B. PAGAVA COSA NOSTRA” 40 ANNI FA IL PATTO CON I BOSS DELL’UTRI L’INTERMEDIARIO

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Da Il Fatto Quotidiano del 06/09/2013.Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza attualità

UNA VITA CON LA MAFIA.

LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA A 7 ANNI IN APPELLO RIVELANO IL RUOLO DELL’EX SENATORE. DEL CAIMANO LA CORTE SCRIVE: “MAI SFIORATO DAL PROPOSITO DI FARSI DIFENDERE DALLO STATO”.

Per vent’anni c’è stato un patto “di protezione” tra Berlusconi e Cosa nostra. Un patto siglato grazie al fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri che non ha mai cessato, tra il ’74 e il ’92, di svolgere il ruolo di “mediatore contrattuale” tra l’ex premier e i boss, con comportamenti “tutt’altro che episodici, oltre che estremamente gravi e profondamente lesivi di interessi di rilevanza costituzionale”. Con questo ritratto di Dell’Utri, la terza sezione della Corte d’Appello di Palermo ha depositato ieri le motivazioni della sentenza di condanna a 7 anni per concorso in associazione mafiosa dell’ex senatore Pdl, spazzando via i dubbi sollevati dalla Cassazione sulla mafiosità “permanente” dell’imputato nel corso del suo rapporto ultraventennale con Berlusconi, e cioè fino al ’92. Il presidente Raimondo Loforti aveva delimitato l’oggetto della prova alle sole condotte da verificare secondo il dettato della Suprema Corte. E cioè: quelle del periodo ’78-’82, parentesi nella quale Dell’Utri si allontana da Berlusconi e va a lavorare con l’imprenditore Filippo Alberto Rapisarda. E quelle della stagione che va dall’82 al ’92, quando – uccisi i boss Stefano Bontate e Mimmo Teresi, e modificato il vertice di Cosa nostra con lo strapotere dei boss corleonesi – occorreva provare “l’aspetto psicologico” del reato di concorso esterno: ovvero che Dell’Utri avesse continuato a mediare tra i padrini siciliani e Berlusconi con la consapevolezza del proprio ruolo.

“In sinergia con i clan”

Oggi i giudici di Palermo spiegano perchè ritengono provate entrambe le condotte. Non c’è alcuna inconsapevolezza da parte di Dell’Utri, e neppure discontinuità nel ruolo di intermediario mafioso neppure per quei quattro anni (’78-’82) durante i quali abbandona temporaneamente il ruolo di braccio destro di Berlusconi. Per la Corte d’Appello, anche in quel periodo l’ex manager di Publitalia continua a “rivolgersi a coloro che incarnano l’anti Stato” e ad agire “in sinergia con l’organizzazione criminale”, avendo perfettamente chiaro “sia il vantaggio perseguito da Cosa nostra che l’efficacia della sua attività per il rafforzamento dell’organizzazione mafiosa”.

È il ritratto di un vero ambasciatore delle cosche quello che emerge dal provvedimento dei giudici di Palermo che in 447 pagine, scritte nell’arco di sei mesi (il doppio del tempo solitamente previsto per stilare le motivazioni di una sentenza), descrivono Dell’Utri come una personalità “connotata da una naturale propensione a entrare in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare”. Lui, l’imputato eccellente, non si scompone: “Secondo me – dice – i giudici d’appello hanno fatto un potpourri della sentenza di primo grado quando fui condannato a nove anni”. Ma l’ex pm Antonio Ingroia ribatte: “Avevamo ragione, le prove c’erano, ma la prima sentenza d’appello non era sufficientemente motivata”.

Dell’Utri mediatore mafioso, insomma, con una piena coscienza del suo ruolo. E sempre in diretto collegamento con Berlusconi, quest’ultimo descritto dalla Corte d’Appello come un imprenditore “mai sfiorato dal proposito di farsi difendere dai rimedi istituzionali”, ma pronto a rifugiarsi “sotto l’ombrello della protezione mafiosa, assumendo Mangano e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”. I giudici di Palermo ricostruiscono nei dettagli la genesi del “rapporto sinallagmatico” (ovvero di reciprocità) che ha legato per vent’anni l’ex premier e Cosa nostra, proprio grazie alla mediazione “costante e attiva” di Dell’Utri. Tutto comincia tra il 16 e il 29 maggio del 1974, quando Dell’Utri organizza con il mafioso Gaetano Cinà nel proprio ufficio a Milano un incontro che precede di poco l’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore. Quel giorno, davanti ai boss palermitani Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo, lo sconosciuto Berlusconi, all’epoca imprenditore rampante, sigla un “patto di protezione con Cosa nostra”: un autentico contratto che durerà fino al ’92. In virtù di tale patto – sostengono ora i giudici – sia i contraenti che il mediatore conseguono “un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale” dell’ex premier, “mediante l’esborso di somme di denaro che quest’ultimo versa a Cosa nostra per mezzo di Dell’Utri”. In che modo? La Corte ricostruisce anche i pagamenti sollecitati dai mafiosi a Berlusconi, “quale prezzo per la protezione” subito dopo il 1974, con la richiesta di 100 milioni di lire, formulata da Cinà ed esaudita. Versamenti, come si legge nelle motivazioni, che “hanno consentito al-l’associazione mafiosa di consolidare il proprio potere sul territorio”.

Se Mangano diventa lo stalliere di Berlusconi, insomma, non è “per la nota passione per i cavalli”, ma per garantire da quel momento “un presidio mafioso” ad Arcore. Dell’Utri, ricordano i giudici, ha ammesso di aver indicato Mangano a Berlusconi come persona da assumere, ma ha sostenuto di averlo fatto per paura. Ora la Corte non gli crede: “La continuità della frequentazione, l’avere pranzato in diverse occasioni con lui – si legge – sono circostanze che consentono di escludere che i rapporti svoltisi in un ventennio possano essere stati determinati da paura”. Rileva ancora il collegio di Palermo: “Berlusconi ha sempre accordato una personale preferenza al pagamento di somme come risoluzione preventiva dei problemi posti dalla criminalità”. E anche durante gli anni trascorsi al fianco di Rapisarda, Dell’Utri non interrompe i contatti con Arcore, “pronto a intervenire per tutelare le ragioni di Berlusconi che in un certo periodo si sente tartassato o per mediare, in seguito, le pretese di Riina che aveva imposto il raddoppio della somma”. Il “mediatore contrattuale” insomma, non si ferma mai. Non si tratta, pertanto, di una vittima di Cosa nostra: per i giudici Dell’Utri è un anello di congiunzione tra Berlusconi e il gotha mafioso, prima in nome di Bontade, poi per conto dei corleonesi di Totò Riina. “I rapporti di assoluta confidenza” e “l’atteggiamento di mediazione sperimentato con Riina” sono infatti del tutto “incompatibili con il rapporto che lega l’estortore alla vittima”.

In banca con Vito Ciancimino

Dell’Utri interlocutore dei corleonesi e amico anche di don Vito Ciancimino. La Corte d’Appello giudica “attendibili” le dichiarazioni di Giovanni Scilabra, ex direttore della Banca Popolare di Palermo che in un’intervista al Fatto Quotidiano raccontò di una visita fatta nel suo ufficio nel 1987 dall’ex sindaco Ciancimino (di cui già si conosceva lo spessore criminale) accompagnato da Dell’Utri, per caldeggiare un finanziamento di 20 miliardi per le aziende di Berlusconi. L’ex senatore Pdl ha sempre smentito l’episodio, ma oggi i giudici credono all’ex direttore della banca, sostenendo che “la condotta di Dell’Utri mostra ancora una volta come l’imputato abbia scelto l’appoggio di Cosa nostra per i propri interessi personali”. Risultato? La Corte di Palermo conclude che “pur non essendo intraneo all’associazione mafiosa, Dell’Utri ha voluto consapevolmente interagire con soggetti mafiosi, rendendosi conto di apportare con la sua opera di mediazione un’attività di sostegno all’associazione senza dubbio preziosa per il suo rafforzamento”. La parola torna adesso alla Corte di Cassazione.

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Pubblicato il settembre 6, 2013, in attualità, Marco Travaglio, Uncategorized con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

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