Partiti e tornati (Marco Travaglio).

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foto-marco-travaglio-servizio-pubblico-150x150Da Il Fatto Quotidiano del 26/05/2013. Marco Travaglio attualità

Per ora l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è solo un tweet di Enrico Letta che annuncia un disegno di legge che verrà esaminato dalle commissioni parlamentari competenti e poi, se nel frattempo non sarà caduto il governo o finita la legislatura, approderà nelle aule di Camera e Senato che dovranno discuterlo, emendarlo e infine approvarlo con doppia lettura conforme. Insomma, i titoli trionfalistici dei giornaloni (Repubblica : “Soldi ai partiti, stop entro luglio”, Corriere : “Letta: basta soldi ai partiti”, La Stampa: “Partiti, stop ai soldi pubblici”) sono la solita propaganda a un governo che finora non ha fatto altro se non promettere mari e monti senz’avere un soldo in cassa. Dipendesse dai giornali, Letta e i suoi ministri sarebbero disoccupati, perché l’Italia l’avrebbe già salvata il governo Monti a colpi di “Salva Italia”, “Semplifica Italia”, “Sviluppa Italia”, “Modernizza Italia”, “Cresci Italia”, piani per la crescita, agende e tavoli e road map delle riforme (ovviamente condivise), fasi-1 e fasi-2, spending review, superconsulenti, supersaggi e supercazzole. Insomma avrebbe rivoluzionato la sanità, la scuola, l’università, le infrastrutture e la pubblica amministrazione, sbaragliato la corruzione, l’evasione e la disoccupazione, varato la miglior legge elettorale di tutti i tempi. Ora il copione si ripete con i mirabolanti annunci del governo Letta, regolarmente seguiti dal nulla. Vedremo se i fondi ai partiti avranno una sorte diversa, nel qual caso lo riconosceremo con gioia, visto che furono abrogati già vent’anni fa dal referendum del ’93, subito annullato dalla legge-truffa che li fece rientrare dalla finestra sotto le mentite spoglie dei “rimborsi elettorali”. Da allora i partiti hanno incassato indebitamente 3 miliardi di euro solo per i “rimborsi”, cui però vanno aggiunte altre fonti di approvvigionamento: i contributi ai gruppi parlamentari e regionali, gli sgravi fiscali sulle donazioni dei privati, le agevolazioni postali, i soldi ai giornali di partito (veri o finti). Decenza e coerenza vorrebbero che i partiti di maggioranza, mentre annunciano una riforma così impegnativa, rinunciassero alla rata che sta per piovergli addosso per le scorse elezioni: 45,8 milioni al Pd, 38 al Pdl, 15 a Monti. Il tanto bistrattato M5S l’ha già fatto con i “suoi” (cioè nostri) 42,7. Non è difficile: basta non ritirarli. Perché non lo fanno? Perché l’annunciata abrogazione del finanziamento pubblico puzza tanto di fregatura, cioè di una legge che i rimborsi non li abolirà, ma li chiamerà con un altro nome. Il ddl non c’è ancora, ma già si sa che introdurrà il meccanismo dell’1 per mille sulla dichiarazione dei redditi, affinché i contribuenti possano devolvere una parte delle tasse ai partiti: non è chiaro se al proprio partito o a un unico bottino che le forze politiche si spartiranno in proporzione ai voti. Questa seconda ideona fu sperimentata nel 1999 col 4 per mille, ma quasi nessuno contribuì: un po’ perché non si poteva scegliere il partito da sostenere, un po’ perché i partiti stavano sulle palle agli elettori. In ogni caso, con l’1 per mille il gettito fiscale diminuirebbe per confluire in parte nelle casse di associazioni private quali sono i partiti: dunque sarebbe un’altra forma di finanziamento pubblico, non certo un’abrogazione. Non solo: il ddl confermerà gli sgravi fiscali del 26% sui contributi privati (70 volte superiori a quelli sulle donazioni benefiche), regalerà ai partiti sedi, spazi tv e spese postali gratuiti (cioè pagati da noi). E il nuovo sistema entrerà in vigore gradualmente in tre anni, perché i partiti vanno disintossicati poco per volta, come i drogati col metadone. Infine, nulla si sa del controllore (la Corte dei Conti o le Camere, cioè i partiti stessi che si coprono a vicenda?) né delle sanzioni: l’esclusione dalle elezioni, come in Germania, è respinta con orrore dal ministro Quagliariello. Ma allora, se chi viola la legge può candidarsi come se nulla fosse, perché dovrebbe rispettarla?

I pm: “Nove anni per Mori E le domande per il Colle DI MATTEO CHIEDE LA CONDANNA DEL GENERALE E DEL COLONNELLO OBINU (6 ANNI): “NEL ‘95 FECERO SALTARE L ’ARRESTO DI PROVENZANO”

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Fatto Quotidiano 25/05/2013 Sandra Rizza Palermo attualità

Nove anni di reclusione per il generale Mario Mori e sei anni per il colon- nello Mauro Obinu che il 31 ot- tobre del ’95 decisero di non fa- re irruzione nel casolare di Mezzojuso dove il boss Bernar- do Provenzano partecipava a un summit di mafia.Sono le richieste che il pm di Palermo, Nino Di Matteo, affiancato in aula dal procuratore Francesco Messineo e dall’aggiunto Vittorio Teresi, ha formulato ieri al termine della requisitoria nei confronti degli ufficiali del Ros accusati di favoreggiamento ag- gravato per la mancata cattura di Binnu che, tre anni dopo Ca- paci e via D’Amelio, girava in- disturbato per la Sicilia incassando quella che l’accusa ritiene la più significativa “cambiale” pagata dallo Stato nell’ambito della trattativa. “Mori e Obinu –ha detto il pm – hanno aiutato Provenzano non perché collusi, o perché aveva- no paura di Cosa Nostra, ma perché hanno adottato una scelta di politica criminale scia- gurata, cioè quella di fare prevalere le esigenze di mediazione tra Stato e mafia”. È la trattativa, infatti, il contesto nel quale Di Matteo inquadra la copertura istituzionale che gli ufficiali del Ros avrebbero offerto per quasi 15 anni a Provenzano, definito dal suo braccio destro Nino Giuffrè un boss “in missione per conto di Cosa Nostra’’. Per questo motivo, in aula, il pm si è dilungato a ricostruire i passag- gi istituzionaliattraverso iqua- li, dopo la strage di Capaci (e nell’illusione di fermare altri attentati), lo Stato scelse di “am – morbidire” il contrasto a Cosa Nostra, arrivando nel novem- bre ’93 al più significativo “se – gnale di distensione”ai boss del tritolo: la revoca di 334 provvedimenti di 41 bis. E non è tutto. Per evidenziare che Mori si è sempre mosso in sinergia con una cordata istitu- zionale intenzionata ad aprire strategicamente un dialogo con Cosa Nostra, la Procura di Palermo ha scoperto nuove carte in suo possesso sulla trattativa mafia-Stato, rivelando che l’ex consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio (scomparso un anno fa) potrebbe aver avuto un ruolo nelle manovre per la revoca del 41 bis, parte- cipando alla nominadi Francesco Di Maggio a vicecapo del Dap. A questo ruolo, forse inconsapevole, si riferisce verosi- milmente lo stesso D’Ambrosio nella lettera indirizzata il 18 giu- gno dell’anno scorso a Giorgio Napolitano, nella quale parla del timore di essere stato “un ingenuo scriba”utile a fungere da scudo “per indicibili accordi”, tra l’89 e il ’93. Ecco perché il pm Di Matteo, con i colleghi Rober- to Tartaglia e Francesco Del Be- ne (che da lunedì rappresenteranno la pubblica accusa nel processo sulla trattativa che si apre a Palermo), ha citato Napolitano come testimone, ri- chiamando proprio quella let- tera:alcapo delloStatointende chiedere cosa pensa di quei timori di D’Ambrosio che, quan- do Di Maggio venne nominato al Dap, lavorava al ministero della Giustizia come capo del- l’ufficio studi degli Affari pena- li, dov’era un collaboratore di Liliana Ferraro. NELLA TELEFONATA del 25 novembre 2011, intercettata tra il consigliere del Quirinale e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, è lo stesso D’Ambrosio a dire di aver “assistito personalmente”alla stesura del decreto, scritto nell’ufficio della Ferraro, per la nomina di Di Maggio al Dap. È ipotizzabile, dice ora il pm, che il ruolo di D’Ambrosio non fosse quello di un semplice testimone, ma che il futuro spin-doctor del Quirina- le avesse collaborato più attiva- mente, proprio come uno “scriba”, alla stesura di quel decreto. Su tutta la vicenda si allunga l’ombra di Mori: per Di Matteo, infatti, “D’Ambrosio dice a Mancino che contro il 41 bis c’e- rano Mori, polizia, Parisi, Scalfaro, e compagnia”. Il pm ha concluso così: “Mori e Obinu hanno tradito la fedeltà alla Costituzione e all’Arma: non è stato agevole affrontare un processo inteso come un processo a tutto il Ros, ma è scorretto de- finirlo un tentativo di riscrivere la storia. È un processo scaturito per necessità di giustizia”.

“Cacciato dalla Rai perché non volevo pagare le mazzette” TUTTI NEGANO, L ’AZIENDA IGNORA LE DENUNCE DEL PRODUTTORE, MA LA PROCURA DI ROMA INDAGA

corelFatto Quotidiano 25/05/2013 Marco Lillo attualità

La lettera che imbarazza la Rai è stata spedita ai capigrup- po di tutti i partiti, al ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni e a quello dello Sviluppo Flavio Zanonato ieri sera. Il produttore Piero Di Lo- renzo, fondatore della Ldm Comunicazione, denuncia di avere ricevuto richieste di denaro e favori da alcuni dirigenti della società controllata dal Mi- nistero dell’economia. La lette- ra del produttore ha un oggetto eloquente “’tangenti’ in Rai” e ricapitola così i fatti: “Il sotto- scritto ha denunciato alcuni dirigenti Rai che gli hanno chiesto tangenti e fino a quando si è limitato a informare, dando l’impressione di non spingere oltre e di non pretendere giu- stizia ma di accontentarsi di la- vorare, ha potuto continuare tranquillamente proficui rap- porti di fornitura editoriale alla Rai. Quando la richiesta è stata reiterata con troppa convinzio- ne, la gestione del moralizzatore Luigi Gubitosi ha reagito cancellando di fatto l’azienda dal panel dei fornitori”. Risul- tato: “l’azzeramento del fattu- rato che al momento delle denunce era di 18 milioni di eu- ro”. DI LORENZO CHIEDE alla politica di intervenire. “Sono anni che il sottoscritto afferma che gli sono state chieste delle tan- genti indicando nome, cogno- me e date e, avendo rifiutato ha subito ritorsioni gravissime, e nessuno ha mai preso l’iniziativa per approfondire”. Di Lorenzo il 22 ottobre del 2012 ave- va già scritto al presidente Rai Anna Maria Tarantola e al di- rettore generale Luigi Gubitosi. Al d.g., Di Lorenzo racconta ri- chieste di mazzette e vessazioni che sono finite all’attenzione dei pm di Roma. “Agli inizi di settembre 2006 il capostruttura di Rai uno Giampiero Raveggi (ora in pensione) delegato per la vigilanza sui programmi pro- dotti dalla Ldm comunicazione S.p.A., mi chiese ‘in prestito’ dei soldi (5 mila euro), ma ben pre- sto capii che non voleva un pre- stito ma una tangente sui bud- get che doveva approvare [...] Siccome rifiutai sdegnosamen- te la proposta, il Raveggi cominciò a porre in essere una se- rie di ritorsioni”. Prosegue la lettera: “Il 6 maggio del 2008, dopo una serie infinita di inutili zioni svolte all’interno delle strutture Rai, lo scrivente denunciò alla magistratura il Ra- veggi ipotizzando il reato di estorsione”. Di Lorenzo allega la denuncia e sostiene di non avere avuto notizia dell’archiviazione dell’indagine. Effetti- vamente la Procura di Roma si sta ancora occupando delle sue denunce confluite in un fasci- colo più ampio del quale nulla si sa ufficialmente. Il produttore racconta poi a Gubitosi di avere informato il direttore di Rai uno di allora: Fabrizio Del Noce, “chiedendogli di sottrarre la Ldm alla ‘vigilanza’ delinquenziale del Ra- veggi. [...] La risposta incredibile di Del Noce fu che non in- tendeva sostituirlo perché, essendo ‘garantista’, intendeva aspettare la fine del procedimento giudiziario”. Di Lorenzo sostiene nella lettera di avere messo al corrente delle richieste ricevute da Raveggi anche i due direttori generali che hanno preceduto Gubitosi: Claudio Cappon e Lorenza Lei. “Ma ovviamente”, conclude Di Loren- zo, “non accadde nulla”. Fonti vicine alla direzione generale della Rai replicano: “Appena ri- cevuta la lettera presidente e dg hanno chiesto un audit approfondito dal quale non è emerso nulla. Anzi in molti casi è emer- so documentalmente il contrario di quanto affermato”. Al Fa t to , Gianpiero Raveggi dice: “Iosono uscitodallaRaior- mai quattro anni fa. L’audit non trovò nulla di rilevante”. Di Lo- renzo nella sua lettera si lamen- ta della responsabile risorse televisive, Chiara Calvagni: “La signora sì è sposata con il settantenne Raveggi che, dopo due anni da pensionato, è stato improvvisamente scoperto dalla Endemol (pochi mesi prima del matrimonio con la Calvagni) che ha ritenuto di non poter fa- re a meno della sua consulenza”. Poi Di Lorenzo accenna a un possibile conflitto di interessi: “la figlia della dottoressa Cavagni è entrata a far parte dell’organico della Società di ma- nagement ‘Parole & dintorni’ fino a diventarne vicedirettore, (il nome con la qualifica fu prontamente rimosso dal sito Internet quando il sottoscritto segnalò la cosa alla direzione generale Rai) (…) La cosa è un po’ strana se si pensa che la so- cietà in questione è una vera e propria controparte della Rai e della Calvagni delegata dalla RAI per le trattative con gli ar- tisti rappresentati dalla stessa Società”. Chiara Calvagni repli- ca: “L’internal audit della Rai ha approfondito tutte le cose scrit- te da Di Lorenzo contro di me e tanti altri. Non c’è nulla di ri- scontrato. Alcune cose sono smentite dagli accertamenti. Non posso parlare, si rivolga al- la direzione, ma non c’è nulla, mi creda”. TRA I SUOI NEMICI in Rai, Di Lorenzo cita anche il dirigente Chicco Agnese, responsabile palinsesti di Rai uno: per “Ciak si canta” “mi aveva chiesto di intercedere perfar lavorareil su giovane figlio che desiderava fare l’operatore di clip esterne”. Secondo Di Lorenzo, la richiesta sarebbe stata altissima, ad- dirittura 6 mila euro a clip. Chicco Agnese replica: “Tutto falso. Io ho consegnato all’audit della Rai, nell’autunno del 2012 una mail nella quale l’agente di mio figlio, che è un professiosta affermato, chiese solo 1.500 euro. Sono andato in pensione dopo 35 anni e sono stato vicedirettore di Rai 3 con sei di- rettori, fino a Ruffini. Non avrei sputtanato una carriera alla soglia della pensione per quattro soldi”. Di Lorenzo, nella lettera a Gu- bitosi, elenca tutti i boicottaggi subiti ma l’audit della Rai non ha trovato riscontri alle sue ac- cuse e non ha elevato contesta ioni. Le carte però in questi ca- si vengono comunque trasmes- se alla Procura di Roma. A pre- scindere dall’esito del procedimento penale di Roma, con la sua lettera il produttore cerca di trasformare la sua storia in un caso politico. La lettera ai mi- nistri e ai capigruppo recapitata ieri sarà la prima grana per la Commissione diVigilanza Rai. Magari guidata per la prima volta da un presidente grillino.

ECCO CHE COSA VUOLE DA NOI E (PERCHE’) IL DEPUTATO IRPINO CARLO SIBILIA

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liberi-pensieri.info 23 maggio, 2013 DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI attualità
Oggi, il premier Enrico Letta è a Bruxelles, in teoria, a sostenere la inderogabile necessità per la nazione di avviare finalmente un immediato piano di investimenti per il rilancio dell’economia, chiedendo da subito e con urgenza l’allentamento degli obblighi fiscali imposti dalla Troika, aprendo un tavolo di chiara discussione aperta a tutte le nazioni della zona euro, con il fine di rinegoziare il Fiscal Compact, un dispositivo che aiuta le banche e penalizza le imprese, affonda gli Stati e penalizza le popolazioni; deindustrializza le nazioni e arricchisce i colossi finanziari multinazionali. Lui, ufficialmente, è la nostra bandiera.
Ieri, alla Camera dei deputati, l’on. Carlo Sibilia –distretto Irpinia, regione Campania- deputato del gruppo M5s, eletto il 7 maggio 2013 alla carica di segretario della commissione esteri di cui l’on. Alessandro Di Battista è vice-presidente, ha fatto una interrogazione parlamentare rivolgendosi direttamente a Enrico Letta chiedendogli (e chiedendolo a nome di tutti gli italiani) come sia possibile che un individuo membro del gruppo Bilderberg e della Trilateral, che rappresentano gli interessi delle banche internazionali e dei colossi finanziari-mediatici, possa avere la libertà di movimento necessaria per simile operazione. Trovate l’intero video su youtube (http//www.youtube.com/watch%3Fv%3D0CVzm-4nLuo).

Il quotidiano la repubblica, nel presentare la notizia sul suo sito online, questa mattina, ha “scelto” di prendere in giro le affermazioni del deputato Sibilia, sottolineando il richiamo da parte di Marina Sereni del PD che lo ha più volte redarguito (Sibilia usava l’espressione “signor Letta”) invitandolo a “usare una forma più appropriata”. Ecco qui di seguito la notizia commentata sul sito ,www.italiaincrisi.it a firma Felice Marra.

Repubblica fa lo scoop sul richiamo al grillino invece di mostrare i contenuti scomodi riguardo Letta e BilderbergMay. 21 Io veramente non ho parole… Repubblica invece di parlare dell’importantissimo e scomodissimo discorso che Sibilia ha fatto nei confronti di Letta e del coinvolgimento di gran parte dei punti chiave del governo al Gruppo Bilderberg rovescia la frittata e fa lo scoop sul fatto che il grillino è stato “sgridato”. Ancora una volta questo giornale si dimostra di essere complice dello sfascio di questo paese. Ecco come presentano il video nella didascalia sul sito: “Siparietto alla Camera durante le comunicazioni del presidente del Consiglio Enrico Letta in vista del Consiglio europeo. Nel suo intervento il deputato del Movimento 5 stelle, Carlo Sibilia, si rivolge più volte al premier chiamandolo “signor Letta”. La vicepresidente della Camera, Marina Sereni, interrompe l’esponente grillino e lo invita a rivolgersi al presidente del Consiglio “in maniera appropriata””

Sempre sullo stesso sito, veniva presentata in rete la nomina di Sibilia in un articolo pubblicato in data 8 maggio 2103: Il deputato del Movimento 5 Stelle, Carlo Sibilia, è stato eletto segretario della Commissione Affari Esteri della Camera, una delle più importanti tra le quattordici permanenti. Si tratta di un ponte istituzionale tra l’Italia e il resto del mondo per quanto riguarda i delicati temi dei diritti civili, dello sviluppo economico, della diffusione della pace, della cooperazione, delle relazioni politiche tra Stati. “Uno dei primi impegni riguarderà la ratifica del trattato di Istanbul contro la violenza sulle donne. Siamo, invece, impegnati fin da subito nell’approfondimento dei grandi temi economici cui sono legati a doppio filo le sorti di molti Paesi. Per questo è già stato programmato un incontro che terremo con il Ministro degli Esteri, Emma Bonino, il 15 maggio” – dichiara il deputato Sibilia, che sarà in Commissione con Alessandro Di Battista, eletto vicepresidente sempre tra le fila del Movimento. Viva soddisfazione è espressa dal gruppo attivo avellinese che augura al cittadino Sibilia un proficuo lavoro. .www.affariitaliani.it/campania/m5s

Ecco come sul sito http://www.irpiniaoggi.it veniva data, invece, informazione al pubblico campano sulle idee e progetti del deputato irpino, in un articolo firmato Pasqualino Magliaro, un giornalista autonomo indipendente.

M5s, Carlo Sibilia da onorevole a cittadino

Lunedì, 29 aprile 2013 – 10:01:00 Per far nascere la Terza Repubblica uno dei nodi da analizzare con gran cura sarà di sicuro quello della diminuzione dei privilegi parlamentari. Un travaglio più volte affrontato ma che non ha mai generato qualcosa di concreto che sia riuscito a soddisfare quella parte di cittadinanza che ormai nella politica e nei suoi finti sforzi non crede più. I nuovi presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, hanno annunciato nelle settimane passate i primi passi per “tagliare il superfluo” iniziando dalle loro cariche. Ma i nuovi parlamentari cosa ne pensano? Promesse e buoni propositi non giungono nemmeno più all’orecchio di chi è stanco di ascoltarle convinto che rimangano tali. E così diventa curioso e fa inevitabilmente notizia quando un nuovo inquilino degli scranni del potere decide di sua spontanea volontà di “cancellare” il titolo che gli spetta da volere popolare. Carlo Sibilia, eletto deputato nella circoscrizione Campania 2, ha le idee chiare: “le promesse vanno mantenute e questo è solo un gesto che dimostra quello che abbiamo sempre sostenuto nei confronti dei cittadini”. Il giovane deputato irpino si riferisce a un piccolo gesto che fa rumore: quello di cancellare con proprio pugno il titolo di Onorevole dalla porta del suo ufficio alla camera e sostituirlo con il titolo, più comune, di cittadino. Il Movimento 5 stelle si fa da sempre portavoce principale del nodo “casta politica” e mentre il Governo ancora deve insediarsi qualcosa già si è fatto. “Denoto che i privilegi alla Camera riguardano soprattutto le indennità di carica che non si riesce a scardinare – continua il cittadino Sibilia – Abbiamo fatto una proposta, con il nostro ufficio di presidenza, molto chiara, diminuire il compenso dei parlamentari a quello del codice di comportamento del M5S adeguandolo anche agli altri parlamentari. Al momento siamo riusciti ad ottenere un taglio del 25% sull’indennità di carica”. Il tour tra i privilegi parlamentari e ricco di strade e panorami non del tutto conosciuti spesso “abilmente mascherati” e a tratti sconcertanti come lo spettacolo di auto blu, presenti nei parcheggi intorno ai palazzi del potere, che Sibilia definisce “Vergognoso”. Il gesto di Sibilia, che sulla sua pagina facebook non è privo di attacchi, è stato ripreso anche da qualche suo collega appartenente sempre al Movimento 5 stelle mentre da parte dalle altre forze politiche sembra non arrivare nessun segnale: “erano forse impegnati nell’inciucio – sottolinea Sibilia – in verità gli altri parlamentari li ho visti pochissime volte in aula mentre noi siamo sempre all’interno del palazzo a lavorare la loro presenza per ora si è limitata quasi alle sole votazioni”.

Pasqualino Magliaro

Leggete, pensateci, riflettete e fatevi una vostra idea personale.

Ciò che importa è che sia la vostra.

Si comincia da qui a costruire la propria libertà individuale di cittadini pensanti.
Sergio Di Cori Modigliani
Fonte: http://www.liberi-pensieri.info
Link: http://www.liberi-pensieri.info/2013/05/ecco-che-cosa-vuole-da-noi-e-perche-il-deputato-irpino-carlo-sibilia/

Oggi, il premier Enrico Letta è a Bruxelles, in teoria, a sostenere la inderogabile necessità per la nazione di avviare finalmente un immediato piano di investimenti per il rilancio dell’economia, chiedendo da subito e con urgenza l’allentamento degli obblighi fiscali imposti dalla Troika, aprendo un tavolo di chiara discussione aperta a tutte le nazioni della zona euro, con il fine di rinegoziare il Fiscal Compact, un dispositivo che aiuta le banche e penalizza le imprese, affonda gli Stati e penalizza le popolazioni; deindustrializza le nazioni e arricchisce i colossi finanziari multinazionali. Lui, ufficialmente, è la nostra bandiera.
Ieri, alla Camera dei deputati, l’on. Carlo Sibilia –distretto Irpinia, regione Campania- deputato del gruppo M5s, eletto il 7 maggio 2013 alla carica di segretario della commissione esteri di cui l’on. Alessandro Di Battista è vice-presidente, ha fatto una interrogazione parlamentare rivolgendosi direttamente a Enrico Letta chiedendogli (e chiedendolo a nome di tutti gli italiani) come sia possibile che un individuo membro del gruppo Bilderberg e della Trilateral, che rappresentano gli interessi delle banche internazionali e dei colossi finanziari-mediatici, possa avere la libertà di movimento necessaria per simile operazione. Trovate l’intero video su youtube (http//www.youtube.com/watch%3Fv%3D0CVzm-4nLuo).

Il quotidiano la repubblica, nel presentare la notizia sul suo sito online, questa mattina, ha “scelto” di prendere in giro le affermazioni del deputato Sibilia, sottolineando il richiamo da parte di Marina Sereni del PD che lo ha più volte redarguito (Sibilia usava l’espressione “signor Letta”) invitandolo a “usare una forma più appropriata”. Ecco qui di seguito la notizia commentata sul sito http://www.italiaincrisi.it, a firma Felice Marra.

Repubblica fa lo scoop sul richiamo al grillino invece di mostrare i contenuti scomodi riguardo Letta e Bilderberg

May. 21 Io veramente non ho parole… Repubblica invece di parlare dell’importantissimo e scomodissimo discorso che Sibilia ha fatto nei confronti di Letta e del coinvolgimento di gran parte dei punti chiave del governo al Gruppo Bilderberg rovescia la frittata e fa lo scoop sul fatto che il grillino è stato “sgridato”. Ancora una volta questo giornale si dimostra di essere complice dello sfascio di questo paese. Ecco come presentano il video nella didascalia sul sito: “Siparietto alla Camera durante le comunicazioni del presidente del Consiglio Enrico Letta in vista del Consiglio europeo. Nel suo intervento il deputato del Movimento 5 stelle, Carlo Sibilia, si rivolge più volte al premier chiamandolo “signor Letta”. La vicepresidente della Camera, Marina Sereni, interrompe l’esponente grillino e lo invita a rivolgersi al presidente del Consiglio “in maniera appropriata””

Sempre sullo stesso sito, veniva presentata in rete la nomina di Sibilia in un articolo pubblicato in data 8 maggio 2103: Il deputato del Movimento 5 Stelle, Carlo Sibilia, è stato eletto segretario della Commissione Affari Esteri della Camera, una delle più importanti tra le quattordici permanenti. Si tratta di un ponte istituzionale tra l’Italia e il resto del mondo per quanto riguarda i delicati temi dei diritti civili, dello sviluppo economico, della diffusione della pace, della cooperazione, delle relazioni politiche tra Stati. “Uno dei primi impegni riguarderà la ratifica del trattato di Istanbul contro la violenza sulle donne. Siamo, invece, impegnati fin da subito nell’approfondimento dei grandi temi economici cui sono legati a doppio filo le sorti di molti Paesi. Per questo è già stato programmato un incontro che terremo con il Ministro degli Esteri, Emma Bonino, il 15 maggio” – dichiara il deputato Sibilia, che sarà in Commissione con Alessandro Di Battista, eletto vicepresidente sempre tra le fila del Movimento. Viva soddisfazione è espressa dal gruppo attivo avellinese che augura al cittadino Sibilia un proficuo lavoro..www.affariitaliani.it/campania/m5s

Ecco come sul sito http://www.irpiniaoggi.it veniva data, invece, informazione al pubblico campano sulle idee e progetti del deputato irpino, in un articolo firmato Pasqualino Magliaro, un giornalista autonomo indipendente.

M5s, Carlo Sibilia da onorevole a cittadino

Lunedì, 29 aprile 2013 – 10:01:00 Per far nascere la Terza Repubblica uno dei nodi da analizzare con gran cura sarà di sicuro quello della diminuzione dei privilegi parlamentari. Un travaglio più volte affrontato ma che non ha mai generato qualcosa di concreto che sia riuscito a soddisfare quella parte di cittadinanza che ormai nella politica e nei suoi finti sforzi non crede più. I nuovi presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, hanno annunciato nelle settimane passate i primi passi per “tagliare il superfluo” iniziando dalle loro cariche. Ma i nuovi parlamentari cosa ne pensano? Promesse e buoni propositi non giungono nemmeno più all’orecchio di chi è stanco di ascoltarle convinto che rimangano tali. E così diventa curioso e fa inevitabilmente notizia quando un nuovo inquilino degli scranni del potere decide di sua spontanea volontà di “cancellare” il titolo che gli spetta da volere popolare. Carlo Sibilia, eletto deputato nella circoscrizione Campania 2, ha le idee chiare: “le promesse vanno mantenute e questo è solo un gesto che dimostra quello che abbiamo sempre sostenuto nei confronti dei cittadini”. Il giovane deputato irpino si riferisce a un piccolo gesto che fa rumore: quello di cancellare con proprio pugno il titolo di Onorevole dalla porta del suo ufficio alla camera e sostituirlo con il titolo, più comune, di cittadino. Il Movimento 5 stelle si fa da sempre portavoce principale del nodo “casta politica” e mentre il Governo ancora deve insediarsi qualcosa già si è fatto. “Denoto che i privilegi alla Camera riguardano soprattutto le indennità di carica che non si riesce a scardinare – continua il cittadino Sibilia – Abbiamo fatto una proposta, con il nostro ufficio di presidenza, molto chiara, diminuire il compenso dei parlamentari a quello del codice di comportamento del M5S adeguandolo anche agli altri parlamentari. Al momento siamo riusciti ad ottenere un taglio del 25% sull’indennità di carica”. Il tour tra i privilegi parlamentari e ricco di strade e panorami non del tutto conosciuti spesso “abilmente mascherati” e a tratti sconcertanti come lo spettacolo di auto blu, presenti nei parcheggi intorno ai palazzi del potere, che Sibilia definisce “Vergognoso”. Il gesto di Sibilia, che sulla sua pagina facebook non è privo di attacchi, è stato ripreso anche da qualche suo collega appartenente sempre al Movimento 5 stelle mentre da parte dalle altre forze politiche sembra non arrivare nessun segnale: “erano forse impegnati nell’inciucio – sottolinea Sibilia – in verità gli altri parlamentari li ho visti pochissime volte in aula mentre noi siamo sempre all’interno del palazzo a lavorare la loro presenza per ora si è limitata quasi alle sole votazioni”.

Pasqualino Magliaro

Leggete, pensateci, riflettete e fatevi una vostra idea personale.

Ciò che importa è che sia la vostra.

Si comincia da qui a costruire la propria libertà individuale di cittadini pensanti.
Sergio Di Cori Modigliani
Fonte: http://www.liberi-pensieri.info
Link: http://www.liberi-pensieri.info/2013/05/ecco-che-cosa-vuole-da-noi-e-perche-il-deputato-irpino-carlo-sibilia/

L’Economist ai leader europei: “Sonnambuli”

corelIl prestigioso settimanale mette in copertina i primi ministri (tra cui Letta) guidati da Merkel. E non risparmia critiche. Sottotitolo: “In attesa del disastro europeo”.
LONDRA (WSI) – La fase acuta della crisi è passata, non si parla più di dissoluzione dell’euro, ma i leader europei marciano come sonnambuli verso l’orlo del precipizio. E’ la tesi sostenuta fin dalla copertina dall’edizione di questa settimana dell’ Economist, che mostra Angela Merkel in testa ad un drappello con Hollande, Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla sua sinistra e Draghi, Letta e Samaras alla sua destra: tutti in marcia verso un precipizio. Titolo: ‘The sleepwalkers’ (‘i sonnambuli’, appunto). Sottotitolo: in attesa di un disastro europeo.

Nell’editoriale del settimanale economico britannico si osserva che in generale che “la somma dell’indebitamento di governi, privati e imprese è ancora eccessivo”, che “le banche sono sottocapitalizzate e gli investitori internazionali si preoccupano per le perdite ancora da determinare” e che se anche “gli interessi sono bassi, le aziende dell’Europa del sud soffrono per una crudele stretta creditizia”.

L’Economist scrive anche che “i mercati finanziari sono stati anestetizzati da quando Mario Draghi ha promesso ‘di fare qualsiasi cosa serva’ per proteggere l’euro del collasso” e che la mossa del presidente della Bce ha dato sia tempo che mezzi per combattere la speculazione. Ma al contrario i leader politici non riescono a trovare una via di uscita per “riforme ordinate”.

“E se i leader dell’eurozona inciampassero? Come il Giappone – conclude l’Economist – l’Europa sarà in ombra per gli anni a venire. Il costo sarà misurato in termini di disillusione, comunità sociali arrugginite e vite sprecate. Ma a differenza del Giappone, l’Eurozona non ha coesione. Per tutto il tempo che stagnazione e recessione stresseranno la democrazia, l’eurozona rischia un fatale rigetto popolare. Se i sonnambuli tengono alla loro valuta e alla loro gente, devono svegliarsi”. (RaiNews24)

Metodo Jolie (Marco Travaglio).

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Da Il Fatto Quotidiano del 25/05/2013. Marco Travaglio attualità

L’altra sera, ascoltando le parole di Walter Veltroni a Servizio Pubblico sulla trattativa e su B. e i silenzi del Pd sulle sentenze della Corte d’appello di Milano sui diritti Mediaset e della Cassazione sul no al trasloco dei processi a Brescia, mi ronzava in testa una domanda: ma cosa potrà mai dire il Pd, casomai esista ancora, quando si tornerà a votare? Non potrà criticare il governo precedente: è presieduto dal suo Letta. Non potrà attaccare B.: è suo alleato. Non potrà neppure sfiorare il conflitto d’interessi: anche stavolta non ha neppure provato a risolverlo per legge, anzi si accinge a calpestare per la sesta volta la 361/1957. Non potrà promettere norme più severe contro le tangenti: l’unica legge che ha contribuito a partorire in vent’anni è quella che ha ridotto le pene e la prescrizione della concussione per induzione, salvando Penati e risparmiando a B. guai peggiori nel processo Ruby. Non potrà nemmeno impegnarsi a combattere l’evasione, il riciclaggio e la criminalità organizzata: anche su questi tre fronti – cruciali non solo per la legalità, ma anche per il recupero di enormi bottini – l’alleanza Pd-Pdl non produrrà nulla di nulla. Non potrà rivendicare la “questione morale”, dopo aver mandato al governo due imputati come De Luca e Bubbico (mentre il Pd indicava miracolosamente solo ministri intonsi da processi), votato l’imputato Formigoni a presidente della commissione Agricoltura e garantito l’elezione di Nitto Palma al vertice della commissione Giustizia, onde evitare visite notturne del fantasma incazzatissimo di Enrico Berlinguer. Anche le parole “mafia” e “P2” saranno ovviamente proibite, dopo la festosa alleanza col partito fondato da Dell’Utri; dopo la difesa degli imputati Conso e Mancino accusati di falsa testimonianza sulla trattativa e dei maneggi di Napolitano contro le indagini; e dopo l’elezione del piduista Cicchitto al vertice della commissione Esteri per migliorare le esportazioni. Bandita anche la parola “ambiente”, impronunciabile dopo le battaglie campali in difesa dei Riva e di quella cloaca che è l’Ilva. Insomma quasi tutte le battaglie tipiche della sinistra italiana, che aveva avuto la fortuna di poterle combattere per decenni in esclusiva, almeno a parole, grazie a una destra impresentabile, le saranno precluse per motivi di decenza. Dunque alle prossime elezioni, che si terranno quando B. deciderà che gli conviene staccare la spina al governo, avremo una sinistra afasica, o meglio ancor più afasica di sempre, che non potrà dire nulla perché non avrà nulla da dire e regalerà a Grillo tutte le sue parole d’ordine storiche. Dall’altra parte imperverserà B., loquacissimo contro “la sinistra delle tasse”: anche perché in autunno cadrà la maschera dell’Imu e si capirà che l’annunciata (molto incautamente) abrogazione dell’imposta sulla prima casa era solo un ridicolo rinvio di pochi mesi. E tutto ciò non accadrà a sorpresa, ma in seguito a precise scelte politiche che Veltroni l’altra sera, a parte alcuni vuoti mnemonici davvero allarmanti, ha avuto il merito di illustrare e rivendicare: “Siamo andati al governo con B. perché l’alternativa era tornare al voto e far vincere B.”; “Votando l’ineleggibilità di B. alimenteremmo l’antiberlusconismo di cui B. da sempre si nutre per vincere”. A parte il fatto che, se B. fosse dichiarato ineleggibile, non potrebbe vincere, resta da capire perché mai B. abbia vinto per vent’anni contro un centrosinistra che meno antiberlusconiano non si poteva. Ma è probabile che il Pd abbia scelto il metodo Angelina Jolie che, temendo un tumore ai seni, se li è fatti asportare. Siccome B. potrebbe andare al governo dopo le prossime elezioni, tanto vale portarcelo subito noi. E siccome alle prossime elezioni potremmo perdere i nostri elettori rimasti, li mettiamo in fuga subito e ci leviamo il pensiero. Come quel tale che, temendo di diventare impotente, si evirò. Furbo, lui.

Crozza nel Paese delle Meraviglie – L’ultima puntata del 24 maggio 2013


(Ministero dello sviluppo) Non si trovano i soldi neppure per le ristrutturazioni edilizie

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Fatto Quotidiano 24/05/2013 di Marco Palombi attualità

Siamo alle solite. I ministri competenti vanno in giro a promettere cose, il Parlamento vota meditate mozioni, ma quando si tratta di trovare i soldi persino una spesa tutto sommato minore diventa un problema insormontabile. La pietra del contendere stavolta sono i bonus fiscali per i lavori di efficienza energetica e le ristrutturazioni edilizie: le detrazioni – rispet – tivamente al 55% e al 50% – rischiano di scomparire dal 1luglio se non verranno rifinanziate dal governo (quella sulle ristrutturazioni, in realtà, tornerebbe al 36%). Tutti vogliono il provvedimento: la maggioranza, il ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato che ieri ne ha annunciato l’arrivo al Consiglio dei ministri di oggi davanti alla platea di Confindustria, i costruttori e persino il Tesoro, perché l’impatto di questo provvedimento sui conti è positivo (alla fine entrano più soldi tra Iva e tasse di quanti ne costi la detrazione in mancato gettito). Solo che il bilancio dello Stato è talmente bloccato che anche gli spiccioli generano trattative infernali, riunioni a palazzo Chigi con ministri che vanno e vengono, previsioni contrapposte e un gene- rale clima di incertezza. A suo tempo il ministro per lo Sviluppo aveva parlato di un provvedi- mento dal costo complessivo di 300 milioni per il secondo semestre 2013, poi scesi a duecento (l’Imu sulla prima casa, per capirci, costa 4 miliardi). Non solo: “Tra il 1998 e il 2012 lo Stato italiano ha incassato dall’attività avviata con gli incentivi 49,5 miliardi di euro, a fronte di minor gettito maturato pari a 31,7 miliardi di euro – sostiene il centro studi della Cna – Il saldo al 2012 è quindi positivo per 17,8 miliardi di eu- ro, oltre due dei quali solo l’anno scorso”. Un provvedimento re- lativamente poco costoso e assai remunerativo che però non si riesce a fare: è così che si declina nella pratica il dogma del 3% di deficit in rapporto al Pil. “Stiamo lavorando sulle coperture” dice il sottosegretario Pd Pier Paolo Baretta. Quel che è certo, al momento, è che il decreto sul tema non è stato inserito all’ordine del gior- no: “Se il ministro Fabrizio Saccomanni arriva con i soldi lo facciamo, altrimenti no”, spiega una fonte di governo. L’ultima suggestione del- la serata è che il tutto sarebbe rinviato ad un ennesimo “decreto per la crescita” da appro- vare a giugno.

CONFINDUSTRIA, BUROCRATI IN LOTTA PER SOPRAVVIVERE SQUINZI PESSIMISTA, CHIEDE INTERVENTI AL GOVERNO INCLUSO L ’ALLENTAMENTO DEI VINCOLI ALL ’ELUSIONE

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Fatto Quotidiano 24/05/2013 i Stefano Feltri attualità

L’unica nota disquillante ottimismo è la cravatta verde-nera di Giorgio Squinzi, a ri- cordare a tutta l’assemblea di Con- findustria che mentre le imprese italiane sprofondano la Mapei del presidente produce tanti utili da potersi permettere di mantenere il Sassuolo, portandolo addirittura in Serie A. Per il resto la relazione annuale ha i toni pessimistici del rap- porto dell’Istat presentato due giorni fa: il Nord è “sull’orlo del baratro”, la tenuta sociale del Paese “è messa a dura prova”, lo stallo politico combinato con la crisi sta “bruciando quanto di buono ab- biamo saputo costruire nei decenni passati”. E così via. IL DISCORSO DI SQUINZI e alcuni dettagli del cerimoniale tradiscono però che se l’Italia è in difficoltà, la Confindustria se la passa anche peggio. Nell’auditorium progettato da Renzo Piano, a Roma, il primo a parlare è il presidente del Consiglio Enrico Letta, che prova a rassicurare gli imprenditori: “Siamo dalla stessa parte: la politica, forse troppo tardi, ha capito la lezione”. Di solito, invece, il presidente del Consiglio interveniva soltanto dopo il presidente di Confindustria. Prima ascoltava le geremiadi, poi provava a rispondere. Quest’anno va diversamente: gli industriali sono troppo deboli per avanzare richieste peren- torie, si limitano ad ascoltare il capo di un governo che sostengono a prescindere (Squinzi chiama un lungo applauso anche per il capo dello Stato Giorgio Napolitano). E poi si limitano a sentire la replica del ministro dello Sviluppo, Flavio Zanonato, che non può promettere rivoluzioni. E l’unico annuncio concreto –la riconferma degli sgravi per le ristrutturazioni edilizie – già nel pomeriggio pare vacillare, per problemi di coperture. SQUINZI RINUNCIA alle ambiziose relazioni degli anni precedenti, quando Confindustria ambiva a fa- re come la Banca d’Italia, cioè a sug- gerire la linea politica al governo, a spiegare a politici paralizzati da interessi particolari quali erano le ri- cette per salvare il Paese. Il presi- dente della Mapei, esponente ormai raro di quel capitalismo familiare che si rinnova nel confronto con i mercati globali, lontano dalla Borsa e dallafinanza, sipermette qualche buffetto aLetta. “Intutta franchez- za non nascondo la mia contrarietà sul modo in cui il governo ha re- perito le risorse destinate a finan- ziare gli ammortizzatori in deroga” (i soldi arrivano da fondi per la for- mazione dei lavoratori). E sollecita l’approvazione della delega fiscale, legge in cui c’è una parte che sta molto a cuore agli industriali: la revisione della normativa sull’abuso di diritto (l’ammorbidimento delle norme anti-elusione che hanno permesso al fisco di recuperare cen- tinaia di milioni di euro). Per il resto il discorso di Squinzi è tutto a uso interno. Da anni il si- stema Confindustria è in disfaci- mento, ma la tendenza è accelerata dal perdurare della crisi: il gruppo Sole 24 Ore ha conti difficili, la per- dita dei soli primi tre mesi 2013 è di oltre 10 milioni di euro, l’associazione continua a perdere iscritti (e quindi quote), dalla Fiat di Sergio Marchionne ai piccoli costruttori, le tensioni tra i sempre più potenti produttori di energia e le declinanti imprese energivore strozzate dalle bollette è una problema incancre- nito, così pure come la parallela contrapposizione tra capitalismo pubblico e privato. “Qualcuno ha scritto che non facciamo che lamentarci. Considerando le condi- zioni in cui siamo costretti a lavorare, se siamo ancora il secondo Paese manifatturiero d’Europa, l’ottavo del mondo, forse lamentar- ci non è la principale attività”, dice Squinzi sulla difensiva. Che due giorni fa, da uomo del Vinavil, scherzava: “’Faccio collanti, sono abituato a tenere insieme i pezzi”. L’allusione è all’attacco di Guido Barilla, che chiede di mettere fuori da Confindustria i servizi (cioè i produttori di energia) per tutelare davvero la manifattura. IL VINAVIL PERÒ RISCHIA di non bastare: la recessione sta spingendo la politica a incentivare la flessibilità nei contratti, a spostare il dialogo tra parti sociali a livello delle singole aziende, riducendo quei “tavoli” che tanto piacciono a confindu- striali e sindacalisti. E la celebrazio- ne romana di primavera all’audito – rium diventa ogni anno meno im- prescindibile.

Energia, Passera ci lascia un conto da 500 milioni NELLE ULTIME ORE DI MANDATO IL MINISTRO PROROGA GLI AIUTI ALLA LOBBY DELLE CENTRALI CIP 6. ADDIO SCONTO IN BOLLETTA

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Fatto Quotidiano 23/05/2013 Gionata Picchio attttualità

Un risparmio fino a 500 milioni di euro in bolletta: i consumatori di elettricità italiani avrebbero potuto go- derne già da quest’anno. Sfrut- tando gli effetti del nuovo dinamismo del mercato del gas per ridurre il peso dei vecchi incen- tivi statali al Cip6. Invece un atto firmato dall’ex ministro dello Sviluppo CorradoPassera nelle ultime ore di vita del governo tecnico ha stabilito che tutto slitterà (se va bene) almeno di un anno. Il decreto in questione è datato 24 aprile, lo stesso giorno in cui Enrico Letta accettava con ri- serva l’incarico dal presidente Giorgio Napolitano. Si tratta dell’atto con cui ogni anno il ministero dello Sviluppo economico definisce a conguaglio la remunerazione per le centrali soggette alle convenzioni di cui al provvedimento Cip n. 6 del 1992. Un conto, pagato dalle bollette, che quest’anno sarà più salato del necessario. Un passo indietro: il Cip6/92 è stato il primo importante mec- canismo di incentivazione della produzione elettrica privata in Italia. Due le principali tipolo- gie sussidiate: le fonti rinnova- bili e le cosiddette fonti “assimi – late” alle rinnovabili, ossia cogenerazione da combustibili derivati da processi industriali come siderurgia, chimica e raf- inazione del petrolio e, a certe condizioni, da combustibili fossili. Ha permesso la costruzione di circa 3.000 MegaWatt di im- pianti verdi e 5.000 MegaWatt assimilati, in una fase in cui in Italia mancava capacità produt- tiva. Nel contempo però si è rivelato costosissimo, nonché re- frattario a ogni tentativo di re- visione normativa. L’onere netto in bolletta è arrivato così a pesare 3,5 miliardi di euro all’anno nel2006, dicui dueterzi per le assimilate (spesso assai diver- se da quelle energie “verdi” che si volevano incentivare). OGGI MOLTE convenzioni sono scadute o sono state risolte in anticipo, come nel caso di Edison, uno dei maggiori operatori Cip6. Tra quelle restanti, ormai prossime alle fine, le maggiori sono quelle dei raffinatori come Erg (Garrone) e Saras (Moratti). L’onere in bolletta si aggira oggi intorno a 1 miliardo all’anno. Gli impianti Cip6 percepiscono una remunerazione per kilo- watt/ora prodotto legata al tipo di tecnologia e ai cosiddetti “costi evitati”,quelli cioè che l’allora monopolista Enel avrebbe sostenuto se fosse stato esso stesso a costruire l’impianto. Il più importante di essi è il costo evitato di combustibile (Cec): il produttore Cip6 riceve il valore del quantitativo di gas che sarebbe tato necessario a produrre col metano il kWh generato dal- l’impianto. Ma come si calcola il valore del gas “non bruciato”? Il punto è qui e con questo si ar- riva aldecreto diPas- sera. Per il calcolo si usano parametri smili a quelli tradizio- nalmente usati dal- l’Autorità per l’energia per il definire i prezzi del gas alle fa- miglie, basandosi cioè sull’andamento del prezzo del petro- lio e derivati. Negli ultimi anni però il mer- cato gas è cambiato e i prezzi di riferimento sono diventati sem- pre più quelli dei mercati spot. Tanto che l’Autorità ha de- ciso che da ottobre i prezzi regolati dipenderanno dai mercati spot anziché dai prez- zi del greggio. Perché allora non adottare lo stesso criterioanche peril costo evitato Cip6? È quanto si è chiesta la stessa authority in una de- libera pubblicata a dicembre, in cui suggeriva al ministero dello Sviluppo di cambiare il calcolo del Cec legandolo ai prezzi del mercato del bilanciamento. Co- sì facendo, stimava l’Aeeg, sul- l’energia Cip6 ceduta nel 2012 si risparmierebbero 500 milioni di oneri in bolletta. Il ministero però ha deciso di mantenere il vecchio criterio di calcolo anche se fuori mercato, per poi eventualmente cambiare nel 2013. A una richiesta di commento, i tecnici del ministero replicano che il Mise ha già in parte taglia- to il Cec con un decreto di novembre (che però prevede dero- ghe). Che i maggiori cambia- menti del mercato sono arrivati solo nel 2012. E che, in generale, “un taglio retroattivo sarebbe stato scorretto: gli operatori avevano già chiuso gli acquisti del combustibile. Dal 2013 arrverà un cambiamento nel senso indicato dall’Autorità, con una fase di transizione”. SARÀ, ma dov’è il problema-retroattività se spesso acquirente e venditore del combustibile sono lo stesso soggetto?Secondo una ricognizione dell’Autorità a novembre, già nell’estate 2011 le industrie acquistavano il gas per l’anno successivo a un prezzo sensibilmente inferiore alle formule legate al greggio: circa 35 centesimi al metro cubo contro i 42 riconosciuti dal decreto Pas- sera. Segno che spazio almeno per un ritocco c’era. Di sicuro gli impianti Cip6 ringraziano. I consumatori no.

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