nella complicata partita a scacchi tra i tecnici (la Ragioneria dello Stato) e la politica (i partiti che sostengono il governo) la priorità non è solo trovare (come chiede la politica) le risorse (un miliardo
per i prossimi tre mesi che cresceranno a quattro se la misura sarà strutturale) per bloccare l’aumento dell’aliquota Iva dal 21 al 22 per cento, ma è anche la ricerca di 1,6 miliardi per rientrare all’interno della soglia di credibilità. Prima si fa è meglio è, è la tesi di Saccomanni. Perché si deve evitare di arrivare a ridosso di fine anno senza aver tirato il freno del deficit, rischiando di tornare indietro all’epoca precedente la pesantissima cura prescrittaci dall’esecutivo Monti. L’ipotesi, a questo punto, è quella di accelerare la vendita di una parte dell’immenso patrimonio immobiliare, che si tradurrà in meno debito e dunque in meno spesa per interessi. È già in corso una trattativa — non semplice — tra il Tesoro e la Cassa depositi e prestiti di Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini.
Ma è chiaro che per blindare il rispetto del vincolo europeo e per consentire di sminare il campo dalla questione Iva, si finirà per sottrarre risorse alle politiche per lo sviluppo, quelle che nella prossima legge di Stabilità (il governo deve vararla entro il 15 ottobre) dovranno servire per provare ad agganciare la ripresa che si sta affacciando anche in Europa. Tutti, a destra come a sinistra, scommettono sulla riduzione del cuneo fiscale di almeno 5-6 miliardi di euro. Si vedrà. Solo a dicembre rientrerà in campo l’Imu con la necessità di reperire 2,4 miliardi per l’abolizione della seconda rata. E se a quel punto non dovessero esserci le risorse si potrebbe essere costretti a far pagare l’Imu ai proprietari delle case di maggior valore. Al Tesoro, gli uomini di Fabrizio Saccomanni, ci stanno già ragionando. È una prospettiva concreta. Nell’angolo, allora, finirebbe il Pdl. La partita insomma non è affatto chiusa.

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aderente al ms5 Biella al comitato dell'Acqua pubblica

Pubblicato il settembre 23, 2013, in attualità, Uncategorized con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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