Ballarò del 27 Aprile 2014 Maurizio Crozza “Renzi: voi di Forza Italia quando andate a vot ..

Fonte Rai.it del 27/05/2014 attualità

Guadagni sospetti sulle previsioni

LE BORSE CONOSCEVANO I DATI E POTREBBERO AVER SPECULATO. L’ALLARME DI D’ALEMA NON ERA CASUALE
Fatto Quotidiano del 27/05/2014 di Camilla Conti attualità
Diamogliene atto. L’unico ad avere la palla di vetro è stato Massimo D’Alema che il 23 maggio, mentre tutti davano ormai per scontato il sorpasso del Movimento 5 Stelle, ostentava una sicumera invidiabile: “Vincerà il Pd”. Accompagnata da un mo- nito complottista che, alla luce del disastroso flop dei sondaggi, oggi diventa inquietante: “Le voci sull’avanzata di Grillo sono anche frutto di speculazione finanziaria, con riflessi sullo spread. Bisogna stare molto attenti alle voci”. La teoria dalemiana in sostanza è la seguente: sono state fatte circolare proiezio- ni del tutto falsate in modo da far balzare verso l’alto lo spread così chi le ha diffuse ha potuto comprare titoli sul mercato incassando un maggior rendimento. Quali fondi di caffè abbia letto D’Alema non è dato saperlo. Di certo venerdì scorso i mercati han- no scommesso al rialzo sull’Italia senza nep- pure aspettare il verdetto delle urne facendo decollare di quasi il 2% il Ftse Mib mentre i listini di Spagna, Francia e Germania chiu- devano, cauti, poco sopra la parità. Nessuno lo conferma pubblicamente ma secondo al- cuni rumor raccolti nelle sale operative i sondaggi circolati fra i grossi fondi di investi- mento a ridosso delle votazioni sarebbero stati di tutt’altro tenore rispetto a quelli ufficiali che ancora da- vano Grillo in vantaggio. QUANTO ai “procurati allar- mi”citati da D’Alema, va detto che sull’andamento del differenziale fra titoli di Stato italiani e tedeschi a metà maggio ha pesato l’improv – visa retromarcia del Pil che nel primo trimestre dell’anno è tornato a scendere dello 0,1% vanificando le aspettative su una ripresa ormai imminente. Ma è altrettanto evidente che i sondaggi pubblicati nelle ultime settimane avevano spaventato gli investitori. E qualcuno aveva già cominciato a battere in ritirata temendo le elezioni anticipate a ottobre con l’incognita grillina. Lo spread tra Btp e Bund decennale era così arrivato a sfondare la soglia dei 200 punti base, per la prima volta da metà feb- braio, mentre il divario tra gli spagnoli Bono e i Bund tedeschi aveva toccato un picco mas- simo di 176 punti base. I trader la chiamano volatilità. Altri speculazione. Perché più i vari sondaggisti, politologi e opinion leader, disegnavano un testa a testa fra Renzi e Grillo con Berlusconi terzo incomodo, più la forchetta dello spread si allargava. Così come le incertezze sul voto Ue hanno innescato vendite di titoli da parte di fondi hedge e banche d’investimento. Qualcuno si è fatto molto male, qualcun altro – meglio informato – ha portato a casa un bel gruz- zolo. Ieri la vittoria del Pd e di Renzi è stata certificata: Piazza Affari ha guadagnato il 3,6% tornando sui livelli di due settimane fa, con acquisti diffusi su tutto il listino ma in particolare sui titoli bancari che la scorsa settimana avevano sofferto di più per i timori di un’affermazione antieuropeista anche in Italia. Positive, ma distaccate, le altre borse europee (tranne Londra che è rimasta chiusa per la Spring Bank Holiday così come Wall Street per il Memorial Day). Anche lo spread tra Btp decennali e omologhi tedeschi è sceso a 156 punti da quota 180. Gli analisti finanziari brindano alla stabilità politica riconquistata dalla Penisola che dovrebbe scongiurare il rallentamento delle riforme. Quanto durerà la luna di miele? Chiedere a D’Alema, forse

Il declino dell’Europa

Preso da Altrainformazione.it 26 maggio, 2014 di Piero Caminaresi attualità
Mentre l’Europa è totalmente presa dall’incantamento delle elezioni del Parlamento europeo sembra che la grande Storia stia imboccando altri sentieri.
Si tratta di cambiamenti epocali che avranno l’effetto di spostare sempre di più il centro geopolitico globale dall’asse USA-UE all’asse Russia-Cina, confinando, nel lungo termine, l’Europa alla periferia del mondo.
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Mi riferisco in prima battuta al contratto di fornitura di gas russo alla Cina[1] che non solo è assolutamente senza precedenti, ma la cui reale importanza va ben oltre gli importi, pur mirabolanti, del controvalore economico.
Infatti, a mio avviso, approfondendo la notizia dello storico contratto di fornitura del gas siberiano alla Cina, pomposamente definito “un contratto senza precedenti”l’attenzione dovrebbe essere rivolta prima di tutto all’aspetto geopolitico di quest’accordo.
Innanzitutto notiamo la singolare sincronia della firma dell’accordo con il ritiro delle truppe russe dai confini ucraini e il conseguente allentamento della tensione su questa delicatissima area dello scacchiere internazionale.
Singolare che Putin abbia gonfiato i muscoli fino a pochi giorni dal suo viaggio in Cina per poi, appena andato in porto il supercontratto, mostrare evidenti segni di rilassamento, giungendo oggi a dichiarare di accettare serenamente gli esiti delle elezioni ucraine
[2].
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Non trovate strano questo comportamento?
La sincronicità in politica internazionale non è mai casuale.
In realtà Putin ha portato a casa ben più dei 400 miliardi di dollari e rotti per la vendita del gas naturale alla Cina e relativa tecnologia, vale a dire una vittoria schiacciante su quelli che si sono dimostrati nemici mortali della Russia: gli USA e i burattini dell’Unione Europea.
Qual’è stato dunque il messaggio che la Russia ha voluto dare con il cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’Ucraina, irretita nelle trame della Nato, al fine di costituire una spina nel fianco della difesa russa?
Qualcosa del tipo: “Cari ucraini, fino a ieri eravate importanti perché costituivate un problema politico e economico, visto che eravate in grado di mettere a rischio le nostre forniture di gas all’Europa, ma da oggi lo siete molto di meno. Fate pure come credete, se pensate che l’Europa vi difenderà e pagherà i vostri debiti, andrete incontro a grosse delusioni. Anzi, penso che d’ora in avanti gli USA e i loro servi perderanno molto dell’interesse che vi riservavano”.
Credo sia necessario rimarcare che perdere il gas della Siberia orientale, ora destinato al mercato cinese, abbia costituito, senza ombra di dubbio, un fallimento storico degli Stati Uniti ma soprattutto dell’Unione europea.

Se l’Europa, infatti, invece di creare ad arte conflitti armati in Ucraina per ostacolare la decisione dell’ex-premier Yanukovych di posporre la firma dell’accordo per l’ingresso nell’Unione, avesse dato alla Russia assicurazioni sulla continuità delle forniture di gas, avrebbe mostrato un atteggiamento ben più saggio in termini di politica estera.
Vi siete mai chiesti perché – diversamente dall’Europa – la maggior parte dei Paesi asiatici se ne è altamente fregata, nel corso della crisi ucraina, dei proclami USA-UE, non prendendo assolutamente posizione contro la Russia?
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E adesso il gas della siberia sembrerebbe perduto per l’Europa. Va da sé che a livello di trasporti e d’infrastrutture esistenti, sarebbe stato molto più conveniente il trasporto di tale gas verso l’Europa. Invece, nonostante il prezzo basso che i cinesi hanno offerto inizialmente, la Russia ha chiuso l’accordo con la Cina.
Perché?
Beh, se date una scorsa ai giornali europei di questi ultimi vent’anni troverete ripetuta in tutte le salse la minaccia di non acquistare più forniture energetiche dalla Russia. Una scelta considerata dai miopi strateghi europei il modo migliore per danneggiare l’ingombrante vicino.
Se allora, anno dopo anno, un Paese si sente sulla testa la spada di Damocle di questa chiusura improvvisa dei rubinetti di valuta estera, cosa pensate che faccia?
Appare del tutto naturale che si guardi intorno alla ricerca di compratori alternativi.
Perché l’Europa si è sempre comportata in questo modo, anche se poi, di fatto, ha continuato imperterrita a comprare il gas russo?

è vero che petrolio e gas naturale valgono una parte sostanziale del PIL russo – e questo ha costituito l’asso nella manica di Putin durante il braccio di ferro in Ucraina – la Germania, tanto per fare un esempio, importa dalla Russia un terzo delle sue forniture di gas e l’Europa, pur ricevendo gas a sufficienza al momento, avrà in futuro bisogno di quantità sempre maggiori di gas. È vero che potrebbe riceverne dagli USA ma, dato che questi lo estraggono con il fracking, se si verificassero dei disastri provocati da questo metodo, sarebbe possibile una interruzione dell’estrazione, se non addirittura una sospensione.
Motivi di politica squisitamente europea non ce ne sono; spiritualmente, storicamente, culturalmente ed economicamente la Russia ha maggiori affinità con l’Europa che con la Cina.
E allora?
Chiedetelo ai nostri padroni a Washington, che dettano regole e impongono condizioni ai vassalli europei.
Ma la politica estera americana che ha sempre cercato di far litigare tra loro i propri nemici – il classico divide et impera – questa volta ha segnato un clamoroso autogol.
Obama è riuscito nel non – per lui – auspicabile intento di spingere la Russia tra le braccia della Cina; esattamente il contrario di quello che più astutamente fece a suo tempo Richard Nixon, siglando un accordo con Mao Zedong in modo da far capire ai sovietici che USA e Cina erano uniti contro di loro, mentre, grazie alla miopia politica di oggi, Russia e Cina sono contrapposti agli USA.
Ma c’è di più.
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Putin a Pechino ha ancora una volta parlato di stabilire negli scambi commerciali con la Cina“reciproci pagamenti in valuta nazionale”, che in soldoni equivale a tagliar fuori il dollaro USA.
Questo è l’incubo più grande per i padroni del mondo; non a caso hanno sino a oggi annientato tutti i Paesi che avevano iniziato a non usare i petroldollari nelle loro transazioni energetiche.
Ma Russia-Cina è un boccone troppo grande da ingoiare.
Già oggi il dollaro – pur essendo ancora la valuta di riserva più importante – è passata dal 55% degli scambi internazionali nel 2000 al 33% alla fine del 2013, mentre, per converso, le riserve in “altre valute” dei mercati emergenti hanno visto, dal 2003, un incremento del 400%.
Senza contare che prendere le distanze dal dollaro potrebbe costituire la prima tappa di un percorso che conduce ad una nuova valuta internazionale, probabilmente costituita da un “paniere” di valute dell’area BRICS.
Putin ha parlato di ottimizzare la cooperazione tra banche russe e cinesi: in termini politico-strategici questo significa stabilire meccanismi tali da rendere inoffensive le eventuali sanzioni economiche che USA-UE volessero imporre ai due Paesi.

“Nel corso dell’incontro, abbiamo preso in considerazione anche modalità di diversificazione commerciale per ridurre la dipendenza dalla situazione economica globale….”[3]
Non dimentichiamo che da quest’anno la Cina è la prima potenza economica globale, avendo portato a termine lo storico sorpasso sull’economia a stelle e strisce.
Da questo all’incremento degli scambi commerciali e a possibili collaborazioni nel settore militare il passo è breve
.
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E qui i pentastellati generali del Pentagono iniziano a mostrare segni di nervosismo.
Tuttavia, nonostante gli strateghi americani vedano come il fumo negli occhi il delinearsi di un mondo in cui non ci sia una sola potenza egemone, le linee di sviluppo economiche e politiche stanno andando in quella direzione e non è difficile incominciare ad intravedere le prime crepe nel progetto del“New american century”.

Per carità, non sarà certo questione di mesi o di pochi anni, ma a partire da questo Maggio 2014, si è manifestato qualcosa di veramente importante: il primo passo verso un mondo meno sbilanciato verso l’Estremo Occidente.
E l’Europa è la grande esclusa.
[1] http://www.theguardian.com/business/2014/may/23/russia-china-agree-gas-supply-chain
[2] http://www.nytimes.com/2014/05/24/world/europe/putin-indicates-hell-respect-result-of-ukrainian-election.html?hp&_r=0
[3] http://eng.kremlin.ru/transcripts/7200#sel=
– See more at: http://www.altrainformazione.it/wp/2014/05/26/il-declino-delleuropa/#sthash.hffR6PBL.dpuf

Corrado Clini arrestato per peculato. Ex ministro dell’Ambiente ai domiciliari

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Fatto Quotidiano del di Marco Zavagli | 26 maggio 2014 attualità
L’inchiesta è incentrata su un finanziamento per il risanamento del settore idrico in Iraq: secondo la Guardia di finanza, in concorso con un altro imprenditore, avrebbe sottratto fondi per oltre 3,4 milioni di euro. Le misure sono state disposte dal gip di Ferrara, su richiesta della Procura guidata da Bruno Cherchi

Corrado Clini, ex ministro dell’Ambiente del governo Monti, è stato arrestato per peculato. Con lui ai domiciliari è finito anche Augusto Calore Pretner, ingegnere padovano. Secondo l’ordinanza, emessa dal gip Piera Tassoni della procura di Ferrara, i due avrebbero sottratto 3 milioni e 400mila euro da un finanziamento ministeriale di 54 milioni destinato al progetto “New Eden”, volto alla protezione e preservazione dell’ambiente e delle risorse idriche, da realizzare in Iraq e finanziato con il sostegno internazionale.

Clini risultava indagato già dall’ottobre 2013 in qualità di direttore generale del ministero dell’Ambiente. Le indagini, condotte dalla Guardia di finanza di Ferrara, erano partite dall’individuazione di un flusso di false fatturazioni provenienti da una società cartiera con sede in Olanda, a favore della Med Ingegneria srl, studio ferrarese i cui vertici risultano indagati per una frode fiscale da un milione e mezzo di euro (per questi fatti a luglio la Procura iscrisse cinque persone nel registro degli indagati e sequestrò beni per 330mila euro).

Le fatture di Med Ingegneria facevano capo a due organizzazioni non governative con sede negli Stati Uniti, la Nature Iraq (cui partecipava lo Studio Galli Ingegneria di Padova di cui è socio Pretner) e Iraq Foundation. Sono le due ong che nel 2003 stipularono un accordo bilaterale con gli uffici del ministero dell’Ambiente, poi rinnovato nel 2008 per altri cinque anni. Obiettivi del programma di cooperazione erano il ripristino ambientale e il controllo dei fenomeni di piena e gestione integrata dei bacini idrografici del Tigri e dell’Eufrate. Di quella attività però il nucleo di polizia tributaria non ha trovato alcun riscontro. Per quel progetto le due ong chiesero 57 milioni all’Ambiente, ottenendone 54.

Tra settembre 2007 e gennaio 2011 parte di quelle somme finiscono in conti “direttamente riconducibili ai due arrestati”. A parlare di “grossi elementi probatori a carico” degli indagati è il procuratore capo di Ferrara, Bruno Cherchi che, assieme al colonnello delle Fiamme gialle Sergio Lancerin ricostruisce i passaggi di denaro attraverso tre continenti. Una parte dei soldi del ministero, incassati da Nature Iraq, venivano accreditati su un conto ad Amman in Giordania, per poi partire in direzione dell’Olanda, verso la società Gbc con fatturazioni per operazioni inesistenti.

Questa tratteneva una commissione del 5% per poi girarli nei paradisi fiscali delle Isole Vergini e dei Caraibi. Da qui il malloppo, decurtato di un altro 2%, ripartiva per la Svizzera per essere depositato “in conti correnti di prestanome direttamente riconducibili agli indagati”. Un vorticoso giro di denaro “provato senza ombra di dubbio” afferma Lancerin, che anticipa come “la Procura di Roma (che sta valutando anche altri fronti con il pm Galanti, ndr) sta operando numerosissime perquisizioni in tutto il Paese”, mentre le indagini della Finanza proseguono anche in altre direzioni. In particolare in Svizzera, dove si batte la pista del riciclaggio internazionale di denaro.

Corrado Clini, medico, è stato per venti anni – dal 1991 al 2011 – direttore generale del ministero ed è stato nominato ministro il 16 novembre 2011 nel governo guidato da Mario Monti. Dopo la guida del dicastero, è tornato a ricoprire l’incarico di direttore generale per lo Sviluppo sostenibile, il clima e l’energia sempre al dicastero di via Cristoforo Colombo. Per anni sempre in prima linea ai vertici internazionali, si è occupato di ambiente e di cambiamenti climatici, è stato anche chairman dell’European Environment and Health Committee, composto dall’Organizzazione mondiale della sanità e dai ministeri della Salute e dell’Ambiente di 51 paesi europei e centro asiatici.

Come ministro ha affrontato alcune questioni spinose come il caso Ilva, il naufragio della Costa Concordia e l’emergenza rifiuti a Roma. Clini è anche noto per le sue posizioni a favore del nucleare e, di un possibile ritorno in Italia ed è sempre stato favorevole agli ogm (organismi geneticamente modificati), due temi caldi, che ha sostenuto in vari ambiti anche appena nominato ministro, a ridosso dell’incidente di Fukushima in Giappone. Ad aprile 2012 ha presentato al Cipe il Piano nazionale di riduzione delle emissioni di anidride carbonica e, insieme con i ministri Corrado Passera e Mario Catania (Politiche Agricole), la riforma degli incentivi alle energie rinnovabili

LA STRATEGIA TALEBANA HA PERSO. E LA TV SERVE

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Fonte ilfattoquotidiano.it del 27/0/2014 DI ANDREA SCANZI attualità
Casa… Casaleggio, vieni qua. C’è un maalox anche per te”. Nel suo video-messaggio di ieri, Beppe Grillo ha usato una cifra stilistica di cui è ahilui assai parco: l’autoironia. Ha ammesso la batosta, a suo modo un evento in Italia (giusto ieri uno come Gasparri aveva il coraggio di esultare: come se non bastasse già il coraggio di essere Gasparri). Ha giocato sull’hashtag renziano #vinciamopoi, chiudendo con uno sconsolato ma sorridente “vincono loro”. È stato forse il suo messaggio più riuscito, solo che è arrivato a elezioni concluse. Già che c’era, oltre a incolpare i pensionati troppo moderati e citare If di Kipling e La canzone del maggio di De André (ottimi gusti), Grillo poteva fare un po’ di autocritica. Lui, come pure il M5s.

Il Movimento non esisterebbe senza Grillo e Casaleggio, e forse entrambi sono ancora fondamentali. Eppure gli errori sono stati tanti. In primo luogo, una sopravvalutazione incredibile: l’Italia è forse il Paese occidentale meno incline al cambiamento radicale. Ogni movimento anzitutto di protesta, o comunque di opinione, è sempre stato minoritario. In Italia è normale che un neo-democristiano come Renzi sbanchi, mentre è oltremodo anomalo che una forza osteggiata da quasi tutti sia sopra il 20 per cento. Il Movimento ha perso quasi tre milioni di voti in 15 mesi, ma nessuno parlerebbe di asfaltata se Grillo non avesse cocciutamente alimentato il mito irraggiungibile del sorpasso su Renzi: “vinciamo noi” de che? Forse Grillo e i parlamentari hanno confuso le piazze piene con il consenso elettorale: le adunate oceaniche dimostrano che gli attivisti 5 Stelle sono più partecipi di quelli piddini, ma non è una novità. Anche Luttazzi aveva i teatri sempre pieni, anche Santoro ha sempre sbancato l’auditel: poi però le elezioni le vinceva Berlusconi. Grillo e i suoi hanno convinto i già convinti, senza però conquistare gli indecisi. Grillo si è speso con entusiasmo innegabile, ma continua a inciampare nella sua comunicazione satura di iperboli e provocazioni: andava bene all’inizio, ora no.

Se Renzi ha stravinto, è anche per la paura reale di milioni di italiani, convinti che con Grillo al governo sarebbe davvero arrivato un nuovo Pol Pot. I titoli sul “Grillo fascista” e “M5S nazista” sono figli di una disonestà intellettuale giornalistica quasi senza eguali, ma un po’ te le cerchi se regali assist agli avversari. Il post su Auschwitz, “Cosa faresti alla Boldrini?”, “Sono oltre Hitler”, i “processi ai giornalisti”. Tutte esagerazioni semantiche, tutti cortocircuiti linguistici che vogliono fungere da catarsi (la violenza verbale per disinnescare l’eventuale violenza reale): vaglielo a spiegare, però, alla casalinga di Voghera.

Grillo se la prende con gli “italiani che galleggiano” e non vogliono cambiare, ma è anche colpa sua se tra gli over 60 il suo movimento non raggiunge il 10%. Non lo capiscono, ne hanno paura. E andare una volta da Bruno Vespa non basta a conquistare i moderati, ancor più se ci si mostra spumeggianti come artisti ma poco convincenti come forza di governo. Se quello spazio lo avesse usato Luigi Di Maio, avrebbe avuto meno share ma raccolto più voti. A differenza delle politiche 2013, molti stavolta hanno votato non “per Grillo” ma “nonostante Grillo”, magari conquistati da Alessandro Di Battista a Bersaglio mobile o più ancora dalla efficacia del M5s come forza di opposizione autentica. Andare troppo tardi in tivù è stato un altro errore: forse all’inizio non erano pronti, ma il piccolo schermo non è certo morto. Renzi ha giocato sulla speranza contro la paura: una narrazione da asilo nido, ma Grillo gli ha permesso di farlo. Come gli ha permesso di insistere sulle semplificazioni dei “grillini che sanno solo dire di no” e che “hanno messo in frigorifero 9 milioni di voti”.

Gli scazzi in streaming con Renzi e il non voler vedere le carte del segretario Pd sono decisioni scellerate, che poi si pagano. Come si pagano gli attacchi sgangherati contro “l’uomo Napolitano” di Fabrizio Moro a Piazza San Giovanni. E la figura di Casaleggio continua ad essere percepita come respingente. Grillo e il Movimento hanno perso perché si sono sopravvalutati; perché non hanno ancora imparato che essere coerenti non significa essere talebani; perché oltre il 20-25% non possono andare; e perché hanno dimenticato che la maggioranza degli italiani, non appena sente parlare di “rivoluzione”, mette la mano alla fondina. E cerca subito una nuova balena bianca a cui consegnarsi placidamente.

Andrea Scanzi
Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it
27.06.2014

Democrazia Renziana (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 27/05/2014. Marco Travaglio attualità

Mentre prosegue festosa la corsa sul carro del vincitore, anzi è appena cominciata, trovo sul web (copyright Adriano Colafrancesco) una definizione che mi pare azzeccata: “Democrazia Renziana”. Matteo Renzi non è il nuovo Berlusconi: non aveva stallieri mafiosi, non stava nella P2, non ha alle spalle poteri criminali, non è miliardario, non è uomo di azienda, non possiede tv né giornali (che semmai gli si offrono spontaneamente, cioè italianamente). Ma la pancia di una certa Italia lo vede e lo sente come il nuovo Berlusconi, cioè come il nuovo messia, il salvatore della patria, il populista ridens con il sole in tasca e 80 euro in mano, l’uomo solo al comando nelle cui braccia gettarsi e del cui verbo ubriacarsi, un po’ per speranza un po’ per disperazione. Un Berluschino un po’ allergico ai controlli, alle critiche e ai sindacati, con qualche conflitto d’interessi fra gli amici, ma molto più giovane e meno ideologicamente connotato, più sbiadito e gelatinoso, dunque più trasversale. In una parola: democristiano. In senso tecnico, non deteriore. Bisogna infatti risalire agli anni 50, cioè all’apogeo del centrismo, per trovare un partito – la Dc – sopra il 40%.

Anche allora pochi dichiaravano di votarla, ma la votavano in tanti. Un partito-contenitore, un grande sughero galleggiante che ospitava a bordo tutto e il contrario di tutto, e lasciava fare a ciascuno i suoi comodi. Prospettiva molto più comoda e accattivante della quaresimale austerità berlingueriana, incautamente evocata da Grillo e Casaleggio nel paese del Carnevale perpetuo, anche quando non c’è nulla da ridere.

La Dc durò 40 anni, Berlusconi 20. Quanto durerà Renzi, o meglio l’innamoramento di una certa Italia per lui, dipende solo da lui (la distanza fra palazzo Venezia e piazzale Loreto è molto più breve di un tempo). Il suo governo – nato dall’accrocco fra un Pd al 25%, un Centro montiano uscito dalle urne un anno fa col 9 e un Nuovo Centro Destra dato dai sondaggi al 6-7 – ora è un monocolore pidino, anzi renzino, che s’è mangiato gli alleati. Ma che dovrà seguitare a fare i conti con un Parlamento che non rappresenta più le vere forze in campo e con una maggioranza votata domenica da appena il 27% degli elettori aventi diritto al voto. I partner ufficiali Alfano, Casini e Monti, per non estinguersi alle prossime urne, dovranno marcare le distanze dalle cosiddette “riforme”, Italicum e nuovo Senato, peraltro pessime. Così paradossalmente il Pd al massimo storico dovrà chiedere aiuto a un Berlusconi al minimo storico. E sappiamo bene che il soccorso azzurro non è mai gratis.

In questa crepa potrebbe infilarsi il M5S, se si decidesse a una seria autocritica dopo la batosta (prendersela con i pensionati allergici al cambiamento fa ridere). Non per ammorbidire la sua opposizione intransigente, che è ciò che chiedono i suoi 5,8 milioni di elettori rimasti. Ma per cambiare linguaggio e strategia. Il linguaggio che paga non è quello provocatorio e paradossale di Grillo (che, tradotto sui titoli di tg e giornali, diventa serio e truculento, spaventa la gente e non basta un’ospitata a Porta a Porta per cancellarne gli effetti), ma quello dei suoi parlamentari migliori (più concreto sulle cose fatte e quelle da fare), e anche quello autoironico del video di ieri. Quanto alla strategia, il “mandiamoli tutti a casa” funzionava contro D’Alema, Bersani, Letta jr. e gli altri brontosauri. Contro Renzi no, non basta. Renzi va sfidato e incalzato sui fatti. Anche perché domenica ha risolto tutti i suoi problemi, non certo quelli degli italiani. Quando, intervistato dal Fatto il 2 gennaio, invitò i 5Stelle al tavolo delle riforme, offrendo la rinuncia ai rimborsi elettorali, fu demenziale rispondere picche e non andare a vedere le carte, magari per smascherare l’eventuale bluff. E quando il mitico “popolo della Rete” costrinse Grillo ad accettare l’incontro in streaming con lui, non si aspettava certo il rifiuto totale di ascoltare e di rispondere, anche duramente, ma sul merito.

Ciò detto, meno male che M5S c’è: altrimenti anche noi, come la Francia e la Gran Bretagna, avremmo gli antieuropei xenofobi e lepenisti oltre il 20%. Pur nella cocente sconfitta, i 5Stelle si attestano su un 21% di voti d’opinione e non di scambio (non governando da nessuna parte, non hanno soldi né favori da elargire e promettere), che potrà aumentare se riusciranno a entrare in partita, imponendo alcune battaglie giuste a un Pd più che mai in cerca di sponde: com’è già avvenuto nei voti contro B. e Genovese, e contro la responsabilità civile diretta dei magistrati. Se aiutassero Renzi a lasciar perdere riforme assurde come l’Italicum e il Senato delle autonomie e a farne di migliori, sarebbe meglio per loro, per il Pd e per tutti. Questo in fondo chiedono gli elettori: una maggioranza purchessia, che però risolva i problemi . Ed esca finalmente dalla campagna elettorale. Al momento vale il detto di Kierkegaard: “La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma che cosa mangeremo domani”.

Ps. Alcuni presunti “colleghi”, abituati al giornalismo embeddede specializzati nello sport nazionale di osannare i governi e di massacrare le opposizioni, credono che chi prende più voti abbia sempre ragione (la ragione del più forte, quella del duce). Infatti per vent’anni hanno tenuto il sacco a B. e ai suoi finti oppositori. E ora pensano di aver vinto le elezioni, che noi avremmo perso. Spiace deluderli, ma noi del Fatto siamo giornalisti, non politici. Possiamo permetterci il lusso di votare per chi ci pare e poi di esercitare il nostro spirito critico nei confronti di tutti, senza confondere il consenso con la ragione e senza farci prendere dall’horror vacui se ci troviamo in minoranza. Non siamo più bravi, solo più fortunati: non abbiamo nulla da guadagnare dalla vittoria di questo né da perdere dalla sconfitta di quello, perché non abbiamo padroni. E neppure editori costretti a mendicare favori e fondi pubblici dal governo di turno per salvarsi dalla bancarotta. Infatti, diversamente da costoro, non abbiamo mai preteso di insegnare ai nostri lettori per chi devono votare. Noi perderemo le elezioni quando ci candideremo. Cioè mai.

Elezioni europee 2014, boom degli euroscettici. Juncker verso la presidenza

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Fatto Quotidiano del 26 maggio 2014 di Alessio Pisanò attualità
Successo dei partiti di destra, dal Front national all’Ukip, che però non sembrano intenzionati a unire le forze in Parlamento. Tracollo dei popolari, tenuti su dalla Cdu della Merkel, socialisti salvati dal Pd di Renzi. L’incognita sulle scelte dei Cinque Stelle. Il lussemburghese spinto dalla cancelliera tedesca probabile successore di Barroso alla guida della Commissione
Non è facile individuare una maggioranza all’interno del nuovo Parlamento europeo. I due principali gruppi, socialisti e popolari, escono dalle urne ridimensionati, crescono gli estremismi e fioccano i punti di domanda sulla collocazione di alcuni partiti europei. Il fronte euroscettico si aggiudica un bel po’ di seggi ma non farà fronte comune a Bruxelles. Una sola la certezza, o quasi: Jean-Claude Juncker dovrebbe essere il prossimo presidente della Commissione europea.

Boom euroscettico. Il risultato che fa più rumore è l’exploit dei partiti euroscettici in Europa, come il Front National in Francia, l’Ukip nel Regno Unito e l’Oevp in Austria. Percentuali in alcuni casi da capogiro che porteranno a Bruxelles e Strasburgo decine e decine di eurodeputati – solo il Front National circa 25. Una macchina da guerra che potrebbe inceppare veramente l’intero parlamento se solo fosse capace di unire le forze. Ma dopo il buon risultato oltre Manica, Nigel Farage (leader dell’Ukip) ha tutta intenzione di mantenere in vita il gruppo Europe of freedom and democracy – dato più o meno a 36 seggi – costituito nel 2009 insieme agli ex amici della Lega Nord (ogni gruppo politico deve essere composto da almeno 25 deputati provenienti da minimo 7 Paesi membri). Proprio la Lega ha fatto restare con il fiato sospeso Marine Le Pen, Geert Wilders e gli altri compagni no-Ue che costituiranno un nuovo fronte euroscettico duro e puro, contrario anche a quel mercato interno che Farage invece vuole conservare. Questo gruppo è dato ad oggi a 38 seggi.

Tracollo dei popolari. Il Ppe è il vero sconfitto di queste elezioni europee. Il partito del centrodestra europeo passa da 275 a 212 seggi e non viene sorpassato dal Pse solo per il pessimo score di alcuni partiti socialisti come il Pse di François Hollande (14,5 per cento). A tenere a galla i popolari è la corazzata Cdu tedesca (26 per cento) che si aggiudica una trentina di deputati e quindi la guida dell’intero gruppo politico. Questo vuol dire che se il Ppe vorrà tornare a dettare legge al Parlamento europeo dovrà per forza fare delle alleanze, probabilmente proprio con i rivali socialisti, visto che con l’estrema destra non può proprio dialogare.

Socialisti al bivio. I socialisti sono stati salvati a sorpresa dal Partito Democratico italiano, che con un inaspettato exploit elettorale, diventa la delegazione più importante dell’intero gruppo S&D, tanto che potrebbe pretenderne la presidenza o tentare addirittura la scalata alla Presidenza del Parlamento europeo con Gianni Pittella. Ma visto che i socialisti non hanno di certo sfondato, non superando quota 200 deputati, anche loro saranno costretti a fare alleanze. Ma con chi? In molti guardano a destra, alla cosiddetta Große Koalition con i popolari, ma potrebbero anche puntare a un’alleanza programmatica con altri gruppi minori, come i liberali, i verdi o la sinistra unita.

Reggono i verdi, scendono i liberali.
Sembrava potesse andare peggio, almeno per i Verdi. Gli ecologisti di Ska Keller si aggiudicano 55 seggi (58 nel 2009) grazie alla tenuta dei Die Grünen in Germania (11 per cento) e ai danni limitati negli altri Paesi. Accusano invece il colpo i liberali, che al di là dei buoni risultati in Danimarca e Paesi Bassi, perdono ben 15 deputati rispetto al 2009, passando da 85 a 70. Pesa la scomparsa dell’IdV italiana, che alle passate elezioni portò sette deputati tra le file dei liberali facendone il terzo gruppo del Parlamento europeo.

Conservatori sempre più no euro. Il gruppo dei conservatori Ecr, animato dai polacchi del PO e dai tories britannici, si aggiudica al momento 44 seggi (56 nel 2009) ma potrebbero crescere accogliendo i no euro tedeschi dell’AfD, il cosiddetto “partito dei professori” attestatosi al 6,5 per cento.

M5S e Podemos tra i punti interrogativi. Nonostante la sconfitta in Italia, il M5S si aggiudica una ventina di deputati e si trova adesso nella stessa situazione degli indignados spagnoli della formazione Podemos, arrivata a grande sorpresa all’8 per cento. Si tratta di due movimenti che, non avendo oggi alcun rappresentante a Bruxelles, devono decidere di quale formazione fare parte, una decisione che avrà delle conseguenze sugli equilibri dell’intera Aula. Un’alternativa sarebbe la creazione di un nuovo gruppo, secondo quanto è stato detto dallo stesso Grillo, ma per questo ci voglio almeno 25 membri provenienti dal almeno 7 Paesi membri.

Sinistra unita alla greca.
Il gruppo della sinistra europea Gue passa da 35 a 43 deputati grazie soprattutto all’ottimo score di Syriza in Grecia (oltre il 26 per cento). Gli eletti della lista italiana, qualora fosse confermato il superamento del 4 per cento, saranno tre e dovranno decidere se aderire a questo gruppo o, come suggerito da Vendola, confluire nei socialisti.

Juncker (forse) alla Commissione europea. Vista la vittoria complessiva dei popolari, il candidato Ppe dovrebbe essere indicato dal Consiglio europeo come successore di Barroso. Si tratta di Jean-Claude Juncker, lussemburghese ed ex presidente dell’Eurogruppo, il candidato voluto da Angela Merkel. Ma il condizionale è d’obbligo, visto che a Bruxelles si parla anche di qualche outsider come Chirstine Lagarde. La risposta definitiva arriverà martedì prossimo.

Ma mi faccia il piacere (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 26/05/2014. Marco Travaglio attualità

Messaggio di vino. “Grignani ubriaco sul palco di Pedrini” (la Repubblica, 24-5). I politici sul palco invece erano tutti sobrii. Ostellinus. “La Costituzione…, fintanto che è in vigore, la si rispetti… ”.

Soprattutto ad evitare di ridurla a flatus voci – direbbe Marx, a falsa coscienza – buona per tutte le stagioni” (Piero Ostellino, Corriere della sera, 24-5). O magari a flatus vocis, direbbero i latini e gli studenti non ripetenti.

Amorosi sensi. “Meglio non votare che votare Grillo” (Silvio Berlusconi, 23-5). “Votate chi volete: Pd, FI o Ncd. Ma il voto al M5S è sprecato” (Alessandra Moretti, Pd, 19-5). “Votatechivipare,manonmandateibuffoni in Europa” (Matteo Renzi, 18-5). La Grande Colazione.

Il non-eletto. “La legittimazione non mi arriva dalle elezioni europee” (Renzi, Corriere, 24-5). Se è per questo, neppure dalle elezioni italiane.

Agcomiche. “Chiedo all’Agcom di esprimersi sul plastico di Grillo a Porta a Porta” (Gero Grassi, Pd, 19-5). Urge commissione parlamentare d’inchiesta.

Papa e Papi. “Francesco mi piace, fa il Papa esattamente come l’avrei fatto io” (Berlusconi, 16-5). Francesco: “Silvio, mi hai tolto le parole di bocca: fai il pregiudicato esattamente come l’avrei fatto io”.

La fiaba del Merlo e del Pitone. “Grillo riproduceilTribunaledelpopolodelleBrigaterosse che uccisero Aldo Moro” (Francesco Merlo, la Repubblica, 22-5). “Grillo prepara la prigione del popolo” (il Giornale diretto da Alessandro Sallusti, 22-5). Perfetta identità di vedute. Sono soddisfazioni.

Non è golpe suo. “La rabbia di Silvio: quattro colpi di Stato” (la Repubblica, 15-5). Senza contare i suoi.

Casta Concordia. “Gli ho stretto la mano, ma nonl’horiconosciuto,nonsapevofosseFrancesco Schettino” (Filippo Bubbico, Pd, sottosegretario all’Interno, imputato per abuso d’ufficio, dopo l’incontro con l’ex capitano della Costa Concordia nella campagna elettorale a Meta di Sorrento, presente l’on. Umberto Del Basso de Caro, Pd, indagato per peculato, il Giornale, 23-5). Di solito si vedevano in tribunale.

Vincenzo ‘o Nazareno. “Quattro anni fa la gente della Campania dovette scegliere tra Gesù e Barabba e scelse Barabba. Tra un anno ci ritroveremo di nuovo: il popolo può sbagliare una volta, non due” (Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, a proposito della sua sconfitta alle regionali del 2010 contro il forzista Caldoro, 17-5). Gesù si nasce, e lui modestamente lo nacque.

Seduta spiritica. “Falcone non avrebbe mai firmato l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia” (Marcelle Padovani, giornalista, La Stampa,24-5).Anche perchè lo ammazzarono due settimane prima che cominciasse.

Occhio clinico. “Allarme per Frigerio in cella: è cieco e malato” (il Giornale, 24-5). Lo era già quando lo arrestavano vent’anni fa. Poi però le mazzette le vedeva benissimo.

Rondò Veneziani. “Mi ha commosso ed esaltato, depresso e divertito, sapere che ieri a Genova il professor Paolo Armaroli, illustre costituzionalista, in compagnia del professor Dino Cofrancesco, acuto studioso di dottrine politiche e del grande Alfredo Biondi, liberale e gentiluomo, mi ha proposto al capo dello Stato per il Senato a vita. Col vivo consenso della platea” (Marcello Veneziani, il Giornale, 24-5). Poi li hanno sedati.

UNA DOMENICA ALLE URNE UNA DOMENICA ALLE URNE “Troppi timbri, non puoi votare”

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Fatto Quotidiano del 26/05/2014 di Emiliano Liuzzi attualità
Può non essere semplice votare. Vedi Roma, leggi tessere elettorali. Un caos prevedibile, ma che arriva alle 18 di ieri: elettori in coda perché avevano la famigerata tessera timbrata e tutti in fila, manco fosse domenica a una cassa dell’Ikea. Oggi, il pove- ro sindaco Marino, nome di battesimo Ignazio, dovrà fare i conti anche con quelli che non sono riusciti a votare. Ha già messo le mani avanti: “C’è stato un lavoro molto inten- so, ringrazio tutti i dipenden- ti comunali che si sono adoperati perché i problemi venissero risolti. Non sono un esperto in giurisprudenza, ma penso che forse si sarebbe potuto anche accettare di far votare coloro che per qualche motivo non erano riusciti ad avere la tessera nuova e ave- vano tutti i riquadri occupati da timbri nella tessera elettorale”. L’attesa di ore è stata gestita con i numeri distribuiti a ma no da un commesso elettorale improvvisato. Problemi non potevano mancare nella domenica elettorale. E rientrano in quella serie di imprevisti prevedibili che sono ormai consuetudine, guai non ci fossero. Alle ultime elezioni in Sardegna lo spoglio, causa inceppo burocra- tico, è terminato a distanza di dieci giorni dalle elezioni. IMBRIGLIATO nelle code anche Nanni Moretti, che però ha reagito con stile: “Non sempre è colpa degli altri, anche noi potevamo pensarci prima”, ha risposto al croni- sta che chiedeva se non avesse aspettato troppo. Oltre al caos delle schede elet- torali, poi ci sono le distrazioni, chiamiamole cosi, co- me quella di Matteo Salvini, segretario della Lega nord, fo- tografato all’uscita dal seggio con il tablet in mano. Non si potrebbe, ma se è per questo andrebbero lasciati fuori an- che i telefoni cellulari, ma – presidenti di seggio scrupo- losi a parte –nessuno in realtà lo sottolinea. Perché la legge vieterebbe anche di filmarsi durante il voto. Non è stato così almeno per due elettori del Movimento cinque stelle che, non solo si sono filmati, ma hanno postato anche il video su youtube . “Io ho votato così”, il titolo. Perché tutto deve diventare un gioco e an- che perché le operazioni di voto in Italia, il caso Roma lo spiega bene, sono al livello di un Paese scarsamente industrializzato e per niente proiettato nel futuro: le tessere elettorali non avrebbero bisogno di timbri, al voto sia- mo tra i pochi al mondo che usano ancora la matita e le scuole devono chiudere per tre giorni ogni volta che si in- corre (spesso) in un’elezione. A Venezia, un uomo si è rifiutato di votare perché nell’aula di una scuola media di Noale, paese della provincia, era presente un crocifisso. A Foiano della Chiana, in provincia di Arezzo, un elet- tore è uscito dalla cabina so- stenendo di aver sbagliato a votare e di volere una seconda scheda. Il presidente ha spie- gato che non era possibile e l’uomo è andato su tutte le furie. E ALLORA armarsi di pazienza. Tanto la giornata di ieri, per i flash, era dedicata principalmente a Beppe Grillo, al seggio in scooter, accolto da uno striscione: “Grillo non fare la cicala, pensa alle for- miche del tuo paese”, appeso su un muraglione a pochi me- tri dal seggio elettorale dove ha votato il leader del dei cin- que stelle, a due passi dalla villa di Grillo tra il verde di Sant’Ilario, la collinetta affacciata sul mare di Genova. Nella giornata di oggi Grillo si sposterà a Milano, alla Casaleggio associati, per valutare i risultati e decidere se con- vocare una conferenza stam- pa o parlare agli elettori di- rettamente dal web. SILVIO Berlusconi, interdetto dai pubblici uffici, non ha potuto votare. Ci ha pensato la sua fidanzata, Francesca Pa- scale, di bianco vestita. Ha ba- ciato la scheda prima di de- porla nell’urna. Alcuni giornalisti hanno anche chiesto al presidente del seggio del liceo Visconti, dove Pascale ha votato, se fosse stato avvisato. No, è stata la risposta. “Si è presentata come una tra le tante”, e non si capisce il mo- tivo per cui non dovrebbe essere stato così. Pascale ha vo- tato a Roma perchè ha tra- sferito la sua residenza a Pa- lazzo Grazioli. Ad accompa- gnare la senatrice forzista e neo tesoriere del partito, Maria Rosaria Rossi, che ha votato qualche ora prima alla sezione di Cinecittà, è stato il capolista di Forza Italia per un seggio a Strasburgo nella circoscrizione al Centro, An- tonio Tajani. Dudù , segna- lano sempre i più informati, sarebbe rimasto ad Arcore insieme a Berlusconi. A Bologna, invece, ha votato Romano Prodi. L’ex premier è andato al seggio elettorale del liceo Galvani, in pieno centro. “Questo è un voto sull’Europa, ma l’Italia c’è dentro fino in fondo”, ha detto uscito dalla cabina elettorale. “Non abbiamo futuro fuori dall’Europa, quindi è un voto anche per noi”.

“LA SOLIDARIETÀ HA UN PREZZO” GERMANIA CONTRO TUTTI

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LA MERKEL RITIRA FUORI I ‘COMPITI A CASA’. SCHULZ CHIEDE IL VOTO PER P
ORTAREUN TEDESCO ALLA GUIDA DI BRUXELLES. ANCHE I CECHI DISERTANO LE URNE

Fatto Quotidiano del 25/05/2014 di Stefano Citati attualità
Il richiamo della patria potrebbe rivelarsi un boomerang per Martin Schulz, ex presidente dell’Europarlamento ora candidato socialdemocratico alla presidenza della Commissione Ue: il capò (per Berlusconi) o crapò (per Grillo) d’Europa. Nei manifesti del 59enne rena- no si ammonisce che “Solo se votate Schulz e la Spd (il partito socialdemocratico, ndr ) un tedesco potrà andare a capo della Commissione europea”. Non è solo Schulz a battere il tasto ‘nazionalista’. Durante la manife- stazione elettorale a Worms Renania), la cancelliera Angela Merkel ha ribadito la sua contrarietà agli aiuti incondizionati. “Noi siamo solidali, noi aiutiamo, ma chiediamo anche a quelli che hanno bisogno di aiuto che facciano i loro compiti a casa”, ha detto la leader cristiano-democratica. Merkel ha poi chiuso la campagna per le elezioni europee del suo par- tito Cdu con un appello alla so- luzione pacifica del conflitto in Ucraina e di altri conflitti. LA CANCELLIERA ha ricordato la nascita dell’Unione dopo la Seconda guerra mondiale e la disposizione alla pace serbata finora. “Il nostro compito ancora oggi – ha detto – è quello di continuare il lavoro per la pace e, proprio con lo sguardo rivolto all’Ucraina, continuare sempre a parlare con la Russia, ten- dere sempre la mano, anche se non siamo d’accordo su tutto”. Intanto i partiti europeisti sa- rebbero i vincitori delle elezioni europee nella Repubblica Ceca dove però si è registrata una bassa affluenza alle urne. È quanto è emerso dagli exit poll pubblicati dal giornale Dnes , dopo la chiusura nel primo po- meriggio dei seggi aperti ieri a mezzogiorno, secondo i quali il partito d’opposizione conservatore Top 09 sarebbe in testa con il 18%, incalzato dal partito socialdemocratico del premier Bohuslav Sobotka al 17%. Il partito anti-europeista e anti immigrati Usvit avrebbe ottenuto solo il 2%. Terzo si sarebbe piazzato il partito centrista del ministro delle Finanze Andrej Babis, anche questo europeista, con il 15,5%.Secondo l’ exit poll , l’affluenza alle urne sarebbe sta- ta appena del 20%, alle prece- denti elezioni europee, nel 2004 e nel 2009, l’affluenza era stata intorno al 28%. E in Gran Bretagna l’Ukip punta al “trionfo”,dopo esser divenuto primo partito nelle ammi- nistrative. Oggi il verdetto, dopo la chiusura dei seggi in tutti i 28 paesi Ue, quando verrà reso noto come il Regno Unito ha votato giovedì per il rinnovo dell’Europarlamento.

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